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Approfondimento linguistico sulla mostra "Paris qui chante"
Café chantant: il termine si riferisce a un tipo di caffè con piccolo palcoscenico
per spettacoli di varietà con ballerine, cantanti e attrazioni varie particolarmente
in voga tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento in tutta Europa.
La storia di questo luogo affonda le sue radici nella Parigi del Settecento, quando
un contesto di relativo benessere economico consentì alla borghesia di cercare
occasioni di svago e la capitale francese divenne un centro culturale e artistico di
primo piano in Europa e nel mondo. In quel tempo, a Parigi sorsero numerosi
locali di tale genere sul boulevard du Temple. Dopo essersi spostati sotto le arcate
del Palais-Royal durante la Rivoluzione e aver conosciuto dei giorni difficili sotto
l’Impero, questi caffè rinnovarono il loro successo sotto Luigi Filippo I. Tuttavia,
solo la metà dell’Ottocento vide il nuovo fenomeno diffondersi anche nelle città
di provincia e all’estero. I primi spettacoli si caratterizzavano più per la musica e
per la presenza scenica di cantanti (quelle che in Italia saranno chiamate sciantose)
e attrici che per la scenografia, ma con il passare del tempo e con il moltiplicarsi
dei locali a Parigi e nelle altre città d’Europa, la concorrenza aumentò e i locali si
ingegnarono nelle messe in scena e nelle decorazioni. Così i caffè iniziarono ad
essere decorati da artisti noti quali Vincent Van Gogh o Paul Cézanne e l’atmosfera
diventò poco alla volta sempre più sofisticata per attrarre l’élite alla ricerca di
svaghi.

Comune di Torre Pellice

Café-concert: talvolta abbreviato in modo familiare con l’espressione caf ’conc’, è un
sinonimo di café chantant.
Carillons: dispositivo, collocato nelle torri campanarie delle chiese o dei comuni,
che permette di far risuonare alternativamente diverse campane in modo da creare
un’armonia. In ambito musicale, i francesi parlano di carillon per intendere uno
strumento musicale composto da una serie di lame o una serie di tubi metallici
che vengono colpiti con un martelletto o con le dita. Carillon è anche il campanello
della porta di un’abitazione soprattutto nel caso in cui suoni una melodia. In
italiano la parola viene utilizzata per nominare dei marchingegni che emettono
canzoncine spesso per i bambini ma non necessariamente.
Bistrots: termine che compare con le due grafie bistro/bistrot per indicare un piccolo
ristorantino economico e modesto. L’origine della parola non è certa ed esistono
diverse ipotesi. La prima si lega al termine regionale bistraud che a metà Ottocento
significava “piccolo domestico” poiché inizialmente bistro/bistrot indicava in effetti
il garzone del vinaio mentre si usava il termine bistingo per dire “cabaret”. La
seconda ipotesi più comune interpreta il termine come un adattamento francese
della parola russa per dire “veloce” usata dai cosacchi assetati che occupavano
Parigi nel 1814 ma questa interpretazione non è sufficientemente documentata.
Boulevards: in origine, i boulevards erano le fortificazioni con terrapieno antistante
costruite a scopo di difesa attorno alle piazzeforti. La parola deriva dalloolandese
bolwerk che significa appunto “roccaforte”, “bastione” e da cui deriva per esempio
in italiano il termine baluardo. Dalla seconda metà dell’Ottocento, il termine indica
per analogia gli ampi viali pubblici alberati che furono costruiti nelle grandi città
al posto delle antiche fortificazioni militari. Sotto il Secondo Impero, tra il
1852 e il 1870, Napoleone III e il prefetto Haussmann cambiarono il volto

MUSEO PARIGINO A ROMA

�della capitale francese modernizzandola, facendo edificare i boulevard, ampi viali
percorribili dalle carrozze, che velocizzano e intensificano il traffico. Si dice théâtre
de boulevard per indicare quella tipologia di spettacolo teatrale leggero e galante
tipico delle grandi sale da spettacolo dei cosiddetti Grands Boulevards parigini,
ovvero quelli della rive gauche: Beaumarchais, des Filles-du-Calvaire, du Temple,
Saint-Martin, Saint-Denis, de Bonne-Nouvelle, Poissonnière, Montmartre, des
Italiens, des Capucines e de la Madeleine.
Colonnes Morris: edicola cilindrica sulla cui superficie vengono affissi a Parigi i
manifesti degli spettacoli in programma. Si tratta di un’invenzione della metà
dell’Ottocento introdotta per combattere il problema delle affissioni selvagge
sui muri della città. Verso gli anni ’30 dell’Ottocento si iniziano a sviluppare
dei pannelli di varie fogge e misure per concentrare le affissioni ma nel 1868,
i tipografi Richard e Richard-Gabriel Morris, padre e figlio specializzati nella
promozione di spettacoli in città, si ispirano alle cosiddette Litfaßsäulen già in uso
in Germania e creano queste colonne sormontate da un tettuccio antipioggia che
saranno battezzate con il loro nome.

Comune di Torre Pellice

Fiacre: carrozza a cavalli. Il termine si utilizzava anche in italiano e il conducente
era detto fiaccheraio. Un fiacre noto in ambito letterario è quello che compare in
una famosa scena di Madame Bovary di Gustave Flaubert. I due amanti Léon ed
Emma entrano all’interno di una carrozza e ciò che avviene all’interno è lasciato
all’immaginazione del lettore mentre viene narrato ciò che avviene all’esterno
durante l’interminabile giro che il cocchiere è costretto a fare per le vie di Rouen.
La scena suscitò grande scandalo perché anche se il narratore mostra solo ciò che
avviene all’esterno – una vettura con le tende chiuse che va su e giù sparendo e
riapparendo sotto l’occhio allibito degli abitanti della città – l’implicito, lasciato
intendere tanto agli abitanti quanto ai lettori è che all’interno della vettura si stesse
consumando una scena assai licenziosa.
Passages: i passages sono stradine strette, talvolta al coperto, per lo più riservate al
traffico pedonale. Di norma, i passages ospitano esercizi commerciali. Comparse
per la prima volta a Parigi verso la fine del Settecento, la prima metà dell’Ottocento
rappresenta il periodo di massima diffusione di queste soluzioni architettoniche
nate per ridefinire e risanare il centro cittadino. Nella visione degli architetti postrivoluzionari, infatti, i passages dovevano rappresentare uno spazio potenzialmente
accessibile a tutti in cui la funzione commerciale si coniugasse con l’intrattenimento
grazie alla presenza di ristoranti, caffè, teatri o altre sale da spettacolo. I passages
sono per lo più costruiti in vetro e ferro, materiali che l’industrializzazione rese
disponibili su larga scala e conferivano un aspetto moderno a questo tipo di
costruzioni. Dalla Francia i passages si estesero anche in città italiane come Torino,
Napoli e Milano dopo l’Unità. Si vedano per esempio Galleria Vittorio Emanuele
II a Milano, Umberto I a Napoli e Galleria Subalpina a Torino.
D’antan: di un tempo, di una volta, dalla locuzione latina de ante annum “dell’anno
scorso”: la Parigi d’antan, musiche d’antan.

Laboratorio linguistico promosso dallo sportello linguistico itinerante
dell’Unione Montana del Pinerolese gestito dall’Associazione Musicainsieme.

MUSEO PARIGINO A ROMA

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                  <text>Le Attività Culturali di promozione linguistica si propongono l’obiettivo principale di valorizzare e diffondere in maniera efficace studi, materiali e ricerche circa la minoranza linguistica storica, ma anche quello di proporre attività e azioni di diverso genere rivolte sia alla popolazione locale, per riappropriarsi della propria cultura linguistica e della propria identità, con un occhio attento alle nuove generazioni, sia a quella turistica, per poter meglio comprendere la storia dei luoghi che sta visitando.</text>
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                <text>Parole chiave della mostra "Paris qui chante"</text>
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                    <text>��P IANTE

E

F IORI

DELLE NOSTRE

M ONTAGNE

L’idea di creare una pubblicazione sulle piante e sui fiori tipici delle montagne del Piemonte è nata da
molteplici stimoli: l’Associazione La Valaddo, nell’ormai lontano 2012, aveva iniziato un progetto chiamato
“Coltivare Parole” insieme all’Associazione Amici della Scuola Latina, creando un sito internet trilingue
(www.coltivareparole.it) ancora oggi on line e consultabile su questo argomento. Le piante e i fiori
spontanei delle nostre montagne sono una parte importante del patrimonio linguistico e tradizionale delle
comunità alpine e, per questa ragione, spesso le popolazioni locali attribuiscono loro proprietà curative e
nomi che cambiano a seconda della valle in cui ci si trova e, addirittura, della borgata. Per queste ragioni
abbiamo unito gli sforzi delle diverse associazioni (La Valaddo, Vivere le Alpi e Amici della Scuola Latina) per
creare una pubblicazione che provasse a riunire in un luogo unico la bellezza delle fotografie di uno
storico collaboratore de La Valaddo, Riccardo Breuza (appassionato delle nostre montagne e dei loro fiori,
prematuramente scomparso nel 2018), di Adriana Audisio e di Marta Baret, i nomi dati alle diverse
essenze nelle diverse vallate e alcune curiosità riguardanti gli usi medicinali, culinari ed erboristici delle
stesse.
La pubblicazione è organizzata in tre sezioni separate e complementari: nella prima potete trovare le
fotografie di Riccardo Breuza, di Adriana Audisio e di Marta Baret con il nome dell’essenza rappresentata
in italiano, francese e nelle diverse varianti di occitano pervenute. Per tale lavoro di ricerca e trasmissione
ringraziamo tutti i collaboratori delle Associazioni. Gli approfondimenti riguardanti gli usi culinari,
medici ed erboristici delle piante e dei fiori sono stati curati da Manuela Bertrand, laureata in Tecniche
Erboristiche e titolare dell’“Erboristeria del Ciabot” a Pinasca (TO). Le applicazioni erboristiche e
alimentari riportate in questa pubblicazione non non hanno alcun valore medico, ma solo valore storico o
culturale. Consultare sempre un medico o un professionista qualificato preventivamente all’uso di piante.
Decliniamo pertanto ogni responsabilità sul loro utilizzo a scopo curativo, estetico o alimentare.
La seconda sezione riporta, ed allarga, le ricerche effettuate per il progetto “Coltivare Parole” in cui sono
presenti il nome scientifico, italiano e francese delle essenze e, per ognuna di esse, una cartografia
georeferenziata delle varianti dei nomi occitani delle stesse; inoltre troverete approfondimenti rispetto ai
saperi locali e alla classificazione botanica. La terza sezione, infine, riporta alcuni elenchi e curiosità sulle
piante e i fiori nei diversi patouà delle valli.

1

�P LANTES ET F LEURS DE

NOS

M ONTAGNES

L’idée de créer une publication au sujet des plantes et des fleurs typiques des montagnes du Piémont est
née en conséquence de nombreuses stimulations : l’Association La Valaddo, au cours du déjà lointain 2012,
avait entamé un projet intitulé “Coltivare Parole” (Cultiver des Mots) en collaboration avec l’Association
Amici della Scuola Latina (Amis de l’École Latine), en mettant en place un site internet trilingue
(www.coltivareparole.it) disponible encore aujourd’hui en ligne et consultable à ce sujet. Les plantes et les
fleurs à croissance spontanée de nos montagnes sont une partie importante du patrimoine linguistique et
traditionnel des communautés alpines et donc, pour cette raison, souvent les populations locales leurs
attribuent des propriétés curatives et des noms qui changent d’une vallée à l’autre et même de bourgade à
bourgade. Pour ces raisons nous avons unis les efforts des différentes associations (La Valaddo, Vivere le
Alpi et Amici della Scuola Latina) afin de créer une publication essayant de concentrer dans un seul endroit
la beauté des photographies d’un collaborateur historique de La Valaddo, Riccardo Breuza (passionné de
nos montagnes et de leurs fleurs, prématurément décédé en 2018), de Adriana Audisio et de Marta Baret,
les noms différents attribués aux essences dans chaque vallée et d’autres curiosités concernant leur emploi
dans la médicine, dans la tradition culinaire et de l’herboristerie.
La publication est structurée en trois sections séparées et complémentaires: dans la première vous pouvez
trouver les photographies de Riccardo Breuza, de Adriana Audisio et de Marta Baret avec le nom de
l’essence représentée en italien, en français et dans les variantes différentes de l’occitan dont nous sommes
à connaissance. Pour ce travail de recherche et de transmission des données nous remercions tous les
collaborateurs des Associations. Les approfondissements concernant l’emploi dans la cuisine, dans la
médicine et dans l’herboristerie des plantes et des fleurs ont été soignés par Manuela Bertrand, diplômée
en Technique d’Herboristerie et propriétaire de l’ « Erboristeria del Ciabot » à Pinasca (TO). Les
applications à base de plantes et alimentaires décrites dans cette publication n’ont aucune valeur
médicale, mais seulement une valeur historique ou culturelle. Toujours consulter un médecin ou un
professionnel qualifié avant d'utiliser des plantes. Nous déclinons donc toute responsabilité quant à leur
utilisation à des fins curatives, esthétiques ou alimentaires.
La deuxième section reprend et met à jour les recherches effectuées pour le projet “Coltivare Parole” dans
lequel l’on trouve le nom scientifique, italien et français, des essences et, pour chacune, une cartographie
avec les références géographiques des variantes de leurs noms occitans ; en outre, vous pouvez trouver
également des approfondissements sur le savoir local et la classification botanique. Enfin, la troisième
section contient des listes et des faits intéressants sur les plantes et les fleurs dans les différents patouàs
des vallées.

2

�I L P ROGETTO “C OLTIVARE P AROLE ”
“Coltivare parole” è un progetto nato nel 2012 su iniziativa di due associazioni piemontesi, La Valaddo e gli
Amici della Scuola Latina di Pomaretto, grazie ai fondi regionali dedicati alla tutela delle minoranze
linguistiche (Legge 482/99).
L’obiettivo originario era quello di diffondere, attraverso un sito internet, testi, audio e video in occitano
(tradotti in italiano e in francese) anche fra le persone che non avevano una particolare sensibilità nei
confronti delle lingue minoritarie, proponendo dei contenuti di “pubblica utilità”: da questa esigenza è
nato il connubio fra gli orti e il dialetto. Questa prima fase del progetto ha visto il coinvolgimento di quasi
cinquanta persone, che sono state intervistate a più riprese per raccogliere le testimonianze orali che sono
alla base del centinaio di articoli, spesso brevi, che sono stati pubblicati in tre anni di attività.
Questa esperienza ha riscosso un certo successo, che ha convinto l’Associazione Amici della Scuola Latina di
Pomaretto a promuoverne un ampliamento, che andasse nella direzione dell’allargamento della rete
d’inchiesta (nella prima fase, le persone intervistate erano tutte originarie delle sole valli Chisone e
Germanasca) e di un maggior rigore metodologico.
Così, nel 2015, grazie a un finanziamento della Fondazione CRT, il progetto ha potuto dotarsi di un
impianto scientifico più rigoroso, con inchieste onomasiologiche ed etnobotaniche, che hanno permesso la
realizzazione di un piccolo atlante online del pinerolese e delle valli valdesi.
La ricerca alla base del progetto “Coltivare parole – Raccolta e semina di saperi agricoli nelle lingue locali”
ha visto la conduzione di una campagna d’inchiesta volta a indagare, dalla viva voce dei parlanti, il lessico
e le pratiche legate alla coltivazione di specie orticole e all’uso e alla raccolta di piante spontanee. Le
interviste, condotte da Giada Bellia e Pier Andrea Martina, hanno coinvolto almeno una persona per
ognuna delle località indagate, sebbene spesso si sia reso necessario ricorrere a più fonti. Le inchieste
hanno interessato 20 comuni della Provincia di Torino, distribuiti in due diverse macro-aree dove
l’aspetto paesistico può essere sommariamente sovrapposto all’aspetto linguistico, distinguendo la zona
montana di parlata occitana dalla zona di pianura di parlata piemontese.
A conclusione di questa fase del progetto si è organizzato un convegno, tenutosi presso la Scuola Latina di
Pomaretto il 24 settembre 2016, i cui atti sono stati curati da Aline Pons pubblicati con il titolo di
“Coltivare Parole. Lingue locali ed etnobotanica”, scaricabile gratuitamente all’indirizzo:
http://www.academia.edu/35438474/Coltivare_Parole._Lingue_locali_ed_etnobotanica_Pomaretto_Scuola
_Latina_2017.

§
Ora, grazie allo stimolo dell’Associazione La Valaddo, “Coltivare Parole” vede la pubblicazione cartacea di
parte dei dati raccolti (che restano interamente disponibili al sito https://coltivareparole.it/). Per questo
opuscolo, si è scelto di selezionare i soli materiali relativi a località site nelle valli Pellice, Chisone e
Germanasca, escludendo tutta l’area planiziale (e dunque buona parte delle località di parlata piemontese)
ma inserendo i dati raccolti dagli Atlanti Linguistici nell’area di interesse della Valaddo non coperta dalle
indagini. In particolare abbiamo integrato, laddove disponibili, i dati raccolti dall’ALEPO (Atlante
Linguistico ed Etnografico del Piemonte Montano) per le località valsusine di Chiomonte, Bardonecchia e
Sestriere, e quelli raccolti dall’ALP (Atlas Linguistique et Ethnographique de la Provence) per le località
queyrasine di Arvieux, Aguilles e Abrìes (con alcuni cenni anche ad altre località del Brianzonese).

3

�Il confronto fra i materiali originali del progetto e le voci riprese dagli atlanti necessita di alcune cautele:
innanzi tutto, tutti i fitonimi sono stati riportati sulle carte in grafia ortografica, rinunciando ad alcune
finezze della trascrizione fonetica con cui erano presentati sugli Atlanti. Inoltre, se le modalità d’inchiesta
fra le diverse campagne d’indagine sono sovrapponibili (il questionario di Coltivare Parole ha tratto
ispirazione da quello dell’ALEPO, e le inchieste si sono svolte secondo le classiche modalità in uso nella
geolinguistica), gli anni in cui queste si sono svolte non sono gli stessi. Le inchieste dell’ALP, iniziate negli
anni ’60, si sono concluse negli anni ’90, così come quelle dell’ALEPO, che erano però state avviate
soltanto nel decennio precedente; le indagini di Coltivare Parole, molto più modeste e circostanziate, si
sono invece svolte fra il 2015 e il 2016.
Consultando le carte (la cui elaborazione si deve a Davide Bianco), sarà dunque bene tenere a mente che i
dati delle località della Valle di Susa e del Queyras provengono da altre fonti; parimenti, è bene ribadire
anche qui (la scelta è diffusamente giustificata in Pons 2016), che nelle località di parlata pedemontana
(Bibiana e Villar Perosa) i dati non sono trascritti in grafia concordata ma nella grafia che l’ATPM (Atlante
Toponomastico del Piemonte Montano) ha predisposto per il piemontese, simile a quella proposta da
Bruno Villata.
Le carte sono accompagnate da un testo di commento strutturato in tre sezioni:
-

-

-

la prima, “per leggere la carta”, è stata curata da Pier Andrea Martina e Aline Pons, e offre alcuni
spunti per l’interpretazione etimologica delle diverse forme e per tentare una spiegazione della
loro disposizione spaziale;
la seconda, dedicata ai “saperi locali”, è stata curata da Giada Bellia e Pier Andrea Martina, e
raccoglie tutte le informazioni etnobotaniche testimoniate durante le inchieste dai nostri
informatori, insieme alle notizie fornite dall’ALEPO per le località che ci interessano;
la terza, dedicata alla “botanica”, è stata curata da Giada Bellia, e offre una descrizione delle
proprietà delle diverse piante, con particolare attenzione ad un loro possibile uso fitoterapico.

4

�L E P ROJET « C ULTIVER

DES

M OTS »

« Cultiver des Mots » est un projet né en 2012 par l’initiative de deux associations piémontaises, La Valaddo
et l’École Latine de Pomaret, grâce aux fonds régionaux dédiés à la tutelle des minorités linguistiques (Loi
n. 482/99).
L’objectif originaire était de diffuser, à travers un site internet, des textes audio et vidéo en occitan
(traduits en italien et en français) même parmi les gens qui n’avaient pas une sensibilité particulière vis-àvis des langues minoritaires, en proposant des contenus d’« utilité publique »: de cette exigence est née la
combinaison entre les potagers et le dialecte. Cette première phase du projet a vu l’engagement de
presque cinquante personnes, qui ont été interviewées à mante reprises afin de recueillir les témoignages
oraux qui sont à la base d’une centaine d’articles, souvent très brefs, publiés au cours de trois ans
d’activité.
Cette expérience a obtenu un certain succès, en convainquant donc l’Association Amis de l’École Latine de
Pomaret à en promouvoir un agrandissement orienté vers l’enrichissement du réseau de recherche (dans
la première phase, toutes les personnes interviewées étaient originaires seulement des vallées Cluson et
Germanasca) et vers une rigueur méthodologique plus consistante.
Ainsi, en 2015, grâce à un financement de la Fondation CRT, le projet a pu se développer dans un cadre
scientifique plus rigoureux, avec des recherches onomasiologiques et ethnobotaniques, qui ont permis la
réalisation d’un petit atlas en ligne du territoire de Pignerol et des vallées vaudoises.
La recherche à la base du projet « cultiver des mots – Récolte et semailles des savoirs agricoles dans les
langues locales » s’est déroulée avec une campagne de recherche visée à connaître, par la vive voix des
locuteurs, le lexique et les expériences relatives à la culture de produits horticoles et à l’emploi et à la
récolte de plantes à croissance spontanée. Les interviews, menées par Giada Bellia et par Pier Andrea
Martina, ont engagé au moins une personne pour chacun des endroits objet de la recherche, même si à la
fois l’on a dû recourir à plus de sources. Les recherches touchent plus de 20 communes de la Province de
Turin, et sont distribuées dans deux macro-zones différentes, là où l’aspect du paysage peut être
sommairement superposé à l’aspect linguistique, en distinguant la zone de montagnes au parler occitan
de la zone de la plaine au parler piémontais.
À conclusion de cette phase du projet l’on a organisé une rencontre, qui eut lieu auprès de l’École Latine de
Pomaret le 24 septembre 2016, dont les comptes rendus ont été soignés par Aline Pons, publiés avec le
titre « Cultiver des Mots. Langues locales et ethnobotanique » et peuvent être téléchargés gratuitement à
partir de l’adresse:
http://www.academia.edu/35438474/Coltivare_Parole._Lingue_locali_ed_etnobotanica_Pomaretto_Scuola
_Latina_2017.

§
Maintenant, grâce à l’impulsion de l’Association La Valaddo, Coltivare Parole assiste à la publication en
format papier d’une partie des données recueillies (qui restent entièrement disponibles sur le site
https://coltivareparole.it/). Pour cette brochure l’on a choisi de sélectionner seulement les matériaux
concernant les endroits situés dans les vallées Pellice, Cluson et Germanasca, tout en excluant la zone des
plaines (et donc une bonne partie des zones au parler piémontais) mais, par contre, en incluant les
données recueillies par les Atlas Linguistiques dans le domaine d’intérêt de la Valaddo et non pas encore

5

�couvert par des recherches. En particulier nous avons intégré, là où disponibles, les données recueillies
par l’ALEPO (Atlas Linguistique et Ethnographique du Piémont Montan) pour la Vallée de Suse à
Chaumont, à Bardonnèche et à Sestrières, et celles recueillies par l’ALP (Atlas Linguistique et
Ethnographique de la Provence) dans le Queyras à Arvieux, à Aguilles et à Abries (également avec des
brefs rappels concernant des autres lieux du Briançonnais).
La comparaison entre les matériaux originaux du projet et les noms repris par les atlas demande des
précautions : d’abord, tous les phytonimes ont été transcris sur les cartes avec graphie orthographique, en
renonçant aux finesses de la transcription phonétique selon laquelle ils étaient indiqués dans les Atlas. En
outre, si d’une part les méthodes de recherche au cours des différentes campagnes peuvent être
superposées (le questionnaire de Coltivare Parole eut son inspiration à partir du questionnaire de
l’ALEPO, et les recherches se déroulèrent selon les méthodes classiques utilisées dans la géolinguistique),
de l’autre, les années de ces recherches ne sont pas les mêmes. Les recherches de l’ALP, entamées au cours
des années ’60, sont terminées au cours des années ’90, ainsi que celles de l’ALEPO, qui, par contre,
avaient démarré seulement au cours de la décennie précédente ; les recherches de Coltivare Parole,
beaucoup plus modestes et circonstanciées, se sont déroulées plutôt entre 2015 et 2016.
En consultant les cartes (dont leur élaboration est à attribuer à Davide Bianco), il faudra donc tenir en
compte que les données des localités de la Vallée de Suse et de la Vallée du Queyras proviennent d’autres
sources ; de la même manière, il est important de souligner aussi dans ce contexte (le choix est largement
justifié dans le texte de Pons 2016), que dans les zones au parler piémontais (Bibiana et Villar Perosa) les
données ne sont pas transcrites dans la graphie concordée mais dans la graphie que l’ATPM (Atlas
Toponymique du Piémont Montan) a prédisposé pour le piémontais, tout-à-fait similaire à celle proposée
par Bruno Villata.
Les cartes sont accompagnées par un texte avec commentaires structuré en trois sections:
-

-

-

la première, « pour lire la carte », a été soignée par Pier Andrea Martina et par Aline Pons, et offre
des idées pour l’interprétation étymologique dans ses formes différentes et pour essayer de
donner une explication au niveau de leur position dans l’espace ;
la deuxième, dédiée aux « savoir-faire locaux », a été soignée par Giada Bellia et par Pier Andrea
Martina, et recueille toutes les informations ethnobotaniques témoignées par nos interlocuteurs au
cours de nos recherches, ainsi que les nouvelles fournies par l’ALEPO concernant les localités qui
nous intéressent ;
la troisième, dédiée à la « botanique », a été soignée par Giada Bellia, et offre une description des
propriétés des différentes plantes, avec de l’attention particulière vis-à-vis d’une éventuelle
utilisation phytothérapique.

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�SEZIONE I

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�ACONITO NAPELLO
Aconitum napellus L.

Aconit Napelle

In Val Germanasca si chiama: érbo toro

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Ranunculaceae
Nomi Comuni: aconito napello, aconito, napello, strozzalupo, erba tora, risigallo, erba riga,
radice del diavolo, erba velenosa.
Etimologia: il nome del genere pare derivi dal greco "aêoítéïí"= "dardo o giavellotto", la pianta
veniva impiegata per avvelenare le punte delle frecce, o da "dal greco "akóne" = "pezzo di pietra",
la pianta vegeta in luoghi rocciosi, o ancora da "konè" = "uccisione". Negli scritti di Teofrasto e
Dioscoride, il termine "akoniton" veniva usato per individuare una pianta velenosa
particolarmente diffusa nei pressi di acona, villaggio della bitinia. Il nome specifico dal latino
significa "rapa" a indicare la forma del rizoma.
Proprietà e Usi: nonostante la marcata tossicità, in passato la pianta era utilizzata per le
proprietà sedativa, diuretica, antireumatica, diaforetica, antitussiva, analgesica, antipiretica,
antinevralgica nelle artriti e nella gotta. Uso topico contro sciatalgia, nevralgie facciali e dolori
reumatici.
Attenzione: tutte le specie di ACONITUM contengono l'alcaloide aconitina, una delle sostanze
vegetali più tossiche che si conoscano. Agisce sul cuore e il sistema nervoso centrale fino
all’insufficienza respiratoria e cardiaca. È possibile l’insorgere di irritazione e intossicazioni
anche solo tenendo in mano l'Aconito per l’assorbimento dei principi attivi attraverso la pelle.
Curiosità: anche il termine Aconitum, oltre che la pianta, indica genericamente qualsiasi veleno
ad azione rapida. Erba legata a moltissimi Miti. Secondo una leggenda il nome deriverebbe da
Acona, dove questa pianta sarebbe germogliata per la prima volta dalla bava di Cerbero.

8

�AMBRETTA STRISCIANTE
Geum reptans L.
B enoîte Rampante / Benoite Rampante

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Rosaceae
Nomi Comuni: cariofillata delle pietraie, cariofillata strisciante, ambretta strisciante
Etimologia: il nome del genere deriva dal greco “ghéuo” = io do sapore, io rendo gustoso per il
profumo, simile al chiodo di garofano, emanato dal rizoma di molte specie del genere; il nome
specifico indica gli stoloni striscianti.
Proprietà e usi: la medicina popolare attribuisce a tutte le specie del genere Geum proprietà
curative. Queste derivano dalla presenza di un glucoside, la Geina, presente in particolare nelle
radici e nelle foglie.

9

�ANEMONE FRAGOLINO (O ANEMONE DEL MONTE BALDO)
Anemone Baldensis L.

Anémone du Mont Baldo

In Val Germanasca si chiama: té d’mountannho
In Val Pellice si chiama: the ‘d mountanha

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Ranuncolaceae
Etimologia: il nome del genere deriva dal greco "ánemos"= vento, per la facilità con cui si
distaccano i petali alla minima brezza.
Attenzione: come nella maggior parte degli Anemoni, e di tutta la famiglia delle Ranuncolaceae,
la presenza di Ranunculina nei tessuti della pianta può provocare dermatiti da contatto e
irritazioni alle mucose interne nel caso di ingestione.
Curiosità: la leggenda narra che l’Anemone nacque dal sangue di Adone e da una sostanza
magica versatavi sopra da Afrodite. Il fiore acquista la simbologia di fugacità in quanto la sua
fioritura è di breve durata per via dei venti che lo privano dei suoi petali. Da qui il nome che
deriva dal greco “Ànemos” (= vento).

10

�ANEMONE MONTANA
Pulsatilla Montana (Hoppe) Rchb.

Pulsatille des Alpes

11

�In Val Germanasca si chiama: javanél / fioc / guigoun
A Fenestrelle (Mentoulles) si chiama: chabousèllë, javanél
In Val Pellice si chiama: troumboun

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Ranunculaceae
Nome Comune: anemone delle Alpi
Proprietà: usato in passato come diaforetico, febbrifugo, anticonvulsivo, espettorante, ipotensivo
e narcotico sedativo poiché deprimente del sistema nervoso e bradicardico.
Attenzione: dalle proprietà sopra descritte si riconoscono le attività tipiche dell’intossicazione.

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�ANEMONE NARCISSINO (O ANEMONE A FIOR DI NARCISO)
Anemonastrum narcissiflorum (L.) Holub

Anémone à fleurs de narcisse
Etimologia: Il nome del genere deriva dal greco
"ánemos"= vento, per la facilità con cui si
distaccano i petali alla minima brezza e "ἀóôÞñ
astér"= astro, stella: anemone stellato; il nome della
specie deriva da "Narcissus" e "flos" (con fiori simili
a quelli del narciso)

ANEMONE PULSATILLA
Anemone Pulsatilla

Pulsatille Commune

In Val Germanasca si chiama: guigounét
In Alta Val Susa (a Salbertrand) si chiama: anhasä

13

�ANGELICA
Angelica Sylvestris L.

Angelique sauvage

In Val Germanasca si chiama: angèlico

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Apiaceae
Nomi Comuni: angelica selvatica, angelica dei boschi, erba angelica
Etimologia: il nome del genere deriva dal latino medioevale “HERBA ANGELICA”, si credeva
infatti, che la pianta proteggesse dal diavolo e curasse tutte le malattie. Il nome specifico da
latino "sylvestris" = selvatico.
Parte: radice, foglie, semi
Proprietà e usi: la pianta ha attività digestive, aperitive, carminative, toniche, diuretiche,
espettorati, emmenagoghe. Impiegata per la preparazione di amari eupeptici. È da segnalare
l’uso popolare della polvere dei semi contro i pidocchi. Le foglie e gli steli teneri si possono
consumare come verdure. Le foglie crude si possono aggiungere alle insalate miste, alle salse e
ai ripieni. In pasticceria i piccioli e i germogli, sono utilizzati nella preparazione di canditi.
Attenzione: la pianta contiene Furocumarine, molecole che aumentano la fotosensibilità della
pelle e possono causare dermatiti.

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�AQUILEGIA ALPINA (O AQUILEGIA MAGGIORE)
Aquilegia atrata W.D.J. Koch

Ancolie des Alpes

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�In Val Germanasca si chiama: peiroulét
In Alta Val Chisone si chiama: icloupaou / gróo dials / peiroulét / tënnho fiël
A Fenestrelle (Mentoulles) si chiama: peirouét
In Alta Val Susa (Salbertrand) si chiama: cluchettä

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Ranunculaceae
Nomi Comuni: aquilegia scura, aquilegia nerastra
Etimologia: il nome del genere sembrerebbe derivare per alcuni dal termine latino “aquilegium”
(cisterna) o “aquam legere” (raccogliere acqua) per la particolarità delle foglie di questa pianta di
raccogliere l’acqua piovana. Per altri invece, il termine allude alla forma degli speroni del fiore
somiglianti ai rostri dell’aquila, interpretando il nome aquilegia come aquilina. Il nome specifico
fa riferimento al colore oscuro dei petali.
Proprietà: ha proprietà antisettiche, calmanti, astringenti e detergenti, depurative, diuretiche,
diaforetiche e parassiticide.É stata usata in passato per combattere la scabbia e la tigna, per
favorire con i suoi semi, la secrezione urinaria, la tintura alcolica era utilizzata contro le cefalee,
le crisi da dispnea e da dismenorrea. Con le sue foglie si preparavano cataplasmi per combattere
foruncoli, ulcere, piaghe e scorbuto.
Attenzione: tutta la pianta e soprattutto i semi sono tossici per il loro contenuto di glucosidi
cardioattivi che liberano acido cianidrico ed alcaloidi tra cui Aquilegina e Ranunculina. Produce
un avvelenamento simile a quello del genere Aconitum: bruciori alla bocca e sulla pelle, stato di
agitazione, indebolimento delle pulsazioni cardiache, vomito, diarrea, convulsioni e morte.
Curiosità: alcuni caratteri morfologici della pianta possono ricordare il becco e gli artigli
dell’aquila, per questo motivo in passato si pensava che avesse la proprietà di rendere la vista
acuta come quella del rapace.

16

�ASFODELO
Asphodelus Albus Mill.

Asphodèle

In Val Germanasca si chiama: pouraccha

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Asphodelaceae
Nome Comune: asfodelo montano, porraccio
Etimologia: Asphodelus dall’antico nome greco di questa pianta "ἀσϕοδελος asphodelos"
composto da "α" (= non, senza) e “σφάλλω sphállo” (=cadere, vacillare): che non vacilla, che
perdura.
Parti usate: tuberi e radici
Proprietà e Usi: emolliente, fluidificante, diuretico. Per l'abbondanza del contenuto in amido
venivano usati a scopo alimentare o per preparare bevande alcoliche o colle. Uso esterno come
detergenti e vulnerari, il decotto in lavande e impacchi. Nella medicina popolare veniva
consigliato il Tubero fresco schiacciato, associato alla cipolla, contro alopecia e affezioni della
pelle, scottature, dermatosi. In passato, dalla fermentazione, veniva prodotto alcol etilico. Viene
utilizzato per estrarre una sostanza colorante usata per tingere di giallo.
Curiosità: i fiori dell'asfodelo vengono da sempre ricordati nella mitologia come "fiori dei morti"
per il loro compito di accompagnare le loro anime nell'Ade. Anche vicino alle tombe si
piantavano gli asfodeli affinché i loro cari potessero nutrirsi con le sue radici. Inoltre la pianta
veniva seminata vicino alla porta di casa come rimedio contro i sortilegi.

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�ASTRO DEI MONTI (O ASTRO ALPINO)
Aster Alpinus L.

Aster des Alpes

In Val Germanasca si chiama: margaritto
In Alta Val Chisone si chiama: marguerìtta 'd lâ ròttsa
In Val Pellice si chiama: margritta
In Alta Val Susa (Salbertrand) si chiama: margharitinä dl’adrêi

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Asteraceae
Etimologia: dal greco "ἀΣΤΉΡ" che tradotto in latino " astrum" = " astro - stella o fiore a stella"
Parte usata: fiori e foglie
Proprietà: probabile similitudine con Aster amellus, specie che viene associata alle proprietà
eupeptiche, antiacide e stomachiche. Nella medicina popolare veniva utilizzava come antinfiammatorio, contro la tosse, le affezioni polmonari o come depurativa.
Curiosità: questa pianta forse è il capostipite che ha dato il nome al la famiglia delle Asteraceae.

18

�BIANCOSPINO
Crataegus monogyna Jacq.

Aubépine monogyne / Aubépine à un style

In Val Germanasca si chiama: prusét / bôsou

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Rosaceae
Nomi Comuni: biancospino comune, azaruolo selvatico, spino bianco
Etimologia: il nome del genere deriva da l greco “Kratos” (= forza), in riferimento alla robustezza
della pianta e in particolare del legno; l'epiteto specifico dal greco "mónos" (= unico) e "gynè" (=
femmina) indica che il fiore ha un solo pistillo che è l'organo riproduttore femminile.
Parte usata: foglie, sommità fiorite
Proprietà ed utilizzi: diuretiche, ipotensive, astringenti, antispasmodiche, sedative,
vasodilatatrici, antidiarroiche. In campo cosmetico il bagno di biancospino è apprezzato per le
proprietà rilassanti; foglie e fiori hanno azione normalizzante e astringente sulle pelli grasse.
Alimurgia: in Olanda e Belgio la polpa del frutto, veniva mescolata con farina per la produzione
di pane, mentre i semi tostati, durante la seconda guerra mondiale erano utilizzati come
succedaneo del caffè. In cucina i frutti del biancospino vengono usati per bevande fermentate e
per confezionare una delicata marmellata lievemente astringente. Il legno di colore rossastro,
molto duro e compatto, viene impiegato per lavori al tornio e per la produzione di carbonella.
Curiosità: nell'antica Grecia e a Roma il Biancospino era considerato una pianta fortemente
simbolica legata alle idee di speranza, matrimonio e fertilità. I romani ponevano le foglie nelle
culle dei bimbi per allontanare gli spiriti maligni. Il Cristianesimo trasformò la simbologia
associata a questa pianta; presumibilmente la corona di spine di Cristo era di Biancospino,
conseguentemente la pianta divenne simbolo di morte e di sorte avversa.

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�BISTORTA
Bistorta officinalis Delarbre
R enouée Bistorte

In Val Germanasca si chiama: ërparâ
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�U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Polygonaceae
Nome Comune: poligono bistorta, poligono medicinale, bistorta medicinale, serpentaria, erba
serpentina, biavetta, amarella.
Etimologia: il nome del genere dal latino "bis" (=2 volte) e "tortus" (=tortuoso), con riferimento
alla radice due volte contorta; il nome specifico fa riferimento alle proprietà officinali.
Parte usata: rizoma e foglie
Proprietà e usi: erba astringente, lenitiva, febbrifuga, diuretica, lassativa, emostatica. Per uso
interno in caso si diarrea, catarro, cistite e mestruazioni abbondanti. Per uso esterno in caso di
faringite, gengivite, perdite vaginali, fistole anali, ferite purulente, emorroidi e scottature.
Mettendo in infusione, nell'acqua del bagno, una manciata di polvere del rizoma,
opportunamente avvolta in un telo, si ottiene un ottimo bagno lenitivo e astringente. L'infuso è
consigliato anche per i capelli grassi: frizionare il cuoio capelluto quotidianamente. Un tempo la
radice tostata, mista alla farina serviva per la panificazione. Le giovani foglie possono essere
mangiate in insalata o cotte come gli spinaci.

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�BORRAGINE
Borago officinalis, L.

Bourrache officinale

In Val Germanasca si chiama: bourai
In alta Val Susa si chiama: buracchë - puracchä

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Boraginaceae
Nome Comune: borragine comune, borrana, borragine, buglossa vera, boragia, lingua rada
Etimologia: l'etimologia del nome generico è piuttosto controversa: secondo alcuni deriva
dall'arabo “abou rach” (=padre del sudore), con riferimento alle proprietà sudorifere della pianta;
altri invece sostengono che avrebbe origine dal latino “burra” (=stoffa grossolana pelosa), con
riferimento ai peli del fusto e delle foglie, che rendono la pianta ruvida al tatto; altri invece
ritengono che “borago” derivi da “Corago” da “cor” (=cuore) e “ago” (=agisco), per i suoi effetti
stimolanti; infine alcuni sostengono che il nome derivi da “barrach” parola celtica che significa
uomo coraggioso. Il nome specifico indica le proprietà officinali della pianta.
Parte usata: foglie, fiori, semi
Proprietà e usi: ha proprietà diuretiche, sudorifere e antinfiammatorie. Nella medicina popolare
è impiegata per depurare il sangue, in caso di reumatismi, tosse e mal di gola. I semi sono una
ricca fonte di acido γ-linolenico, l'olio estratto viene consigliato nei casi di dermatite atopica,
eczema, psoriasi, prevenzione delle rughe, artrite reumatoide. La tradizione usava macerare i
fiori per una settimana nel vino, ottenendo una bevanda depurativa.

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�Attenzione: l'uso terapeutico attualmente è sconsigliato per la presenza nelle parti aeree della
pianta di alcaloidi pirrolizidinici, con attività epatotossica, genotossica e carcinogenica. Per la
stessa ragione si sconsiglia di utilizzarla a scopo alimentare. Gli alcoaloidi, sono assenti nei semi
e nell’olio prodotto dai semi
Curiosità: veniva usata dagli antichi romani nel vino per curare la malinconia e la tristezza, dai
Celti per dare coraggio ai guerrieri per affrontare i nemici in battaglia. Gli antichi Greci invece la
usavano per curare il mal di testa da sbronza.
Plinio la chiamava "Euphrosinum" perché rende l'uomo euforico: felice e contento, Sosteneva che
i fiori consumati in insalata rendono propensi al riso e sgombrano la mente dai cattivi pensieri,
le foglie e i fiori nel vino tolgono la tristezza e la malinconia e danno la felicità.

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�BOTTON D’ORO
Trollius Europaeus L.

Trolle d’Europe

In Val Germanasca si chiama: poupoul, rioundèlla, boutoun d’or
In Alta Val Chisone si chiama: boutón d'ór
A Fenestrelle (Mentoulles) si chiama: poupoul
In Alta Val Susa si chiama: boutun d’or; A Salbertrand: peirō
In Val Pellice si chiama: boutoun d'or

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Ranuncolaceae
Nomi Comuni: botton d'oro, vulparia, luparia, paparia, ranuncolo doppio, ranuncolo di montagna
Etimologia: il nome del genere, deriva dal tedesco antico “troll” = globoso, indicare la forma
globosa del fiore, anche il nome italiano di Botton d'oro, indica la caratteristica forma del fiore.
Proprietà: la radice ha attività purgativa, leggermente velenosa
Attenzione: come i ranuncoli in genere, contiene protoanemonina, per cui è pianta velenosa. Il
bestiame evita accuratamente di cibarsene, tuttavia alcuni testi accertano che la tossicità svanisce
nel fieno essiccato.

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�CALTA PALUSTRE
Caltha Palustris L.

Populage des Marais

In Val Germanasca si chiama: sousì
In Alta Val Susa (Salbertrand) si chiama: fluu’d sanhiss

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Ranunculaceae
Nomi Comuni: calta palustre, farferugine
Etimologia: il nome del genere deriva dal greco KALAZOS (=coppa, cesto), per la forma del
fiore; quello generico palustris (=di palude) per il suo habitat.
Proprietà ed utilizzi: i suoi principi attivi saponine, flavonoidi, colina conferiscono alla pianta
proprietà antireumatiche, antispasmodiche, diaforetiche, espettoranti, rubefacenti, diuretiche,
irritanti, calmanti il dolore, antiverruche. Viene utilizzata in tinture e cataplasmi per uso esterno
e in medicina omeopatica per curare dermatiti ed eruzioni cutanee. I bottoni fiorali venivano
usati come condimenti dopo esser stati essiccati e messi sotto aceto con aromi, ma il suo
contenuto di saponine tossiche ne sconsiglia l’uso domestico.
Attenzione: pianta tossica.
Curiosità: i suoi fiori essiccati e trattati con opportuni reagenti forniscono una tinta gialla. In
Inghilterra i fiori venivano considerati, insieme ad altre specie, i “fiori dello scapolo”: le
contadine ne facevano mazzetti dando ad ogni fiore il nome di un giovane, quello che si sarebbe
aperto per primo segnalava alla ragazza il nome al quale lei doveva rivolgere le sue attenzioni.

25

�CAMPANULA
Campanula alpestris All.

Campanule des Alpes

In Val Germanasca si chiama:
chouquëtto / araudét / arnaudétta / diâl
In Alta Val Chisone si chiama:
cloutsèttë, cloutsètta, diàls da prô
In Val Pellice si chiama: chouquëtta
In Alta Val Susa (Salbertand) si
chiama: campanettä; a Oulx:
jansanettë

CAMPANULA DEL MONCENISIO
Campanula Cenisia L.

Campanule du Mont Cenis

In Alta Val Chisone si chiama: diòl 'd lâ
ròttsa/ diàls 'd lâ ròttsa
In Val Pellice si chiama: pîroulet

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�CAMPANULA SOLDANELLA
Campanula cochleariifolia Lam.

Campanule à Feuilles Rondes

In Val Germanasca si chiama: arnaoudét
In Alta Val Chisone si chiama: diàls 'd
mountànnhë
In Alta Val Susa (Salbertrand) si chiama:
campanettä d’la cota
In Val Pellice si chiama: chouquëtta

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Campanulaceae
Etimologia: il nome del genere deriva dal diminutivo “CAMPANULA” (= piccola campana), il
nome della specie dal lat. 'ALPESTRIS” (= alpestre, delle Alpi) indica non tanto l'alta quota
quanto il carattere dell'habitat roccioso e aspro dove la vegetazione è spesso di ridotte
dimensione.
Proprietà e usi: tradizionalmente la parte aerea delle piante del genere Campanula erano
utilizzate come antinfiammatorie restringenti. Per esempio l’infuso veniva utilizzato in
gargarismi. Le radici venivano cotte oppure consumate crude se ben lavate e private della
cuticola esterna, mentre i getti primaverili e i fiori aggiunti alle insalate
Curiosità: nella credenza popolare le campanule sono collegate alle campane che suonano a
morto. Ha acquisito anche le simbologie di Speranza e Perseveranza per la sua capacità di
resistere alle condizioni climatiche di alta montagna. Nella mitologia le campanelle erano abitate
dalle fate maligne perciò il prato dove vegetano è legato a incantesimi e magie.

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�CENTAUREA FRANGIATA
Centaurea Phrygia L.

Centaurée

In Val Germanasca si chiama: masoulà / masoulâ / sëntaouréo
In Alta Val Chisone si chiama: flórs 'd lâ masoulô
In Alta Val Susa (Salbertrand) si chiama: flu dla s’amasura

28

�CICERCHIA SILVESTRE
Lathyrus sylvestris L.

Gesse / Gesse commune /Pois carré / Lentille d'Espagne

In Val Germanasca si chiama: jàisa

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Fabaceae
Nomi Comuni: cicerchia silvestre, cicerchione, veccione, rubiglione
Etimologia: il nome del genere deriva dal greco "LÁTHYROS" e questo da "LA" intensificativo e
"THÉRO" io riscaldo, o da "LÉTHO" io sono nascosto. L'epiteto della specie è chiaramente
riferito a "SILVA" (= selva, bosco).
Proprietà ed utilizzi: si trova riportato l’uso dei giovani getti, dal tipico sapore di pisello, in cucina.
Lessati e poi consumati conditi con solo olio extra vergine di oliva, oppure in frittate. Altre
specie dello stesso genere sono considerate ad attività astringente, soprattutto nel rizoma, e
utilizzate il lavande e cataplasmi.
Attenzione: i semi del genere Lathyrus contengono neurotossine più o meno pericolose a
seconda della specie. L’intossicazione può portare sintomi quali paralisi degli arti inferiori,
ipereccitabilità e stato convulsivo, dolori dorsali, debolezza e spasticità negli arti inferiori
Curiosità: nei periodi di carestia il consumo dei semi di Cicerchia era molto comune e
prolungato nell'anno, quindi in tante famiglie contadine, comparve la grave malattia detta
"LATIRISMO" tanto da indurre gli Stati a proibirne il consumo.

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�CARLINA BIANCA
Carlina acaulis L.

Carline

In Val Germanasca si chiama: azënét / chardoun
In Val Pellice si chiama: card
In Alta Val Susa (Oulx) si chiama: chardousë

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Asteraceae
Nomi Comuni: carlina bianca, carlina acaule
Etimologia: il nome del genere secondo alcuni autori si riferirebbe a Carlo Magno, al quale,
secondo una leggenda, un angelo avrebbe rivelato le virtù prodigiose di questa pianta per
guarire il suo esercito dalla peste; secondo altri il nome è il diminutivo di Cardo, pianta
quest`ultima molto simile alla Carlina. Il nome specifico indica la mancanza di caule.
Parte Usata: radice
Proprietà ed utilizzi: la radice amara e fortemente aromatica è conosciuta per le sue proprietà
medicinali diaforetiche, diuretiche, digestive, carminative, diaforetiche, purganti ed emetiche,

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�emmenagoghe. Ha importanti proprietà eudermiche, per questo l’uso esterno era consigliato per
tutte le affezioni cutanee.
Nel passato la Carlina era un'erba importante ed era classificata come antidoto ai veleni, proprio
per questo era coltivata nei giardini dei monasteri.
Veniva usata per lenire il mal di denti, la polvere della radice, che veniva anche fumata, per
curare la scabbia ed altre malattie della pelle, le vesciche e le piccole piaghe. L'infuso di
polvere di radice nel vino rosso era indicata contro i reumatismi e come rimedio sudorifero
negli stati febbrili.
Il decotto di carlina può essere usato per detergere la pelle colpita da eczema e da acne. I
ricettacoli dei capolini, noti come “pane del cacciatore”, sono eduli, utilizzabili come i cuori dei
carciofi. Le radici invece, tagliate a rondelle e private della parte interna legnosa, possono essere
utilizzate per fare canditi.
Curiosità: gli antichi Sassoni la consideravano un amuleto contro il malocchio e ogni malattia.
Le foglie essiccate riescono a cagliare il latte.
Parla di questa pianta anche Teofilo G. Pons che, nel suo scritto “Vita montanara e
tradizioni popolari alpine” le attribuisce proprietà igroscopiche, affermando che la
carlina acaulis, “chiamata in dialetto chardouso, in italiano carlina, quando il tempo è bello e
soleggiato, fa bella mostra di delle sue bratee argentee disposte in forma di stella e che spiccano
in mezzo al verde circostante. Se però il tempo si guasta ed appaiono in cielo le nubi foriere di
pioggia, le bratee si contraggono ripiegandosi su se stesse, per riparare e proteggere il delicato
fiore dalla rugiada e dalla pioggia, dannose alla disseminazione del polline e relativa
fecondazione della pianta. Per queste sue meravigliose proprietà, la pianta veniva ampiamente
usata come barometro di campagna. E in Val Germanasca non era affatto raro di vederne dei
magnifici esemplari infissi sulla parete meglio esposta al sole dell’abitazione montanara, sopra
la porta di casa.”
Ma a questa pianta alcuni attribuivano proprietà ancora più sorprendenti, “così la
chardouso […], secondo il Léger, guariva dalla peste; e invero il suo ricettacolo, adeguatamente
ripulito e cucinato, è un cibo squisito, una vera leccornia”

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�CIRSIO LANOSO
Cirsium eriophorum (L.) Scop.

Cirse laineux

In Val Germanasca si chiama: almant, armant

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Asteraceae
Nomi Comuni: cardo scardaccio, cardo canuto
Etimologia: cirsium deriva dal greco “κίρσιον - kírsion (= cardone) e questo da “κρισός - kirsós”
(= varice, ingrossamento delle vene): questa patologia veniva un tempo curata con piante
appartenenti a questo genere; eriophorum: dal greco “ριον - érion” (=lana) e da “φορέω - phoréo”
(= portare, avere): con tomento lanoso.
Parte usata: radice
Proprietà ed utilizzi: la radice ha proprietà diuretiche, disintossicanti, epatostimolanti,
eupeptica gastrotonica coleretica, diaforetica sudorifera. É usato in campo terapeutico per
combattere la ritenzione idrica, calcoli urinari, dolori articolari e muscolari di origine reumatica,
in casi di raffreddore e stati influenzali. É anche una pianta commestibile. Un volta il ricettacolo
veniva usato nell'alimentazione come quello dei carciofi.
Curiosità: questa pianta è sempre cresciuta vigorosa presso le stalle, i recinti delle pecore, lungo
le mulattiere e i tratturi, poiché predilige terreni fertili. Alcune fonti indicano la sua capacità di
coagulare il latte.

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�CLEMATIDE ALPINA
Clematis Alpina L.Mill.

Clématide des Alpes

In Val Germanasca si chiama: albûo

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Ranuncolacee
Etimologia: il nome generico deriva dal greco "klemàtis", col quale anticamente si indicavano
varie specie di piante rampicanti.
Parte usata: foglie
Attenzione: da considerare pericolosa.
Proprietà ed utilizzi: Le piante di questo genere contengono tutte principi sedativi, lassativi. Le
foglie hanno proprietà revulsive, irritanti, tossiche e irritanti. Per uso esterno si utilizzano
decotti, tinture e cataplasmi delle foglie contuse come cicatrizzanti di ulcere e pustole e contro
artriti, sciatiche e nevriti.
Curiosità: fonti storiche indicano l’uso delle parti legnose adoperate nell’allestimento di panieri.
Un tempo i contadini usavano tagliarne i getti più lunghi e contornarne i campi per ottenere
buoni raccolti. In alcune colture sono chiamate “gioia del viandante” perché e si incontra spesso
tra i campi. Nel linguaggio dei fiori è simbolo di Intelligenza limpida e onesta.

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�CROCO
Crocus spp.

Crocus

In Val Germanasca si chiama: freidoulino, anoullho
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�In Alta Val Chisone si chiama: anóllhë, anóllha
A Fenestrelle (Mentoulles) si chiama: freidouìnë
In Val Pellice si chiama: peladé
In Alta Val Susa a Salbertrand si chiama: tlippä

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Iridaceae
Nome Comune: zafferano alpino
Etimologia: il nome del genere Crocus deriva dalla parola greca "Krokos"(= filamento) in
riferimento agli stimmi sfrangiati tipici di alcune specie
Proprietà e usi: il genere Crocus comprende diverse specie, le proprietà variano a seconda della
specie e della parte utilizzata della pianta. Le principali attività sono quelle emmenagoga,
calmante antisterica, stimolante digestiva carminativa. Usato in cucina come aromatizzante,
colorante.
Attenzione: a seconda della parte utilizzata e soprattutto del metodo e della posologia, queste
piante possono avere effetti ipnotico-sedativi o stimolanti e tonici. Contengono alcuni alcaloidi
(crocina, pierocrocina, ecc.) che rendono queste piante leggermente tossiche e ne sconsigliano
l'uso domestico, nonostante in passato i suoi cormi (=bulbi) siano stati utilizzati
nell'alimentazione umana, perché ricchi d'amido e di sapore gradevole.
Curiosità: il termine "kròke" fu dato da Teofrasto per indicare il filamento e i lunghi stimmi che
simboleggiavano un legame d'amore.
Da segnalare: possibile confusione con Colchicum autumnale L. (famiglia Liliaceae) velenoso per la
presenza di Colchicina. Per distinguere i due fiori è bene controllare il numero di stami: 6 per il
Colchico, 3 per il Crocus. Inoltre, l'ovario del Colchicum è supero e di forma ovale mentre nel
Crocus è appiattito o tondeggiante.

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�DIGITALE GIALLA GRANDI FLORA
( O D IGITALE G IALLA G RANDE )
Digitalis Grandiflora Mill.

Digitale à Grandes Fleures

In Alta Val Chisone si chiama: dzènsònë salvàddzë (velenouzë)
In Val Pellice si chiama: déal / fiour 'd lëvioun
In Alta Val Susa si chiama: dijtallä

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Scrofulariaceae
Etimologia: Digitalis dal latino digitilus = piccolo dito
Attenzione: le piante del genere Digitalis contengono tutte, in quantità variabile secondo le
specie, un gruppo di glucosidi con potente effetto cardiotonico. Tali sostanze, di difficilissimo
dosaggio, vengono oggi riprodotte in laboratorio ed impiegate con successo nelle terapie
cardiache. É assolutamente da evitare l'uso famigliare della pianta, altamente tossica.
Curiosità: si favoleggia che le fate amino dormire dei fiori di queste piante, per questo motivo si
sconsiglia di tagliare la pianta in fiore per evitare sventure. Se tuttavia la si vuole cogliere,
sarebbe bene metterla in una stanza con una finestra aperta, in modo che la fata al risveglio
possa volare via.

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�DORONICO
Doronicum austriacum L.

Doronic d’Autriche

In Val Germanasca si chiama: margaritto jaouno
In Alta Val Chisone si chiama: marguerìtta dzaouna 'd l'envèrs
In Val Pellice si chiama: margritta jaouna
In Alta Val Susa si chiama: margarittä jauna dl’enver

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Asteraceae
Nomi Comuni: doronico dei macereti, doronico a fiori grandi
Etimologia: etimologia incerta per il nome del genere. Per alcuni di origine greca come
combinazione di "doron" e "nike" ossia "dono e vittoria", per altri di origine araba dal vocabolo
"dourondj", termine valido per le piante del genere in tutti i paesi dell'Oriente.
Proprietà ed utilizzi: tutte le specie del genere Doronicum posseggono principi medicinali e
furono in passato coltivati negli orti delle erbe officinali.. Gli utilizzi medicinali sono però
riservati in particolare a D. Pardalienches L. (non presente in Piemonte) il cui rizoma vanta
proprietà tonico sedativo, emmenagogo. Uso esterno dell’infuso come risolvente astringente in
lavande, irrigazioni, impacchi.
Curiosità: molte credenze aleggiano su tutte le specie di Doronicum le quali, secondo la
tradizione mediterranea, potevano infondere forza, vitalità e donare sicura vittoria sia in guerra
che nella caccia.

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�EPILOBIO
Chamaenerion angustifolium (L.) Scop (= Epilobium angustifolium L.)

Epilobe des Alpes

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�In Val Germanasca si chiama: érbor dë chamous
In Alta Val Chisone si chiama: floura roùia da dzìrps
In Alta Val Susa (Salbertrand) si chiama: viurī ‘d muntannhä

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Onagraceae
Nomi Comuni: erba di S. Antonio, gambi rossi, garofanino maggiore, epilobio a foglie strette,
camenerio a foglie strette, fogliestrette, garofanino dei boschi.
Etimologia: il nome del genere il nome deriva dal greco "khamái" =a terra, basso e da "Nerium"
=oleandro: che ricorda un piccolo oleandro; il nome specifico da" angustus" = angusto e "folium"
= folia, ad indicare le foglie anguste.
Parte Usata: tutta la pianta
Proprietà e usi: radici emolliente e astringente, antinfiammatori. Fiori febbrifughi. Possiede
inoltre attività sedative ed espettoranti, usata per alleviare le irritazioni delle mucose della bocca
e della gola. Impiegata nel trattamento dell’adenoma della prostata e nei disturbi della minzione
a esso associato nonché nei preparati per le infiammazioni delle vie respiratorie, tosse e forme
diarroiche. Uso esterno nei casi di dermatiti, colluttori, afte. I giovani germogli possono essere
consumati come verdura sia crudi che cotti; le foglie essiccate possono esser usate come
surrogato del the, in alcune regioni del Caucaso, sono servite le estremità del rizoma come
insalata. Si consumano lessati e conditi.

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�ERICA
Calluna vulgaris (L.) Hull (= ERICA VULGARIS L.)

Erica

In Val Germanasca si chiama: brìëro

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Ericaceae
Nomi Comuni: brughiera, brugo, erica, brentoli, grecchia, sorcelli, scopetti
Etimologia: calluna deriva dal greco "kalluno" = scopare, infatti i suoi rami venivano usati per
fare scope da giardino. Erica invece deriva dal verbo greco “Ereìco” (=spezzo, rompo) per la
forza con cui rompe ghiaccio e neve sovrastanti. Vulgaris dal latino= comune, conosciuto da
tutti.
Parte Usata: sommità fiorite.
Proprietà ed utilizzi: proprietà astringenti ed antinfiammatorie, antisettiche delle vie urinarie e
antireumatiche. Vengono usate come infuso nella cura delle cistiti, nelle leucorree, nei
reumatismi e nelle albuminuria e per uso esterno nei casi di gotta, dermatosi squamose,
nevralgie reumatiche, mucose infiammate e pelli arrossate e con foruncoli. Industrialmente si
ricavano tannini e coloranti.
Curiosità: per la sua diffusione il brugo è fiore nazionale della Scozia e della Norvegia. Secondo
alcune credenze i fiori bianchi sono considerati portafortuna e talismani, quelli rosa sono segno
d’amore. nell’Ottocento era ritenuta simbolo di Solitudine. Le radici più grosse venivano
utilizzate per costruire delle pipe.

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�ERIOFORI
Eriophorum angustifolium Honck

Linaigrette, linaigrette jonc, herbe à coton…

In Alta Val Chisone si chiama: barbizìn
In Alta Val Susa si chiama: plumacchu

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Cyperaceae
Etimologia: il nome del genere dal greco "érion" = "lana" e "phoros" = "porto", cioè "portatore di
lana", per l'aspetto fioccoso delle infiorescenze; l'aggettivo specifico, dal latino, significa "a foglie
strette".
Proprietà ed utilizzi: la pianta possiede proprietà astringenti ed antidiarroiche.
Curiosità: in tempi passati, soprattutto in paesi del nord Europa, si è tentato di usare in tessitura
le fibre dei pennacchi al posto del cotone (sotto il nome di "cotone artico"), ma le fibre sono
risultate troppo fragili e inadatte a sopportare la torsione.

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�FIOR DI STECCO
Daphne mezereum

Bois-jol / jolibois / verdelet / vert-bois / Daphné bois-gentil / bois-gentil
/ mézéréon

In Val Germanasca si chiama: mezereo

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PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Thymelaeaceae
Nomi Comuni: pafne mezereo, Pepe di monte, mezereo
Etimologia: il nome generico viene dal greco DAPHNE = "alloro," per la somiglianza delle
foglie, il nome specifico dall'arabo e significa "mortale" con riferimento alla elevata tossicità della
pianta. Il nome volgare deriva dal fatto che la fioritura precede la comparsa delle foglie.
Proprietà ed utilizzi: specie tossica come le altre specie del genere Daphne. È una pianta molto
velenosa in tutte le sue parti, mortale per l'ingestione di bacche e semi.
La medicina popolare impiegava l'estratto alcolico della corteccia per uso esterno contro i dolori
reumatici. Inoltre questa pianta veniva usata come dermopurificante, dermoprotettivo e
depurativo drenante.

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�FIORDALISO DI MONTE
Centaurea cyanus L.

Bleuet

In Val Germanasca si chiama: parosac / përsac

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PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Asteraceae
Etimologia: il nome del genere deriva dal greco κέντρον KÉNTRON pungolo, sprone: per la
forma del bocciolo, oppure dal latino CENTAURUS, greco κένταυρος céntauros centauro,
figura mitologica metà uomo e metà cavallo; secondo alcuni autori, questo genere sarebbe
dedicato a Chirone che, al contrario degli altri centauri, aveva un’indole saggia e mite: esperto
nelle scienze e nella medicina era considerato maestro di Esculapio, di Achille e di altri eroi.
Parti usate: foglie e fiori
Proprietà e utilizzi: le specie del genere Centaurea hanno diverse proprietà che variano a
seconda della specie e della parte utilizzata. In genere hanno attività tonificanti, amaricanti,
stomachiche, diuretiche e digestive. Utilizzate anche nei casi di febbre e tosse per le proprietà
antipiretiche ed espettoranti oppure come colagoghe nei disturbi del ciclo mestruale. Per uso
esterno si mostrano utili come collirio (nelle congiuntiviti), collutorio (nelle infiammazioni della
bocca) e per detergere ferite, piaghe ed ustioni oppure in presenza di edemi, gotta, reumatismi.
In cucina, dalle foglie, si estrae un colorante utilizzato per i dolci.
Curiosità: la "cianina" pur essendo un colorante, non viene utilizzato per tingere i tessuti perché
facilmente degradata dalla luce e dagli acidi. Contiene la "cianina", un glucosite antocianico
colorante (usato anche come sensibilizzatore delle pellicole fotografiche).

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�GAROFANO DI MONTE
Dianthus barbatus L.

Œillet des Alpes

In Val Germanasca si chiama: garofou / jalufraddo
In Alta Val Susa si chiama: garofanin

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Caryophyllaceae
Nomi Comuni: garofano montano, garofano barbato, garofano a mazzetti, speranza
Etimologia: il nome del genere deriva dal greco "thiòs" = "dio o zeus" e da "ànthos" = "fiore divino
o di giove" per sottolinearne la splendida bellezza. Il nome volgare di "garofano" proviene dal
latino " caryophillus" = "garofalo" che con il tempo si trasformò nell'odierno garofano. L'epiteto
della specie è riferito alla presenza di numerose reste presenti nell'epicalice.
Parti usate: fiori
Proprietà ed utilizzi: i garofani si utilizzano in profumeria per estrarne le essenze profumate.
L'uso correlato alla medicina è stato giudicato di nessun valore, anche se nella medicina
popolare veniva usato come espettorante e diuretico.

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�GAROFANO DEI GHIACCIAI (O GAROFANO ALPINO)
Dianthus pavonius Tausch

Oeillet

In Val Germanasca si chiama: garofou salvagge
In Alta Val Chisone si chiama: garofou salvagge / pëchô garoufanìn 'd lâ ròttsa
A Fenestrelle (Mentoulles) si chiama: garofou salvagge
In Alta Val Susa si chiama: ülés

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Caryophyllaceae
Nome Comune: garofano pavonio
Etimologia: il nome del genere deriva dal greco “diòs”, di Zeus e “ànthos”, fiore, cioè 'fiore di
Zeus'.
Proprietà ed utilizzi: fiori dissetanti, sudoriferi, espettoranti. Per lungo tempo ai garofani furono
attribuite proprietà medicinali. Ancora nel 1700 si sosteneva “La decoctione de’ fiori di Garofano è
un potente rimedio nelle febbri maligne”, solo da poco è stato riconosciuta l'infondatezza di tali
utilizzi. In Inghilterra i garofani erano talvolta aggiunti al vino e alla birra per conferire loro un
carattere speziato.
Curiosità: molti sono i significati simbolici legati ai fiori di garofano. Nell'arte medioevale i
garofani indicavano i fidanzamenti. Il garofano rappresentò per lungo tempo il fiore della
nobiltà; fu scelto da Napoleone per decorare i nastrini della Legion d'Onore e divenne quindi
simbolo dei bonapartisti. Il garofano simboleggia l'amore sincero e di lunga durata, ma anche
l'astuzia e il sotterfugio.

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�GENZIANA AMAROGNOLA
Gentianella amarella (L.) Borner

Gentiane amère

In Alta Val Chisone si chiama:
sounàllha ‘d la ròttsa
In Val Pellice si chiama: gënsana

GENZIANA BAVARESE
Gentiana bavarica L.

Gentiane de Bavière

In Val Germanasca si chiama: braio d'
cucuc
In Alta Val Chisone si chiama: courbô,
èou 'd ràttë
In Val Pellice si chiama: pîroulet

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�GENZIANELLA (O GENZIANA DI KOCH)
Gentiana acaulis L.

Gentiane acaule

In Val Germanasca si chiama: braio d' cucuc, chaouso d’ cucuc
In Alta Val Chisone si chiama: dzensanèttë, dzensanètta
A Fenestrelle (Mentoulles) si chiama: diòe, gensanettë
In Alta Val Susa (Salbertrand) si chiama: bràia ‘d cuccu
In Val Pellice si chiama: gënsianina chitta

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Gentianaceae
Etimologia: il nome generico gentiana deriva dal greco “gentiane” che secondo Plinio si riferisce
a Genzio, re dell'Illiria, il quale avrebbe fatto conoscere per primo le proprietà medicamentose
della radice di questa pianta.
Parti usate: tutta la pianta
Proprietà e utilizzi: le piante del genere Gentiana hanno, seppur con differenze specifiche,
proprietà amara aperitiva eupeptica scialagoga, stimolante digestiva, carminativa, antifermentativa, antitterica, emopoietica, antitermica, analettica, vermifuga. Tradizionalmente usate
nella preparazioni di liquori amari aperitivi e digestivi.

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�GERANIO DEI PRATI
Geranium sylvaticum L.

Géranium des prés

In Val Germanasca si chiama: geranoiu

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Geraniaceae
Nomi Comuni: geranio silvano, geranio dei boschi
Etimologia: il nome generico dal greco géranos (= gru) per la forma dei frutti, quello specifico
richiama: il suo habitat.
Parti usate: tutta la pianta
Proprietà e usi: i gerani hanno elevato contenuto di tannini e forniscono importanti rimedi
astringenti, antidiarroici, antiemorragici. Nella tradizione si trova l’indicazione dell’uso per
esterno delle foglie fresche come vulnerarie, cicatrizzanti risolutive. In veterinaria in impiastri
antireumatici. Piante antinfiammatoria, analgesica, febbrifuga e vulneraria.

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�GIGLIO MARTAGONE
Lilium martagon L.

Lis Martagon

In Val Germanasca si chiama: sanjann nìër
In Alta Val Chisone si chiama: lis
A Fenestrelle (Mentoulles) si chiama: martagon
In Alta Val Susa si chiama: Sen Jan grī
In Val Pellice si chiama: Sën Jan

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Liliaceae
Nomi Comuni: giglio gigante selvatico, giglio martagone, riccio di dama, giglio a turbante,
turbante di turco
Etimologia: controversa è l'origine sia del nome generico che di quello specifico. Linneo riporta
il nome Lilium tra quelli di derivazione latina, Plinio, non fa riferimenti etimologici, ma
evidenzia che i Lilium dai fiori arrossati sono quelli che i greci chiamano "crinon". Alcuni fanno
derivare il nome latino Lilium dal greco "leirion", nome ora riferito ai gigli, ma anche ai narcisi, o
agli iris; altri ancora lo fanno derivare da un termine celtico, probabilmente "li" = candido o dal
persiano "lala" = giglio. Il nome specifico è voce spagnola e significa "riccioli dei capelli di, ma
potrebbe anche derivare dal turco "martagān" = turbante, per somiglianza di forma.
Parti usate: bulbo.
Proprietà ed utilizzi: il Bulbo ha proprietà diuretica, antiartritica, emmenagogo, espettorante,
emolliente, cardiotonica. Uso esterno come emolliente, risolutivo, fresco contuso in cataplasma.
Le foglie triturate sino a poltiglia venivano applicate al basso ventre come rimedio emmenagogo.
In passato il bulbo veniva lessato in acqua e consumato.
Curiosità: era pianta sacra al dio della guerra Marte e accompagnava i soldati sul campo di
battaglia in quanto era considerata come un valido amuleto.

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�GIGLIO PARADISIA
Paradisea liliastrum (L.) Bertol.

Lis de Saint-Bruno

A Fenestrelle (Mentoulles) si chiama: cloccho
In Alta Val Susa si chiama: Sen Jan blan
In Val Pellice si chiama: Sën Jan bianc

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�GIGLIO DI SAN GIOVANNI
Lilium bulbiferum L. var.croceum Lilium bulbiferum subsp.croceum (Chaix) Jan

Lis orangé

In Val Germanasca si chiama: san jouan – sanjann
In Alta Val Chisone si chiama: coucounéi 'd lâ ròttsa
A Fenestrelle (Mentoulles) si chiama: senjouòn
In Alta Val Susa si chiama: Sen Jan jàunë
In Val Pellice si chiama: Sën Jan

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Liliaceae
Nome Comune: giglio aranciato
Etimologia: il nome della specie è chiaramente riferito alla presenza di bulbilli all'ascella delle
foglie superiori (raramente in croceum); il nome della subspecie è riferito al termine latino
"croceum" = "simile allo zafferano" con riferimento al colore del fiore.
Proprietà ed utilizzi: nella medicina popolare si utilizzano i bulbi per preparare decotti con
proprietà diuretiche ed emollienti.

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�GINNADENIA DELLE ZANZARE (O MANINA ROSEA)
Gymnadenia conopsea(L.) R. Br.

Orchis Moustique

In Alta Val Chisone si chiama: siséi dâ prô

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Orchideaceae
Nome Comune: manina rosea
Etimologia: il nome generico dalle parole greche "gymnos "e "aden"= ghiandole nude: i fiori delle
specie appartenenti a questo genere hanno infatti i retinacoli che sono privi di borsicole.
L'epiteto specifico deriva dal termine greco "konops"= zanzara, per il lungo sperone simile
all'apparato boccale delle zanzare.
Proprietà ed utilizzi: alcune fonti indicano l’uso del bulbo per le proprietà emolliente e
antispasmodica. Si trovano indicazioni anche per l’so esterno in lavaggi e collutori. La specie
avrebbe anche delle supposte attività antiepilettiche e anticonvulsivanti.
Curiosità: al pari di altre orchideaceae, secondo le leggende veniva raccolta da maghi e
fattucchiere allo scopo di apportare discordia o concordia tra le famiglie. In particolare veniva
prelevata ed accuratamente conservata la parte ipogea. L'apparato radicale di tali piante ha la
forma particolare di due mani congiunte alla base e consta di due tuberi. Quando maghi e
fattucchiere volevano mettere discordia tra le famiglie e nelle questioni d'amore, separavano i
due tuberi. Al contrario, per favorire la riconciliazione famigliare o dei cuori infranti, riunivano i
tuberi della pianta precedentemente divisi. Altra versione è che le radici convergenti di queste
piante, somministrate di nascosto alle persone, avevano la capacità di pacificare gli animi.
Effetto contrario sortivano invece le radici divergenti. Per tale motivo erano dette piante della
concordia o della discordia

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�GLOBULARIA A FOGLIE CORDATE (O VEDOVELLA)
Globularia Cordifolia

Globulaire à feuilles en cœur

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�U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Plantaginaceae
Nomi Comuni: vedovelle celesti, globularia a foglie cuoriformi
Etimologia: il nome del genere deriva deriva dal latino globus = sfera, globo e indica la forma del
capolino, quello specifico dal latino "cordis" = cuore e "folium"= foglia: con foglia a forma di cuore.
Attenzione: specie officinale tossica. Contiene la Globularina, un glucoside velenoso. In alcune
fonti viene indicato l’uso come potente lassativo.

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�LINARIA ALPINA
Linaria alpina(L.) Mill.

Linaire des Alpes

In Val Germanasca si chiama: erbo d l’uo
In Alta Val Chisone si chiama: suséi 'd mountànnhë

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Plantaginaceae
Nomi Comuni: linaiola alpina
Etimologia: il termine generico dal greco LÍNON = "lino" per la somiglianza delle foglie
caulinari con quelle del lino. Il termine specifico per l'areale di crescita.
Parti usate: sommità fiorite
Proprietà e utilizzi: si trovano informazioni sull’uso popolare della simile specie L. vulgaris le
cui sommità fiorite avrebbero attività diuretiche, antiatoniche intestinali e utilizzate per i dolori
mestruali. Se ne attesta l’uso esterno del decotto o sottoforma di unguento nei casi di acne, nelle
dermopatie, oppure come antiemorroidarie. La tintura dei fiori in pomate anticongiuntiviti. Una
ricetta indica la cottura delle sommità nella sugna, utilizzandolo poi come antiirritante.
Curiosità: i fiori sono eliotropici: ruotano seguendo il moto del sole. Quando il fiore è fecondato
cambia direzione rifiutando il sole, si dirige verso una fenditura e lì i frutti e semi maturano,
lasciando germogliare le nuove pianticelle in mezzo alle rocce o in un muretto.

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�MAGGIOCIONDOLO
Laburnum alpinum (Mill.) Bercht. &amp; J. Presl

Cytise faux / Cytise à grappes / Cytise aubour /Faux ébénier

In Val Germanasca si chiama: alboùërn

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Fabaceae
Nomi Comuni: maggiociondolo di montagna, maggiociondolo alpino, laburno alpino, citiso
alpino, maggiociondolo, avorniello di monte.
Etimologia: il termine generico deriva dal latino ed è di origine incerta: si è azzardata l'ipotesi di
una radice comune con l'aggettivo "eburneum", cioè "color avorio", alludendo al colore del legno
fresco; l'attributo specifico è chiaramente riferito alla zona di vegetazione abituale della pianta.
Attenzione: è specie fortemente velenosa per la presenza dell'alcaloide Citisina che ha azione
paralizzante e convulsivante. La tossina è presente in tutte le parti della pianta ma
particolarmente nei semi.
Proprietà e utilizzi: la medicina popolare un tempo si serviva di questa pianta per la cura di
malattie nervose e contro isteria, asma e le malattie del fegato. Era impiegata anche come
antidoto contro gli avvelenamenti da arsenico.
Curiosità: vuole la leggenda che nei tempi passati le streghe usassero il Maggiociondolo per
preparare bevande psicoattive che conferivano loro senso di leggerezza e di inconsistenza del
peso corporeo. Questo stato di alterazione psichica può essere inteso come il "volo della strega".
Durante i loro sabba le streghe come segno distintivo, utilizzavano un bastone di
Maggiociondolo, sul quale si dice cavalcassero durante i loro viaggi e divenuto per questo
simbolo del volo.

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�MARGHERITA ALPINA
Leucanthemum vulgare (Vaill.) Lam.

Marguerite des Alpes

In Val Germanasca si chiama: margaritto
In Alta Val Chisone si chiama: marguerìtta 'd San Jouòn
In Alta Val Susa si chiama: margarittä du pràa
In Val Pellice si chiama: margritta

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Asteraceae
Nome Comune: margherita comune, margherita diploide, leucantemo volgare
Etimologia: questo termine risulta composto da due parole di origine greca "leukos" = "bianco" e
"anthemon-ἄνϑεμον"= "fiore" con chiaro riferimento al colore bianco delle ligule esterne.
Parti usate: fiori.
Proprietà ed utilizzi: i fiori hanno proprietà antispasmodiche, bechiche vulnerarie, broncosedativi, emmenagoghi. Per uso esterno l'azione vulneraria si manifesta specialmente nella
cicatrizzazione di ferite, ulcere della bocca, gengive e gola. L'acqua distillata è efficace come
collirio nelle congiuntiviti. Uso esterno dell’infuso come astringente in lavande, impacchi,
clisteri. Innovazioni primaverili in minestra. Pianta da taluno considerata insetticida per affinità
col Piretro. Le foglie tenere, sono commestibili, si usano crude nella misticanza di erbe diverse.
Curiosità: La margherita nel linguaggio dei fiori significa purezza, fedeltà e bontà d'animo.

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�MUSCARI
Muscari botryoides (L.) Mill.

Muscari

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Asparagaceae
Nomi Comuni: muscari azzurro, muscari botrioide, pentolini, urceolini selvatici.
Etimologia: il nome del genere ha origine dal termine arabo "muskarini" (=muschio) con
riferimento all'odore muschiato emanato da alcune specie. Altra ipotesi è che deriva dal
Sanscrito "mushka" (=testicolo) per la forma del bulbo. Il nome della specie deriverebbe dal
termine greco "botrys" che verrebbe tradotto in "grappolo" in riferimento alla sua infiorescenza.
Parti usate: bulbo
Proprietà ed utilizzi: al bulbo vengono attribuite le proprietà diuretiche ed emollienti. Uso
esterno come emolliente e rinfrescante su pelli irritate e infiammate. In cucina il bulbo trova gli
stessi impieghi delle cipolle: crudo nelle insalate, cotto in sughi, bollito in agrodolce, conservato
sott’aceto.

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�NARCISO
Narcissus poeticus L.

Narcisse

In Val Germanasca si chiama: pancouto, pant 'couto
In Alta Val Chisone si chiama: pancoutë, pancouta
A Fenestrelle (Mentoulles) si chiama: pancoutë
In Alta Val Susa (Salbertrand) si chiama: bambölhä; a Oulx: flu d’me
In Val Pellice si chiama: fiour 'd mai

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Amarillidaceae
Nome Comune: narciso selvatico
Etimologia: narcissus: dal greco "νάρκη nárke" (= torpore), secondo Plinio riferito alla sua intensa
profumazione (narcotico), oppure legato al mito di Narciso (Νάρκισσος Narkissos); poëticus
(=poetico o dei poeti).
Attenzione: specie officinale tossica - Proprietà e usi: Il bulbo ha proprietà emetica e depurativa,
per uso esterno era impiegato ridotto in pasta e applicato come emolliente, risolutivo. I fiori
hanno attività astringente antidissenterica, febbrifuga antitermica, antispasmodica, vomitiva. In
profumeria è impiegata per ricavarne essenza.
Curiosità: il nome di questo fiore è legato al mito di Narciso. In Cina il narciso simboleggia
felicità e prosperità, ma, secondo diversa interpretazione, può anche ricordare l’immagine del
sole, come riportato nel Cantico dei Cantici. Per altri è simbolo di amore eterno, di bellezza, di
purezza, di fertilità.

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�NIGRITELLA ROSSA
Nigritella rubra(Wettst.) K. Richt.

Nigritelle

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�In Val Germanasca si chiama: Calho-lait, èrbod'la councordio, man da Boundìou, souchëtto
A Fenestrelle (Mentoulles) si chiama: calhë-làet
A Roure (Villaretto) si chiama: pruzurëtto
In Val Pellice si chiama: man
In Alta Val Susa (Salbertrand) si chiama: erbä du càlh; a Oulx: la nona

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Secondo quanto raccolto da Teofilo G. Pons, nel suo scritto “Vita Montanara e
tradizioni popolari alpine”, “l’èrbo d’ la councordio (erba della concordia), chiamata
anche man dâ Boundìou (mano di Dio), la nigritella, quel piccolo fiore d’un bel colore rosso
scuro, d’un profumo soave e penetrante, paragonabile all’odor di vaniglia, aveva il potere
magico di far nascere e mantenere reciproca simpatia a amore in due persone che ne
avessero insieme mangiato i minuscoli semi. Inoltre, dall’intreccio delle due radici a forma
di mano, bruna l’una e bianca l’altra, si riteneva pure di poter conoscere se i due cuori
sarebbero rimasti uniti per sempre, o se era meglio non fidarsi di un amore che sarebbe
stato passeggero”.

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�PERVINCA MINORE
Vinca minor L.

Petite Pervenche

In Val Germanasca si chiama: prouvënsalo, pervanso
In Val Pellice si chiama: përvanso
In Alta Val di Susa si chiama: përvinchä

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Apocynaceae
Etimologia: il nome del genere dal latino “VINCIRE” = LEGARE, perché i lunghi getti striscianti
erano usati per preparare ghirlande con cui le ragazze amavano cingersi il capo. Il nome
specifico si riferisce alle dimensioni della pianta in contrapposizione alla VINCA MAJOR L.
Attenzione: specie officinale tossica. La pervinca è considerata pianta tossica per il suo
contenuto in vincristina. In caso di assunzione di parti della pianta i primi sintomi sono a carico
dell’apparato digerente: nausea, vomito e febbre; quelli tardivi consistono in cefalea, insonnia,
delirio, neuropatie, convulsioni e coma.
Proprietà e usi: la tradizione attribuisce alle radici proprietà diuretiche e ipotensive, alle foglie
attività tonico-amare stomachiche digestive, decogestionanti. Alcune fonti ne indicano anche
un’attività antigalattogoga, mentre altre ne indicano invece una opposta attività galattogenica.
Per uso esterno ha proprietà antiinfiammatorie utili nelle dermatosi, per foruncoli ed eczemi.
L'infuso, impiegato in bagni ed impacchi era utilizzato sulle pelli delicate ed irritabili. Fonte

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�dell'alcaloide vincamina, che viene impiegato nell'industria farmaceutica come stimolante
cerebrale e vasodilatatore.Studi in corso per un possibile impiego nei casi di ipertensione,
disturbi circolatori cerebrali, insufficienza coronarica, turbe psicocomportamentali della senilità
Curiosità: Ai fiori della Pervinca e alle foglie sempreverdi è associato il concetto di fedeltà in
amicizia e di tenacia del dolce ricordo. In Russia veniva chiamata “rondine dei fiori” per il forte
legame con la primavera. Pianta legata a Venere. Si diceva che le foglie mangiate da marito e
moglie avrebbero propiziato l’amore tra loro. Si credeva che una ghirlanda dei suoi fiori legata
al collo potesse far arrestare il flusso del sangue dal naso.

PETROCALLIDE DEI PIRENEI
Petrocallis pyrenaica L.
P étrocalle des Pyrénées

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Brassicaceae
Nomi Comuni: petrocallis dei pirenei, petrocallide dei pirenei
Etimologia: il genere deriva il suo nome dal greco “pètros” sasso, “kàllos” beltà, “che dà
bellezza alle rupi”. Il nome specifico si riferisce alla distribuzione pirenaico-alpina della specie.

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�PRIMULA
Primula L.

Primevère

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�In Val Germanasca si chiama: pimpinéllo / pimpinèlla / pimpëtto
A Fenestrelle (Mentoulles) si chiama: fantinë
In Val Pellice si chiama: pimpinèlla
In Alta Val Susa a Salbertrand si chiama: ghingunettä

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Primulaceae.
Etimologia: il nome del genere dal latino Primus = primo, a indicare la precoce fioritura.
Parti usate: tutta la pianta.
Attenzione: alcune specie di possono determinare dermatiti da contatto
Curiosità: la primula è uno dei primi fiori che sboccia, anche nei paesi più freddi, proprio per
questo motivo è da sempre considerata il simbolo della primavera, e del rinnovamento che
questa stagione porta con sé, è anche considerata emblema di giovinezza e di precocità, è nella
tradizione popolare di molti popoli, pianta augurale. Nel Medioevo si riteneva che applicazioni
esterne di Primula sul capo e sul petto potessero scacciare la malinconia e con i fiori si
preparavano pozioni d'amore. Si pensava che decotti di queste piante potessero curare la
paralisi.
• Primula latifolia Lapeyr.
Nomi Comuni: primula a foglie larghe
Proprietà ed utilizzi: non sono documentati utilizzi di Primula latifolia nell'ambito della
farmacopea erboristica, come altre primule questa specie contiene significative quantità di
salicilati e saponine che la rendono lievemente tossica.
• Primula vulgaris Huds.
Nomi Comuni: primula comune, primavera, occhio di civetta
Proprietà ed utilizzi: proprietà espettorante, antiinfiammatoria, ad azione analgesica e
antispastica. Nel passato venivano usate le foglie come decotto per combattere i reumatismi, con
le radici venivano realizzati infusi contro l'emicrania, il succo estratto dalle foglie si usava come
cosmetico per attenuare macchie e rughe. Plinio la consigliava in caso di paralisi, gotta e
reumatismi. I fiori, le foglie e le radici essiccate possono essere impiegati per aromatizzare vini e
tisane. In cucina, le foglie più giovani e i fiori possono essere consumate in insalata, ottime anche
lessate e nei minestroni.

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�PRIMULA MAGGIORE
Primula elatior (L.) Hill. Primula veris L. (= P. officinalis (L.) Hill)

Primevère des bois

In Val Germanasca si chiama: pimpinéllo, pimpëtto
In Alta Val Chisone si chiama: braièttë, braiètta
In Val Pellice si chiama: pimpinèlla / jaluquet
In Alta Val Susa (Salbertrand) si chiama: cuccu

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Primulaceae
Nome Comune: primula odorosa
Proprietà ed utilizzi: il rizoma risulta avere attività antiemetica, neurotonica, bechica
espettorante, antireumatica. Uso esterno in impacchi sedativi, antiecchimosi. Altre applicazioni
riguardano il trattamento sintomatico di tosse, asma e le malattie dell'apparato respiratorio
grazie all’azione fluidificante ed espettorante delle saponine presenti. Le foglie sono state
utilizzate come antiartritiche antireumatiche, antigottose, anche per uso esterno del decotto nel
latte, in cataplasmi I fiori hanno attività calmante anticonvulsiva, bechica sudoriferia diaforetica,
diuretica, antinfiammatoria, depurativa, drenante, lassativa. Uso esterno: contusioni, pruriti,
screpolature, punture di insetto, collutori. In cucina le giovani foglie possono essere consumate
sia crude che cotte, sole od assieme ad altri tipi di verdura. Anche i fiori possono essere aggiunti
ad una insalata. Le foglie possono essere usate anche nelle minestre.

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�REGINA DELLE ALPI
( O C ALCATREPPOLA ALPINA , E RIGIO DELLE A LPI , C ARDO A ZZURRO )
Eryngium alpinum L.
P anicaut

bleu des Alpes / chardon bleu des Alpes

In Alta Val Chisone si chiama: rénë 'd la mountànnhë, réna 'd lâ mountànnha,
tsardousa vioulètta

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Apiaceae
Nomi Comuni: calcatreppola alpina, eringio delle alpi, regina delle alpi, eringio alpino, cardo
azzurro.
Etimologia: di origine incerta, il nome generico parrebbe derivare dal greco "erungion" o "eruma",
richiamando il primo termine il riccio ed il secondo la difesa: in entrambi i casi il riferimento
sarebbe alle spine di cui sono dotate foglie, brattee e capolini, a protezione dal morso degli
erbivori.
Proprietà e usi: da segnalare la specie affine E. campestre di cui si utilizza la radice, a cui sono
attribuite attività spasolitica, diuretica, emmenagoga eupeptica colagoga, carminativa, lassativa,
antigalattogoga. Il suo impiego terapeutico è segnalato nei casi di ritenzione idrica, drenaggio,
calcolosi renale, tosse stizzosa o pertosse.
Curiosità: in passato ritenuta contravveleno dell’Aconito.

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�RODODENDRO ROSSO
Rhododendron ferrugineum L.

Rhododendron Ferrugineux

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�In Val Germanasca si chiama: brousé
In Alta Val Chisone si chiama: brousét, brousée (brouséi)
A Fenestrelle (Mentoulles) si chiama: brousé
In Alta Val Susa a Salbertrand si chiama: aburséi; a Oulx: bruséi
In Val Pellice si chiama: brousé

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Ericaceae
Nomi Comuni: rododendro rosso, rododendro ferrugineo, rosa delle alpi
Etimologia: il nome del genere dal greco "rhodon"= "rosa" e "dendron"=" albero"=" albero delle
rose". Il nome specifico indica il colore della pagina inferiore delle foglie.
Parte usata: foglie, fiori, galle
Attenzione: specie officinale tossica. Le foglie contengono glucosidi che sono stati causa di
avvelenamenti di cavalli, pecore ed altri erbivori.
Proprietà e utilizzi: li principi attivi della pianta risiedono soprattutto nelle foglie, nelle galle e
nei fiori. Ha proprietà diaforetiche, diuretiche, depurative, antireumatiche e antigottosa, toniche
generali, anticalcolosi renale e diuretiche. Veniva utilizzata contro reumatismi articolari e litiasi
renale. Le galle hanno proprietà astringenti. L'infuso di foglie e galle era utilizzato in passato
contro la sciatica, l'artrite e le affezioni croniche della pelle.
Curiosità: nel passato i rametti secchi del Rododendro venivano utilizzati come scope e filtri per
il latte. Dalla macerazione delle galle in olio si ottiene l’"olio di marmotta" ritenuto efficace
contro i dolori reumatici e come vulnerario. Foglie e fiori entrano nella formulazione del “the
svizzero” depurativo e fortificante. Il fiore è talmente appetito dalle api, che il suo nettare in
quantità più o meno importanti è rappresentato in tutti i mieli di alta montagna.

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�ROSA CANINA
Rosa canina L.

Rosier des chiens, Rosier des haies ou Églantier des chiens

In Val Germanasca si chiama: agoulensie, bosou, ergoulensìe, goulounzo
In Alta Val Chisone si chiama: flórs 'd lâ goulènsha
In Alta Val Susa si chiama: flu dl’argurënsié
In Val Pellice si chiama: gratacul

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�U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Rosaceae
Etimologia: l'origine del nome generico è incerta, secondo alcuni deriverebbe dal latino "rosa" e
questo dal greco "rhódon" rosa, secondo alcuni deriverebbe dal sanscrito “vrad o vrod” (=
flessibile) con allusione alla flessibilità dei rami o dal celtico “rhood o rhuud” (= rosso). Il nome
specifico deriva dal greco "Kynosbator" "kynos" (= cane) e "batos" (= arbusto spinoso), da associare
all'uso che si faceva un tempo della radice di questa pianta per curare la rabbia.
Parte usata: falsi frutti (cinorroidi), foglie, fiori
Proprietà ed utilizzi: le foglie hanno proprietà contrastanti: sia antidiarroiche che blande
lassative. I petali sono aromatizzanti correttivi, rinfrescanti, lassativi, antidiarroici e usati
esternamente in colliri, colluttori o lavande; i frutti, detti Cinorroidi, sono utilizzati come
correttivi, rinfrescanti, vitaminici per la grande concentrazione in vitamina C, antinfiammatori
dell’apparato genito-urinario, diuretici, astringenti. L’uso esterno dei frutti come tonificante,
schiarente e levigante della pelle oppure per le proprietà antiemorroidarie. Vengono preparati
anche in conserve e marmellate.
I semi sono indicati da alcuni come antinervosi e vermifughi contro gli ascaridi.
Le galle sono dovute alla puntura di Rhodites rosea L., un imenottero. Hanno attività diuretica e
antisudorifera, per uso esterno sono astringenti e decongestionanti. Le galle erano considerate
possibili succedanee alla segale cornuta come regolatori delle contrazioni uterine.
La rosa canina viene quindi utilizzata come tonica, antinfiammatoria, antiallergica, blandamente
diuretica, cicatrizzante, antisettica, vasoprotettrice. Ottima in caso di raffreddori, influenza,
gastrite e diarrea.
Curiosità: nel linguaggio dei fiori alla Rosa canina si attribuisce l'indipendenza, ma anche la
poesia

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�SASSIFRAGA
Saxifraga

Saxifrage

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�In Val Germanasca si chiama: gaoudrimounnha
In Alta Val di Susa a Salbertrand si chiama: flùu dla crasilha

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Sassifragaceae
Etimologia: il nome generico deriva dal Latino "saxum" = sasso e "frangere" = rompere, significa
"pianta che spezza le pietre", poiché si trova spesso su rocce, dove riesce ad insinuare le radici
anche in piccole fessure; un'altra interpretazione fa riferimento ai "sassi renali", cioè ai calcoli,
che quest'erba riuscirebbe a sbriciolare;
Proprietà e utilizzi: le piante di questo genere possiedono proprietà diuretiche e portano
giovamento nell'alleviare i dolori provocati da calcoli renali. Le parti aeree hanno proprietà
espettoranti, antidissenteriche, astringenti. Erano utilizzate esternamente contro foruncoli
oppure in colliri.

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�SCUTELLARIA ALPINA
Scutellaria alpina L.

Scutellaire des Alpes

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Lamiaceae.
Nome Comune: scutellaria delle Alpi
Etimologia: il nome del genere scutellaria deriva dal latino SCUTELLUM = scodella, nel senso
di borsa a forma di scodella, alludendo alla forma del suo calice, mentre il nome specifico alpina
si riferisce all'habitat in cui vive.
Parte usata: parte aerea
Proprietà e usi: alcune specie di Scutellaria sono state utilizzate in passato nel trattamento di
epilessia, insonnia, ansia, nel trattamento delle infezioni del cavo orale. Vanterebbe proprietà
antinfiammatoria, stomachica, antispasmodica, astringente, febbrifuga, nervina e tonica.

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�SEMPREVIVO GUARDACASA
Sempervivum Arachnoideum L.

Joubarbe des Montagnes

In Val Germanasca si chiama: ocuvìa / moûtoun grâ/ oouvìa / imortèllo /
poum dë chabbro
In Alta Val Chisone si chiama: plòntë gròsë, plònta gròsa
In Alta Val Susa si chiama: viadāsi
In Val Pellice si chiama: minin

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Crassulaceae
Nome Comune: semprevivo ragnateloso
Etimologia: Sempervivum dal latino sempre vivo, probabilmente per la resistenza di queste
piante in ambienti ostili e siccitosi. Arachnoideum da Aracne. Aracne nella mitologia era una
fanciulla dalle prodigiose doti di tessitrice che, a seguito di una sfida di bravura al telaio persa
contro la dea Atena si suicidò per la vergogna. Atena la resuscitò sotto forma di ragno. L'epiteto
specifico deriva perciò da "ragno" e si riferisce alla ragnatela che ricopre le rosette basali
Parti usate: foglie fresche
Proprietà ed utilizzi: le proprietà sono comuni tra i Semprevivi. Le foglie fresche sono
diuretiche, astringenti, erano utilizzate masticate come antidolorifico dei denti. Per uso interno
contro le infiammazioni in genere. La medicina tradizionale ne consigliava l’utilizzo per

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�dismenorrea, amenorrea come antispasmodico oppure nelle forme febbrili. L’uso esterno era
conosciuto per le proprietà lenitive. In infusi o succo per screpolature e bruciature, triturate in
aceto per curare calli e verruche, in cataplasmi antiemmorroidari, contro le ulcerazioni della
pelle e le punture degli insetti.
Curiosità: Carlo Magno ordinava di piantare il semprevivo sui tetti delle case per evitare i
fulmini. Pare che nell’antichità venisse dato un po' di succo da bere ai neonati nel primo venerdì
dopo la nascita, per proteggerli dalle convulsioni e assicurare una lunga vita.

SILENE
Silene vulgaris (Moench) Garcke

Silène enflé / Silène commun / Claquet

In Val Germanasca si chiama: eiclupilhét

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Caryophyllaceae.
Nomi Comuni: silene rigonfia, bubbolini, strigoli, erba del cucco
Etimologia: il nome generico è legato alla figura mitologica di Sileno compagno di Bacco,
perennemente ebbro e con il ventre gonfio, proprio come il calice di alcuni fiori di questo genere;
il nome specifico deriva dal latino "vúlgus" = volgo, comune, diffuso, frequente.
Utilizzi: le foglie primaverili della pianta sono utilizzate in cucina. Vengono lessati, cucinati in
padella oppure in minestre e frittate.

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�SPERONELLA
Delphinium Dubium (Rouy &amp; Foucaud) Pawł.

Dauphinelles / Pieds-d'alouette

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Ranunculaceae.
Nome Comune: speronella alpina
Etimologia: il genere deriva il suo nome dal greco “delfis” (=delfino) alludendo alla forma
affusolata dello sperone. Il nome specifico significa in latino dubbioso, incerto.
Attenzione: data l'alta tossicità di tutte le specie del genere, l’utilizzo è sconsigliato. Contiene
alcaloidi quali la Delfinina molto tossici.
Proprietà: in tempi antichi si utilizzavano fiori e foglie per preparare infusi con proprietà
diuretiche, vermifughe, antiinfiammatorie. Si trovano informazioni dell’uso della pianta da
parte dei chirurghi poiché ritenuta cicatrizzante le ferite e in grado di saldare le fratture ossee.
Uso esterno dei fiori e dei semi come antiparassitari.

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�SOLDANELLA COMUNE
Soldanella alpine L.

Soldanelle des Alpes

In Val Germanasca si chiama: souchëtto
In Alta Val Chisone si chiama: cloutsèttë, cloutsètta
In Alta Val di Susa a Salbetrand si chiama: drulettä

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Primulaceae
Etimologia: il termine generico è riferito alla forma delle foglie, che rammentano un soldo, cioè
una moneta (dal latino "solidum" = "massiccio", alludendo all'oro); l'attributo specifico menziona
la zona di vegetazione della pianta.
Parti usate: radice
Proprietà ed utilizzi: pur non godendo di gran valutazione sotto l'aspetto officinale, questa
graziosa pianta è stata usata dalla medicina tradizionale come blando purgante, impiegando la
radice essiccata, direttamente (polverizzata e mescolata a marmellata o miele) o per decotti.

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�SPILLI DI DAMA
Armeria alpina Willd.

In Val Germanasca si chiama: carèsio

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Plumbaginaceae
Nomi Comuni: spillone alpino, armeria alpina, spilli di dama
Etimologia: l'etimologia è incerta, secondo alcuni da una voce celtica ar mor che significa 'presso
il mare'. L'epiteto della specie è relativo all'areale di distribuzione.

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�STELLA ALPINA
Leontopodium alpinum Cass.

Edelweiss

In Val Germanasca si chiama: edelvàis, steiletlo
In Alta Val Chisone si chiama: itialèttë, itialètta
In Alta Val Susa si chiama: itiérä alpinä
In Val Pellice si chiama: ëlvàis / stela alpina

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Asteraceae.
Nomi Comuni: stella alpina, edelweiss
Etimologia: il nome generico dal greco "lèon"= leone e "poùs" = piede "piede di leone", poiché la
forma delle infiorescenze assomiglia nell'insieme, all'impronta di una zampa di leone; l'epiteto
specifico indica l'habitat.
Parti usate: foglie e fiori
Proprietà e utilizzi: fiori e foglie hanno proprietà astringenti stitici, bechiche.
Curiosità: in tutti i tempi questa pianta è stata considerata il simbolo degli alpinisti e della
montagna. In passato si riteneva che la pianta fosse un rimedio contro la rabbia e la dissenteria,
nonché contro il malocchio.

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�TRIFOGLIO DELLE ALPI
Trifolium spp.

Tulipe des bois / Tulipe sauvage

In Val Germanasca si chiama: trafeùlh

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Fabaceae
Etimologia: il nome del genere deriva dal latino “tri” = 3 e “folium” = foglia, con riferimento alle
foglie ternate.
• Trifolium repens L.
Nomi Comuni: trifoglio ladino, trifoglio bianco, trifoglio rampicante.
Etimologia: l'epiteto specifico da "répo"= io striscio: strisciante.
Proprietà ed utilizzi: pianta antireumatica, depurativa, oftalmica, detergente, tonica. Indicata
per i disturbi della digestione e le diarree, le infiammazioni delle vie respiratorie, i reumatismi.
Per uso esterno, è antisettico. I fiori possono essere utilizzati in frittata. Nel passato, durante
periodi di carestia, i capolini secchi venivano raccolti per essere macinati, integrando in questo
modo la farina.

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�TULIPANO
Tulipa sylvestris L.

Tulipe des bois / Tulipe sauvage

In Val Germanasca si chiama: tulipan / tulippo

U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Liliaceae.
Nomi Comuni: tulipano dei campi, tulipano silvestre
Etimologia: il termine generico deriverebbe dal vocabolo persiano "toliban", nome con il
quale i locali chiamano questa pianta. L'epiteto specifico deriva dal latino "silvestris"= del
bosco, selvatico.
Proprietà ed utilizzi: specie tossica. Bulbi, foglie e petali dei fiori provocano diarrea e
vomito se ingeriti.
Curiosità: in diversi miti il tulipano è scambiato tra innamorati come dichiarazione dei propri
sentimenti.

82

�VIOLA
Violaceae

Violette

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�In Val Germanasca si chiama: viòoulëtto
In Alta Val Chisone si chiama: vioulèttë, vioulètta
In Val Pellice si chiama: vioulëtta
In Alta Val di Susa si chiama: viurëttë

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�U SI E RBORISTICI ,

PROVERBI E CURIOSITÀ

Famiglia: Violaceae
Parte usata: parte aerea
Proprietà ed utilizzi: le piante del genere Viola hanno proprietà antinfiammatorie, diuretiche,
espettoranti, emollienti, tossifughe. Le mucillagini rendono queste piante adatte per il
trattamento delle prime vie respiratorie. Le foglie hanno blande proprietà lassative. I fiori,
utilizzati per infusi e sciroppi, hanno attività depurativa. Le radici si impiegano per decotti
espettoranti e lassativi. Per uso esterno vengono utilizzate per scottature e infiammazioni. Gli
estratti vengono utilizzati sia per via interna che per uso esterno nei casi di dermatosi come
acne, psoriasi, prurito, ulcerazioni, crosta lattea. Foglie giovani e fiori possono essere usati in
cucina, in particolare in insalate.
Curiosità: i semi delle Viole sono dotati di una piccola appendice, detta eleosoma, ricco di
sostanze grasse, di cui sono molto ghiotte le formiche. Queste raccolgono i semi e li portano nei
loro nidi sotterranei, e dopo aver consumato i nutrienti, abbandonano i semi, lasciandoli già
"seminati" e pronti a germogliare per la nuova stagione.

85

��SEZIONE II

86

�ACETOSA
RUMEX ACETOSA L.
Oseille Commune
Per leggere la carta: Le denominazioni attestate in area occitana e
a Bibiana rimandano alla caratteristica amara della pianta, alla
base del nome latino, forse anche con interferenza tra acet- e
arctium ‘bardana’; forse da lappa (DuCange, s.v.) lavasöl,
denominazione altrimenti attestata per la bardana appunto,
accanto a lavassa: il passaggio P&gt;v può essere stato accompagnato
da una reinterpretazione del nome da lavè, lavare. A Roure, simili
all’acetosa sono lî grîsin, che però verrebbero più alti (sempre nei
prati); l’informatore di Rorà ci informa che, a Villar Pellice, la
pianta si chiama: sitoura, forma che trova conferma a Bobbio
Pellice, dove l’informatore sostiene che il termine derivi dal
sapore acidulo del gambo. Il termine tsèou è stato raccolto nella
zona di Rochemolles.
Saperi locali: La pianta è conosciuta e riconosciuta in tutta l’area
d’inchiesta, sia montana sia di pianura; in tutti i luoghi si sottolinea come cresca in territori aridi, tra
le pietre, nei clapìe o nei muri a secco. Il carattere aspro viene sottolineato dall’utilizzo dei nomi in
lingua locale, soprattutto nei punti di parlata occitana. Solo un informatore (PRAROSTINO) utilizza
per identificarlo il fiore rosso –a pannocchia– probabilmente alla base del tipo piemontese ‘galüciu’.
Si mangia in minestra o nelle frittate primaverili, con altre verdure, oppure in insalata, anche se in
alcune zone non si conosce un uso estensivo in cucina, per il gusto acido (PRAMOLLO, PRAROSTINO).
A proposito del gusto acidulo con effetti rinfrescanti: gambo e foglie venivano succhiati appena colti,
quando si andava a fienare o a tagliar l’erba da dare alle vacche (PRAMOLLO, ROURE); ma anche per
gioco «al posto delle caramelle» (PRAROSTINO), benché sul fusto si possano annidare piccole uova di
tenia o altri vermi intestinali (BOBBIO PELLICE).
Botanica
Famiglia: Polygonaceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, alta dai 30 ai 100 cm. Il fusto si presenta rossastro nella parte
inferiore, mentre le foglie oblunghe sono sagittate e appuntite, con le punte rivolte verso il basso. Le
infiorescenze sono lasse e costituite da piccoli fiorellini rosso/verdognoli; si differenziano in piante
femminili e maschili: nelle prime le infiorescenze presentano tre stigmi, nelle seconde due.
Habitat: specie diffusa su prati magri e grassi, pascoli, margini dei sentieri e rive di ruscelli e fiumi.
Predilige i terreni ricchi di humus e sostanze nutritive. Fiorisce da aprile a luglio.
Parti usate: le foglie e i germogli giovani, dal gradevole sapore acidulo, raccolti prima della fioritura,
in genere verso marzo/aprile. Questi contengono ossalato di potassio, calcio ossalico, vitamina C e
ferro. Hanno effetto rinfrescante, depurativo, astringente e diuretico. Tuttavia la maggior parte delle
specie di Rumex (come lo spinacio e il rabarbaro) contiene ossalati e, se assunte in dosi eccessive, può
provocare problemi digestivi.

87

�Bardonecchia

Arvieux

asitourë –
tsèou brusqueutta

Aiguilles

Sestriere

asëccla (pl.)

Abriès

asì(n)tou

Pragelato
(Grand Puy)

asuitto
Prali

Roure (Bourcet)

asuitta (pl.)

Bobbio Pellice

sitoura

Perrero

asìtoula (pl.)

Fenestrelle

aseuccla (pl.)

sitouro - èrbo brusco

Chiomonte

zhoure

Bibiana

arziula èrba brüsca
- galüciu

Prarostino

Luserna
S. Giovanni

eisioula

Rorà

galüciu
Villar Perosa

azioula

Pramollo

asuitta (pl.) earbo brusco
- asuittoulo

�ACHILLEA MILLEFOGLIE
ACHILLEA MILLEFOLIUM L.
Achillée Millefeuille

Per leggere la carta: Il tipo predominante nelle valli Chisone e
Germanasca è “primofiore”, forse da intendersi ‘fiore di primavera’. In
val Pellice i nomi si possono riconoscere come composti di ‘tagliato’,
e forse hanno origine da un ‘maltagliato’ o simile, per le sue proprietà
cicatrizzanti e forse anche in connessione con pratiche di falciatura:
Penzig attesta in tutta l’alta Italia nomi riconducibili a ‘erba del taglio’.
Il tipo ‘millefiori’ di Villar Perosa, variante di ‘millefoglie’.
Saperi locali: Nelle aree montane è molto più conosciuta e utilizzata
rispetto a quanto avviene nei comuni di pianura, dove, sebbene
quasi tutti gli informatori riconoscano la pianta, pochi la utilizzano.
A FENESTRELLE venivano raccolte le sommità fiorite per preparare
delle tisane digestive e calmanti, che avevano anche funzioni
antidolorifiche. A PRALI si distingue l’achillea bianca da quella rosa:
in entrambi i casi la foglia viene utilizzata per la minestra e il fiore
per i liquori e le tisane: le informatrici sostengono che si possa
raccogliere anche nei prati vicino alle borgate. A PRAMOLLO si
metteva nell’olio con la canfora e si usava per massaggiare i muscoli.
Una volta si pestava la pianta intera, ne usciva un liquido che veniva
utilizzato per fare degli impacchi per il mal di denti. A LUSERNA si usava moltissimo, per le
emorroidi, sia in impacchi sia in infusione. A BOBBIO PELLICE si conosceva come cicatrizzante: le
foglie venivano pestate, quindi gli si urinava sopra, dopo di ché l’impacco veniva applicato sulla
ferita, che si rimarginava in pochi giorni: anche l’urina era considerata un disinfettante.
Botanica
Famiglia: Asteraceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, alta 30-60 cm, dotata di un fusto ricoperto di una fitta peluria e
ramificato alla sommità. Le foglie sono fittamente suddivise, quasi al punto di assomigliare a quelle
di alcune felci. Alla sommità del fusto troviamo l’infiorescenza a corimbo, costituito da tanti piccoli
fiorellini bianco-rosati. Fiorisce da giugno a settembre.
Habitat: prati aridi, incolti, ai margini dei sentieri dal livello del mare fino ai 2500 m. È diffusa in
tutta Italia.
Parti usate: l’intera sommità fiorita, raccolta da giugno a settembre. I fiori vengono usati come tonico
della circolazione sanguigna, stomachico, antispasmodico, antiemorragico (epistassi, emorroidi
sanguinolenti, vescica infiammata), eupeptico e sono un rimedio all’inappetenza. Sono anche molto
utili nei disturbi femminili, in particolare nella dismenorrea, perché riescono a normalizzare il ciclo
doloroso e irregolare. In cosmetica viene utilizzata sotto forma distillata, con acqua; per la presenza
di azulene, alla stregua della camomilla.

88

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

couvoulp

Chiomonte

Prali

Bobbio Pellice

murtallha

Perrero

primmofloûr

Roure (Bourcet)

melatià

Rorà

milafiur

Luserna
S. Giovanni
Bibiana

Prarostino

Villar Perosa

meltaià

Pramollo

primmafloûr

primflour - pinflour

primmofloûr

Fenestrelle

primmë-flour

�ACONITO
ACONITUM NAPELLUS L. EMEND S.
Casque-de-Jupiter

Per leggere la carta: Il tipo più diffusamente attestato (fa eccezione
soltanto la forma raccolta a Rorà) è tora (toro), voce già raccolta in
Mistral per ‘pianta velenosa’, dal lat. med. thora ‘toxicum,
venenum’ (Du Cange, s.v.). La pianta è conosciuta solo in zone
montuose, da cui scende in area pedemontana. L'informatore di
Chiomonte sembra conoscere questo fitonimo non tanto per averlo
sentito impiegare, quanto per averlo trovato in un testo poetico
chiomontino del secolo scorso.
Saperi locali: Si tratta di una pianta poco conosciuta, se non in
qualche località montana, dove è nota soprattutto per la sua
tossicità, potenzialmente pericolosa per gli animali. Le informatrici
di PRALI raccontano di come la pianta sia diffusa sul territorio:
nella località Selle, se si guardano i prati dove hanno pascolato le
mucche, si possono notare delle zone non brucate, dove gli animali
hanno evitato di mangiare questa pianta. A PRAMOLLO la pianta è diffusa soprattutto lungo i
torrenti: un tempo, quando si portavano al pascolo per la prima volta i vitelli, si strofinava loro la
pianta sul muso, in modo da far loro capire che era cattiva.
Botanica
Famiglia: Ranunculaceae
Descrizione: pianta perenne erbacea, con fusti eretti, poco ramificati, coperti di peli appressati e con
foglie profondamente palmate. Si riconosce grazie all’infiorescenza, caratterizzata da una lunga spiga
terminale di fiori blu-violacei. Questi hanno una forma di casco e sono lungamente peduncolati,
sistemati a grappolo.
Habitat: vegeta presso le rive di ruscelli, nei luoghi umidi, nei prati, nei pascoli e ai margini dei
boschi di montagna. Fiorisce da giugno ad agosto ed è presente solo nell’Italia settentrionale, fra i
1000 e i 2600 m.
Parti usate: si tratta di una pianta estremamente velenosa! Tutte le specie di Aconitum contengono
l’alcaloide aconitina, una delle sostanze vegetali più tossiche che si conoscano: bastano pochi
milligrammi per procurare la morte. La maggior concentrazione di principio attivo è presente nelle
radici, sebbene tutta la pianta sia velenosa. Si possono verificare irritazione e intossicazioni anche
solo tenendo in mano l’aconito, poiché i principi attivi vengono assorbiti molto bene attraverso la
pelle. In particolare l’azione irritante è legata alla liberazione di glucosidi da parte del fusto e delle
foglie ciò avviene quando vengono maneggiati. Questo meccanismo è assai sviluppato nelle
ranuncolacee, infatti i glucosidi liberati in risposta agli insulti meccanici sono tossici per la pianta
stessa, tanto che è una caratteristica delle Ranuncolacee non conservarsi dopo essere state recise.
Nonostante ciò, alcune specie sono utilizzate a scopo medicinale, infatti, se utilizzata correttamente,
la pianta ha numerosi effetti terapeutici.

89

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

napél

Chiomonte

Prali

èrbo toro

Fenestrelle

Bobbio Pellice

tora

Perrero

Roure (Bourcet)

confortaqueur

Rorà

tora
Bibiana

Prarostino

Villar Perosa

Luserna
S. Giovanni

Pramollo

èrbo toro

�ARNICA
ARNICA MONTANA
Arnique

Per leggere la carta: La carta presenta risposte per tutte le località
montane o pedemontane: il tipo maggiormente diffuso è tabacas
(tabacos a Fenestrelle), ma in un paio di punti ricorre anche il
coetimologico dell’italiano arnica.
Saperi locali: Pur essendo una specie protetta, nell’alta Val Chisone
e in val Pellice è da sempre utilizzata. Si usano i fiori che possono
essere messi in alcool (a BARDONECCHIA e a SESTRIERE nella
grappa), da cui si ottiene la tintura (che ha una reazione più forte),
oppure in olio. Si lascia in infusione una ventina di giorni, prima al
sole e poi in un luogo fresco, scuotendolo ogni tanto e filtrandolo
quando l’olio ha preso colore. Serve come impacco o per massaggi
in caso di dolori muscolari, contusioni o slogature. A BOBBIO
PELLICE veniva usata fresca, al massimo pestata con un po’ di
strutto, mettendola come impacco sulle contusioni. A BOURCET si
pensava che sfregare un fiore di arnica su una puntura di ape o
vespa servisse ad alleviare il dolore: «Frétta lì n’tabacas!» “Strofina lì
un fiore d’arnica!”. Sempre a Bourcet si raccoglievano i capolini per venderli. Si facevano seccare
nella grangia per il grano, quindi si mettevano nei sacchi in attesa del passaggio di un negoziante di
FENESTRELLE che passava da tutte le famiglie: gli uomini avrebbero poi portato tutti i sacchi
acquistati a valle, sulle slitte. A PRAROSTINO non si usava perché si credeva facesse andar via la pelle,
mentre a PRAMOLLO si raccomanda di non mettere la tintura a contatto con delle ferite cutanee, per
piccole che siano. A CHIOMONTE è attestata l’usanza di fumare le foglie di arnica “come il tabacco”,
dalla quale probabilmente discende la denominazione tabacas. In pianura non si conosceva o, in caso
contrario, la si comprava.
Botanica
Famiglia: Asteraceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, alta 20-40 cm, presenta un rizoma da cui dipartono numerose
radichette e dal quale ogni anno rivegeta la pianta. Le foglie sono disposte a formare una rosetta
basale, mentre lungo lo stelo generalmente si sviluppa un solo paio di foglie opposte. Da ogni stelo si
sviluppa un solo fiore di colore giallo oro. Fiorisce da giugno ad agosto, a seconda dell’altitudine.
Vegeta dai 500 ai 2.500 metri.
Habitat: predilige i suoli acidi, aridi e freschi. Si sviluppa su brughiere, torbiere, prati e boschi radi.
Sparsa sui rilievi delle Alpi e dell’Europa Centrale.
Parti usate: i fiori (capolini) raccolti in estate durante la fioritura. Si applica sotto forma di unguenti,
creme o tinture in caso di distorsioni, dolori muscolari e articolari, slogature e reumatismi. Per la
tossicità di alcuni composti, l’impiego è limitato per “uso esterno”, e da non applicare in caso di ferite
aperte, date le possibili reazioni avverse o allergiche.

90

�Bardonecchia

arnica

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

tabacon

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

arnica

arnica - tabac

Chiomonte

Prali

tabacas

Fenestrelle

tabacos

Bobbio Pellice

tabacas

Perrero

tabacas

Roure (Bourcet)

tabacas

tabacas

Rorà

Luserna
S. Giovanni

tabacas
Bibiana

Prarostino

tabacas

Villar Perosa

tabacas

Pramollo

tabacas

tabacas

�ARTEMISIA VULGARIS
ARTEMISIA VULGARIS L.
Armoise Commune

Per leggere la carta: Si noti che in quasi tutte le località
ricorre il tipo coetimologico dell’italiano artemisia, con
realizzazioni fonetiche più o meno distanti da questo. A
Pramollo si sottolinea come a San Germano la pianta venga
chiamata ërtemiza.
Saperi locali: La pianta vegeta spontaneamente quasi
dappertutto, e si utilizzano molto le foglie e le sommità
fiorite che vengono bevute sotto forma di infuso. L’uso
popolare la consiglia prevalentemente per le donne con
problemi mestruali o mestruazioni dolorose e in generale
per tutto l’apparato sessuale femminile; infatti un detto
diceva «se la fennë sabéssë la virtù d’l’arsëmizë i s’nën pliaria t’
lou dzours dins sa chamizë»: “se la donna conoscesse le virtù
dell’artemisia se la terrebbe ogni giorno nella sua camicia”
(PRAGELATO e SESTRIERE). La pianta veniva usata anche
per le mucche partorienti, forse per le sue virtù depurative.
A PERRERO si utilizzava anche, insieme ad altre erbe
aromatiche, per fare dei fumi all’interno delle stalle, «për fâ
l’eitubbo», ovvero per depurare e pulire il locale, dopo che le
mucche venivano portate al pascolo. A PRAROSTINO c’era un’usanza simile: si aveva l’abitudine,
quando la mucca partoriva, di far bruciare un po’ di artemisia per profumare la stalla, perché si
diceva che altrimenti le vacche avrebbero perso il latte a causa dell’odore del letame.
Botanica
Famiglia: Asteraceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, cespugliosa, con un lungo fusto rossiccio e ramosissimo, alto
dai 50 ai 150 cm. Le foglie sono pennatorpartite, con segmenti dentati: la pagina superiore è verde
scuro e glabra, mentre la pagina inferiore è coperta di fitti peli bianco-grigiastri. Agli apici degli steli
sono riunite in pannocchie le infiorescenze bruno-giallastre.
Habitat: bordi di sentieri e di strade, incolti. Predilige i terreni azotati dal livello del mare fino ai 1000
m. Fiorisce da giugno a settembre ed è presente in tutta Italia.
Parti usate: si utilizzano le sommità fiorite (raccolte tra luglio e agosto) in tisana, che hanno proprietà
amaro-toniche, emmenagoghe, sedative e digestive, per la cura di dismenorrea e amenorrea,
irregolarità del ciclo mestruale, parassitosi intestinali, stati anoressici e dispepsia. Le radici sono
indicate anche a favore del sistema nervoso centrale in caso di sovraccitazione e stanchezza generale
(usi e tradizioni popolari attribuiscono alla pianta anche proprietà antiepilettiche). Foglie e boccioli
dei fiori apicali possono essere utilizzati anche come spezia (leggermente amarognola) per condire
piatti di carne, insalate e zuppe.

91

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

arsimîz

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

arsëmizë

artimizo

Chiomonte

Prali

ërsëmizio

Fenestrelle

arsëmizë

Bobbio Pellice

artemizia

Perrero

armiza (pl.)

Roure (Bourcet)

arsëmizo

artemizia

Rorà

Luserna
S. Giovanni

artemizia
Bibiana

Prarostino

artemiza

Villar Perosa

artemizia

Pramollo

ërtëmizo

artemizia

�ASPARAGO SELVATICO
ARUNCUS DIOICUS (W.) F.; ASPARAGUS OFFICINALIS L.; ORNITHOGALUM PYRENAICUM L.
Asperge Sauvage

Per leggere la carta: La pianta è conosciuta
solo in area montana, dove cresce; tutte le
denominazioni continuano il latino, con
l’aggettivazione ‘selvatico’, tranne quella
attestata a Fenestrelle, glaoudia. A Prali viene
riportata anche la denominazione ëspars
salvagge, che è percepita come più italianizzata;
a Prarostino l’informatrice cita anche gli spari
(asparago dei boschi) e il doumbrenque
(asparago “barba di capra”). A Luserna San
Giovanni, l’asparago «che fa la lanetta bianca
lo chiamiamo in francese, la reine des bois».
Saperi locali: L’asparago selvatico è
conosciuto solo in area montana. Forma e uso
lo avvicinano all’asparago domestico. Non
cresce ovunque, ma soltanto nelle zone umide
(PRALI), vicino ai torrentelli e nelle zone
ombrose del sottobosco (BOBBIO PELLICE,
PRAROSTINO), nelle rogge ma pure in aree un
poco pietrose, non dove ci sia troppa erba
(PERRERO). A PRAMOLLO l’informatrice ci dice
invece che la pianta si trova nei prati assolati,
dove viene raccolta per uso alimentare, o in
virtù dei suoi effetti diuretici. Viene raccolto
quando è ancora rosso, prima che salga troppo
in fretta; vengono fatti bollire, e l’acqua della
prima bollitura si butta via, perché altrimenti
sono troppo amari e si fanno bollire con acqua pulita fino a quando non sono cotti (PRALI). Si
possono mangiare in insalata o al forno con parmigiano e burro o in pinzimonio con dell’olio.
L’asparago domestico, nella zona non montana, non si piantava nell’orto ma in un terreno
appositamente adibito a sparzera. Il terreno scelto deve essere morbido, meglio se sabbioso, o
comunque drenante; si faceva una specie di fosso in cui si sotterrava del ferro, stracci, o un tempo
sarmënta di vite. Una volta preparato il terreno si prendono le radici e si mettono sottoterra, ben
coperte. Il primo raccolto avviene il secondo anno (BIBIANA), e la pianta porta con profitto per cinque
o sei anni. La raccolta è da aprile a tutta la primavera inoltrata.

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�Botanica
Aruncus dioicus (W.) F.
Famiglia: Rosaceae
Descrizione: robusta pianta erbacea, perenne, alta fino a 2 metri quando è fiorita. Il rizoma è legnoso,
i fusti sono poco ramificati e, durante la fioritura sono molto appariscenti, appaiono come grandi
pannocchie costituite da piccoli fiori bianchi (da qui il nome “barba di capra”).
Habitat: cresce in zone umide e ama il sottobosco dei boschi submontani. Vegeta dai 500 ai 1500 m.
Fiorisce fra giugno e luglio ed è presente solo in Italia settentrionale.
Parti usate: i giovani germogli rossastri sono edibili e germogliano verso aprile-maggio.
Asparagus officinalis L.
Famiglia: Asparagaceae
Descrizione: pianta erbaceae perenne, a completo sviluppo è dotata di un fusto verde, eretto, glabro
e ramosissimo, alto fino a 1,50 m. Dai giovani germogli primaverili (turioni) si sviluppa poi una
bacca rossastra caratteristica.
Habitat: zone di mezz’ombra, su terreni acidi e ben drenati. Si trova in zone incolte e in prossimità di
corsi d’acqua. Vegeta dai 0 ai 600 m. Fiorisce fra maggio e luglio. ed è diffuso in tutta Italia.
Parti usate: i giovani germogli, chiamati turioni, sono commestibili e vengono raccolti verso aprile e
maggio.
Ornithogalum pyrenaicum L.
Famiglia: Asparagaceae
Descrizione: pianta erbaceae bulbosa, con bulbo sotterraneo allungato. Le foglie sono lineari
scanalate e appassiscono durante la fioritura. I fiori sono bianco-giallini a spiga e disposti in modo
piramidale.
Habitat: predilige terreni incolti, boscaglie e cespuglieti. Vegeta dai 0 ai 1500 m. Fiorisce fra maggio e
luglio. Diffuso in tutta l’Italia.
Parti usate: i giovani turioni consumati come gli asparagi.

93

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

Chiomonte

Prali

Bobbio Pellice

sparus sarvage

Perrero

Roure (Bourcet)

spars sarvagge

sperjo - ëspars
salvagge

Fenestrelle

glaoudia

Prarostino

sparou

Villar Perosa

spars sarvagge

Rorà

Luserna
S. Giovanni
Bibiana

ëspars sarvage

Pramollo

spars

ëspars (pl.)

�ASSENZIO
ARTEMISIA ABSINTHIUM L.
Absinthe
Per leggere la carta: Il tipo, pur in vesti fonetiche piuttosto
disomogenee, è lo stesso in tutta l’area, con l’eccezione di Chiomonte,
dove è attestata la forma fô.
Saperi locali: Si usavano le sommità fiorite e le foglie in tisana, per il
mal di stomaco e come vermifugo, soprattutto per i vermi dei
bambini (dë breu d’ûsénc, del brodo d’assenzio, ROURE), o per favorire
la digestione (PRAMOLLO). Si dava anche alle mucche e ai conigli per
problemi di indigestione. L’assenzio si poteva anche usare fresco,
pestato con del lardo rancido, per fare degli impacchi (pias) per le
slogature, le contusioni o le botte, come cita una testimonianza di
VILLAR PEROSA: «pœi a pistavu l’an-sens cun ël lart, […] l’ansens cun ël
sim, ël lart ransi, alura lu pistavu, a resta na papëtta e lu bütavu sle fiacüre,
esant ca i’era pa ‘l lasonil […] tisana d’ an-sens për i vèrm, lu fasiu pa ‘d
sicür ën licur, l’infuso për i vèrm, la freu, le stumiére»: “poi pestavano
l’assenzio con il lardo rancido, fino a ridurlo a una pappetta che si
metteva sulle contusioni, siccome non c’`era il Lasonil [...] tisana
d’assenzio per i vermi, non facevamo certo il liquore, infuso per i
vermi, la febbre, l’indigestione”. A BOBBIO PELLICE veniva usato
fresco, pestato nel mortaio fino a creare una pastella, per far spurgare gli ematomi e, a dosi elevate,
serviva come abortivo. A PRAMOLLO si crede che l’abuso di assenzio provochi l’epilessia. Sia a BOBBIO
PELLICE che a FENESTRELLE si utilizzava per profumare le stalle (facendo l’îtubbë, le fumigazioni) dopo che
si era tolto il letame. Si prendeva la brace dalla stufa sulla quale venivano deposti dei rametti di assenzio,
rosmarino e ginepro; serviva a depurare l’ambiente. Per il suo gusto molto amaro, a BOURCET, gli uomini
ne tenevano un rametto in bocca quando non potevano fumare. Invece a PERRERO e PRAROSTINO, per le
stesse caratteristiche, era sconsigliato darlo a uomini e bestie: dicevano che faceva andare fuori di testa.
Botanica
Famiglia: Asteraceae
Descrizione: pianta erbacea perenne che, se sfregata, ha un odore amaro caratteristico. In primavera, dalle
radici si sviluppano getti alti 40-60 cm. con fusti molto ramificati nella parte superiore e di colore
bianco/argenteo per la presenza di peli fitti e corti. Anche le foglie, tripennate, sono pelose e di colore
bianco/argenteo nella pagina superiore, verdastro quella inferiore. I fiori appaiono come pallini gialli
radunati in pannocchie terminali.
Habitat: vegeta in luoghi incolti, argillosi e secchi, lungo i bordi delle strade e nei prati submontani. Si
trova in tutta la penisola dal livello del mare fino ai 2.000 m. Fiorisce da luglio a settembre e si raccoglie da
maggio ad agosto.
Parti usate: le foglie e le sommità fiorite. In infuso o decotto ha proprietà vermifughe, febbrifughe,
digestive ed emmenagoghe. Va usato con moderazione per la presenza di una sostanza psicoattiva, il
tujone, che a dosi elevate è neurotossico.

94

�Bardonecchia

douissë'n

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

iséns - uséns

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

ûséncs

fô - fôr

Chiomonte

Prali

ûisénc

Fenestrelle

usénc

Bobbio Pellice

uisént

Perrero

unsënc

Roure (Bourcet)

ûsénc

uisënt

Rorà

Luserna
S. Giovanni
Bibiana

insens èrba bianca

Prarostino

ushénc

Villar Perosa

uisént

Pramollo

ûisénc

ansens

�BARBA DI BECCO
TRAGOPOGON PRATENSIS (L.) CELAK
Salsifis des prés

Per leggere la carta: Il nome è ben attestato in tutta
l’area d’indagine: è calco del greco tragopogon
(‘barba di capro’ appunto) più che nuova
formazione – tranne nel caso della seconda
risposta fornita a Rochemolles di Bardonecchia,
erbabouc.
Saperi locali: Cresce in zone umide o comunque
non aride, nei prati o nelle rive; è conosciuto in
quasi tutte le località di inchiesta, anche se non
dappertutto è ancora utilizzato. Una volta se ne
trovava in grande quantità, mentre ora scarseggia
perché i prati non sono più concimati, ma si può
coltivare (FENESTRELLE). Della pianta si utilizzano
le radici e i germogli (FENESTRELLE), che vengono
utilizzati per preparare soprattutto tisane. Altri usi
mangerecci sono quello di prepararne minestre,
anche solo di barbabouc (PRAMOLLO, PRAGELATO),
insalate (PRAMOLLO), oppure di cuocerli in forno
gratinati con parmigiano. I germogli possono
essere mangiati in insalata, ottima per il loro gusto
acidulo (BOBBIO PELLICE), o fatti saltare in padella
con del burro (PRALI). A RORÀ non si mangia più e
anche a PRAMOLLO non si ha l’abitudine di usarlo.

Botanica
Famiglia: Asteraceae
Descrizione: pianta erbacea biennale o pluriennale, con radice a fittone e fusto eretto, poco ramoso,
striato e cavo con linfa lattiginosa. Le foglie si presentano lineari, lunghe, strette e appuntite, simili a
fili d’erba e avvolgono il fusto. I fiori sono capolini apicali di colore giallo oro a forma di stella, che si
chiudono a mezzogiorno o con il tempo coperto.
Habitat: comune ai lati dei sentieri, nei prati e nei campi non eccessivamente fertili. Vegeta dal livello
del mare ai 2.100 m, e fiorisce da aprile a settembre. È presente in tutta l’Italia escluse le isole.
Parti usate: tutta la pianta è commestibile, finché è tenera e giovane, come anche la radice. Questa ha
anche proprietà diaforetiche, espettoranti, sudorifere e astringenti; infatti da sempre utilizzata come
calmante in tutte le affezioni dell’apparato respiratorio.

95

�Bardonecchia

Arvieux

barbabouc erbabouc

Aiguilles

Sestriere

barbabouc barbobouc

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

barbabouc

Prali

barbabouc

Bobbio Pellice

barbabouc

Perrero

barbabouc

Roure (Bourcet)

barbabouc

Fenestrelle

barbabouc

barbabouc - barbobouc

Chiomonte

barbabouc

Rorà

Luserna
S. Giovanni

barbabuc
Bibiana

Prarostino

Villar Perosa

barbabouc

Pramollo

barbabouc

�BARDANA
ARCTIUM LAPPA L.
Bardane

Per leggere la carta: La bardana presenta una
varietà di denominazioni interessante: le valli
Chisone e Germanasca sembrano più
compatte in nomi che apparentemente
rimandano a ‘grattaculo’; i nomi raccolti a
Fenestrelle «grattëcloùe o lappë» possono
portare a individuare un composto in cui la
coda sia ‘lappa’ o simile, la testa forse dal
germ. kletto ‘bardana’ (cf. FEW XVI 331)
incrociato certo con il lat. crataegus. La fortuna
del tipo andrà ricercata nella spinosità della
testa della bardana, che la avvicina alla rosa
canina (gratacul). Si fa derivare dal germ. kletto
anche gëtta «con ġ forse per analogia di ġụtáy»
(Levi, Le palatali piemontesi, Torino 1918, p.
11): nella nostra indagine abbiamo agëtte, a
Villar Perosa. Il nome napoulé (Rorà), da cui
napouleoun di San Giovanni (indizio dell’uso
giocoso della pianta), sarà da legarsi alle
nominazioni napule / lapule, attestati
dall’ALEPO
nel
basso
Piemonte,
e
riconducibili a ‘lappa’ (&lt; lappa) così come la
forma di Bardonecchia; allo stesso modo
apilhet raccolto a Bobbio, è spiegato
dall’informatore «nel senso che si appiglia»:
ragione denominativa che si ritrova in altri
nomi della pianta, non raccolti nella nostra indagine. L’informatrice di Roure ci dice che, a Perosa, la
pianta sarebbe chiamata gratacüi, mentre a Pramollo la forma grattacùou viene spiegata con la
caratteristica dei fiori uncinati di attaccarsi agli abiti e al pelo degli animali, provocando loro prurito.
In alta Valle di Susa vanno infine segnalate le forme coetimologiche dell’italiano bardana (Sestriere e
Bardonecchia), grampias (Sestriere) e grouvio e chicapoui – quest’ultimo definito come “piemontese”
(Chiomonte), che non hanno corrispondenti nell’area.
Saperi locali: Nelle località d’inchiesta montane è una pianta molto conosciuta e fino a metà del
secolo scorso anche ampiamente utilizzata a scopo medicinale. Cresce vicino agli orti, ed è una pianta
robusta che sopporta bene gli inverni. D’autunno si raccoglieva la radice, si faceva seccare e poi si
usava per farne dei decotti. Si usava per le sue funzioni depurative, per le vene varicose e per il
miglioramento generale della circolazione oppure per la cura dei capelli (BARDONECCHIA). A PRALI
si aggiungevano anche le foglie nei minestroni primaverili. Invece nelle zone di campagna

96

�pedemontane e di pianura era prevalentemente utilizzata a fini ludici: i bambini si lanciavano
addosso i fiori, che rimanevano appiccicati ai vestiti.

Botanica
Famiglia: Asteraceae
Descrizione: pianta biennale, erbacea e di grandi dimensioni, che il primo anno sviluppa una rosetta
basale, nel secondo anno fiorisce e poi muore. Le foglie sono molto grandi e di forma triangolare,
mentre i capolini, di colore viola-rossastro, crescono all’apice di lunghi steli, con i singoli fiori muniti
di brattee uncinate e appuntite mediante le quali rimangono attaccate ai vestiti. La radice a fittone è
carnosa e di colore nero all’esterno.
Habitat: bordi di sentieri, incolti, radure boschive dal piano fino a 1800 m. Fiorisce da luglio fino a
settembre ed è presente in tutta Italia.
Parti usate: In cucina i piccioli delle foglie giovani vengono raschiati e sono ottimi lessati oppure
fritti, mentre le radici si consumano crude in insalata, oppure cotte impiegate come le carote o,
aggiunte alla fritture. La radice è anche curativa grazie alle mucillagini e all’amido di cui è ricca: è
considerata depurativa e diuretica se assunta sotto forma di decotto, mentre per uso esterno è
indicata in caso di malattie della pelle (come eczema e psoriasi), contro la forfora e per stimolare la
crescita dei capelli.

97

�Bardonecchia

Arvieux

bardanë - lapas

Aiguilles

Sestriere

Abriès

grampias - bardonh
- plant dâ gratcuëls

Pragelato
(Grand Puy)

gratquieul

Prali

chardoun

Bobbio Pellice

apilhet

Perrero

grattocùel

Roure (Bourcet)

grattocùel

Fenestrelle

grattëcloùe
- lappë

grouvio - chicapoui

Chiomonte

napoulé

Rorà

Luserna
S. Giovanni
Bibiana

Prarostino

gratacù

Villar Perosa

agëtte (pl.)

napouleoun

Pramollo

barda(n)o grattacùou

�BISTORTA
BISTORTA OFFICINALIS D.
Renouée Bistorte

Per leggere la carta: Bardonecchia, Rorà, Bobbio
Pellice e Bibiana sono concordi nel tipo ‘lingua bovina’,
motivato a Bobbio «per via della foglia che pare abbia
la forma della lingua dei bovini». Anche a Prarostino
la forma lëngabouina, motivata, come a Bobbio Pellice,
dalla somiglianza della foglia con la lingua delle
mucche. L’altro tipo, prevalente in val Chisone e
Germanasca, è ërparà; il plumin di Pragelato sarà
probabilmente un ‘piumino’, dalla forma del fiore.
Infine la forma prèlle di Chiomonte trova
corrispondenza nelle località francoprovenzali della
Valle di Susa (Mattie, Giaglione e Novalesa).
Saperi locali: Considerata un’ottima erba da foraggio
e particolarmente apprezzata dalle mucche, era molto
presente negli anni passati nei prati, mentre ora sta
scomparendo per via del troppo letame presente sul
suolo. Nelle aree montane era fra le erbe spontanee
raccolte in primavera per dare sostanza alle minestre,
alle frittate o anche solo lessate in acqua e poi passate
in padella, come con gli spinaci selvatici. A
FENESTRELLE si usava anche a scopo medicinale: Le foglie e le radici (anche polverizzate) venivano
bevute in tisana in caso di disturbi intestinali, mentre a PRAROSTINO dicevano che servisse per la
tosse, ma di non esagerare perché è “brusc”.
Botanica
Famiglia: Polygonaceae
Descrizione: erbacea perenne dotata di fusto cavo e nodoso, privo di ramificazioni. Le foglie sono
oblunghe con i margini ondulati e una grossa nervatura centrale bianca. All’apice del fusto crescono i
fiori rosa riuniti in una densa spiga cilindrica.
Habitat: forma vaste distese nei prati umidi di montagna; fiorisce da maggio ad agosto e vegeta dai
900 fino ai 2000 m. È diffusa in tutta Italia, con l’eccezione delle isole.
Parti usate: le giovani foglie possono essere mangiate crude in insalata o cotte come gli spinaci, oltre
essere considerate un ottimo foraggio per gli animali. In tempi di carestia, il rizoma contorto e
serpentiforme veniva essiccato, macinato e addizionato alla farina per allungarla. A livello
terapeutico è un’erba con proprietà astringenti, lenitive, febbrifughe, diuretiche, lassative ed
emostatiche. Per uso interno si usa in caso si diarrea, catarro, cistite e mestruazioni abbondanti. Per
uso esterno in caso di faringite, gengivite, perdite vaginali, fistole anali, ferite purulente, emorroidi e
scottature.

98

�Bardonecchia

Arvieux

lënguë bouvinë

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

plumin

prèlle

Chiomonte

Prali

ërparà

Bobbio Pellice

lengabouina

Perrero

ërparâ (pl.)

Roure (Bourcet)

ërparâ (pl.)

Fenestrelle

arparò

lënguebouìne (pl.)

Rorà

Bibiana

lengabuina

Prarostino

couligoula lëngabouina

Villar Perosa

Luserna
S. Giovanni

Pramollo

ërparâ (pl.)

�BORRAGINE
BORAGO OFFICINALIS
Bourrache

Per leggere la carta: Questa carta si presenta a prima vista
compatta, con lo stesso tipo lessicale diffuso in tutte le località.
Con uno sguardo più attento è tuttavia possibile notare come le
zone di parlata occitana delle Valli Chisone, Germanasca e Pellice
presentino il dittongamento della vocale tonica, assente in area
piemontese e in Val di Susa, e come alcune località (Prali, Perrero,
Sestriere e Pragelato) non abbiano la consonante finale.
Saperi locali: A PRAGELATO, a FENESTRELLE e a BOBBIO PELLICE
gli informatori raccontano che la borragine cresce spontaneamente
negli orti: se ne raccoglieva il fiore per trarne tisane contro la tosse
e il raffreddore e a scopo diuretico-depurativo; la foglia serviva
per fare degli impacchi che toglievano l’infiammazione (a
PRAGELATO si mettevano le foglie direttamente dove si era preso
un colpo). A BARDONECCHIA era uso fare delle tisane di borragine
contro il raffreddore o il mal di pancia. Si mangiava in frittata, nei
ripieni e in minestra, con l’immancabile patata, che veniva
schiacciata con il mestolo per fare un po’di spessore (BOURCET). Si usava anche fare le frittelle con le
foglie, passandole nella pastella, ottenendo quelle che in alcune località vengono chiamate binhëtta
(PRALI E BOBBIO PELLICE): quello alimentare è l’uso più comune nella maggior parte delle località
d’inchiesta, come si rileva a PERRERO («Soun bounissim dâ fâ in pastella, e en la mêtro»). A PRAROSTINO
invece il fiore non si usava.

Botanica
Famiglia: Boraginaceae
Descrizione: pianta erbacea annuale che si dissemina spontaneamente, alta dai 20-60 cm con fusti
eretti, ramosi in alto e sovente venati di rosso. Tutta la pianta è caratterizzata da setole bianche che la
rendono ispida. Le foglie sono ovate o lanceolate, mentre i fiori sono peduncolati, penduli e riuniti in
infiorescenze terminali, con 5 petali a forma stellare di colore violetto-bluastro.
Habitat: predilige i terreni fertili e concimati e gli ambienti ruderali sabbiosi, argillosi e umidi. Specie
molto comune in tutta Italia sia spontanea che naturalizzata dal piano fino agli 800 m. Fiorisce da
aprile ad agosto.
Parti usate: la pianta intera e l’olio. Questa contiene fitoestrogeni che aumentano la secrezione lattea
(galattogena), mucillagini ad azione emolliente in caso di catarro e tosse, minerali di calcio e potassio
che donano un’azione tonico nervina, olio (estratto dai semi) ricco di Omega-6, usato per via interna
per prevenire varie patologie infiammatorie della pelle. Si sconsiglia un uso prolungato di foglie e
fiori perché contengono degli alcaloidi pirrolizidinici che sono epatotossici, mentre nell’olio questi
non sono presenti.

99

�Bardonecchia

bourachë bourash

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

bourai

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

bourai

bourasho

Chiomonte

Prali

bourai

Fenestrelle

bourais

Bobbio Pellice

bourais

Perrero

bourai (pl.)

Roure (Bourcet)

bourais

bourais

Rorà

buras
Bibiana

Prarostino

bouras

Villar Perosa

Luserna
S. Giovanni

buras

Pramollo

bourais

buras

�CALENDULA
CALENDULA OFFICINALIS
Souci Officinale

Per leggere la carta: Il tipo più diffuso è da ricondurre a
‘cortesia’, e fa probabilmente riferimento alla pratica di
raccolta dei fiori: resiste in area montana, benché sia voce
anche piemontese, mentre in pianura è prevalente ‘calendula’.
Si noti che l’informatore di Pragelato non è sicuro nel
rispondere, mentre l’informatrice di Villar Perosa avverte che
«quaidün la cunfunt cul tagete e la ciama carugnëtte».
Saperi locali: A PRAGELATO, a PERRERO e a BOBBIO PELLICE
veniva coltivata perché altrimenti tendeva ad inselvatichire e
sparire: a PRAGELATO era più che altro ornamentale anche
perché non sopportava il freddo dell’inverno, come anche a
BOURCET e a PRAMOLLO. A PERRERO veniva usata in tisane, o
se ne facevano dei cataplasmi per curarsi in caso di lividi e
botte: si schiacciavano le foglie e le radici e si facevano degli
impacchi. A PRALI le foglie vengono utilizzate per la frittata e
nella minestra, inoltre il fiore viene fatto essiccare e utilizzato
in infuso poiché è utile per il mal di denti. Si può anche
mettere nell’olio e utilizzarla come unguento sulle
bruciature. Invece a PRAROSTINO viene spontaneamente di
anno in anno: si usa il fiore in tisana (d’estate fresco,
d’inverno secco), mettendo un pizzico di fiori secchi
nell’acqua bollente e si lascia qualche minuto in infusione, poi si beve senza zucchero e fa bene per il
sangue e per i giramenti di testa. A RORÀ viene solo utilizzata a scopo ornamentale, mentre a
LUSERNA si è persa.

Botanica
Famiglia: Asteraceae
Descrizione: piccola pianta erbacea annuale, alta dai 20-50 cm. Con fusto eretto, ramificato e carnoso.
Le foglie sono di color verde-grigiastro, mentre all’apice del fusto troviamo i caratteristici fiori a
capolino, che vanno dal giallo all’arancio lucente.
Habitat: coltivata nei giardini, mentre risulta spontanea negli incolti e nelle aree antropizzate dal
piano fino ai 600 m. Fiorisce da giugno a novembre ed è presente in tutta Italia.
Parti usate: i capolini raccolti durante la fioritura possono essere utilizzati sia per via interna in tisana
che ad uso esterno sotto forma di pomate o oleoliti. Hanno attività antinfiammatoria, antibatterica,
antisettica, cicatrizzante, decongestionante, lenitiva, idratante, coleretica, emmenagoga, ipotensiva,
vasodilatatrice periferica, antispasmodica.

100

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

cortezìa

Chiomonte

Prali

courtëzìo

Fenestrelle

Bobbio Pellice

courtezìa

Perrero

courtezìo

Roure (Bourcet)

courtesiò

caléndoula

Rorà

Luserna
S. Giovanni
Bibiana

calendula

courtezìa
Prarostino

courtezìe (pl.)

Pramollo

Villar Perosa

curtezìe (pl.)

�CAMOMILLA
MATRICARIA CHAMOMILLA L.
Camomille

Per leggere la carta: Tutte le denominazioni riportano
il tipo coetimologico dell’italiano camomilla; gli
informatori di Pramollo aggiungono che, a San
Germano, la pianta viene chiamata caramillha.
Saperi locali: Viene selvatica nei campi e anche negli
orti, dove si faceva attenzione a non sradicarla quando
si zappava la terra. Gli informatori di PRAMOLLO
sostengono che la scorta di fiori essiccati vada
rinnovata ogni anno: questi servono per curare la
febbre, il mal di testa, “e un’infinità di altri malanni”.
La tisana veniva assunta come sostituto del tè, come
calmante e per i problemi di insonnia, ma non per tutti:
a molti fa l’effetto contrario! Con l’infuso tiepido si
curavano anche i problemi agli occhi, facendo impacchi
con degli stracci bagnati o con dei batuffoli di cotone.

Botanica
Famiglia: Asteraceae
Descrizione: pianta erbacea annuale, intensamente profumata, alta 20/40 cm con fusti eretti, sottili,
glabri e spesso ramificati. I fiori sono costituiti da capolini apicali, con la parte interna di colore oro,
mentre la corolla è costituita da petali ligulati bianchi.
Habitat: presente negli incolti, lungo le strade, infestante nelle coltivazioni di cereali. Vegeta tra il
livello del mare e gli 800 m. (raramente, fino ai 1.500 m). Fiorisce da maggio ad agosto ed è presente
in tutto il territorio italiano.
Parti usate: i capolini florali raccolti nel periodo della fioritura (giugno/luglio). È un’erba con azione
spasmolitica, sedativa e digestiva. Per uso interno serve in caso di problemi digestivi di origine
nervosa e stimola i globuli bianchi del sistema immunitario che hanno il compito di combattere le
infezioni (es. raffreddore o influenza). Per uso esterno è emolliente e cicatrizzante in caso di ferite e
scottature.

101

�Bardonecchia

camamilhë

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

canamilh

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

canamillhë

camamilho

Chiomonte

Prali

caramillho

Bobbio Pellice

caramillha

Perrero

caramilho

Roure (Bourcet)

caramillho

Fenestrelle

canamillhë

canamìa
Bibiana

Prarostino

canamìa

Luserna
S. Giovanni

canamìa

Rorà

canamìa
Villar Perosa

canamìa

Pramollo

caramillho canamillho

�CARDO
VARIE
Chardon

Per leggere la carta: Le diverse specie sono ben
conosciute, e continuano cardus, con suffissi per
distinzione delle specie; la zona montana di crescita è
all’origine del fatto che anche in area piemontese si
imponga, ad es., l’esito palatale di CA iniziale a
Bibiana. In molte località sono registrate diverse
forme, per lo più riconducibili a specie diverse: a
Roure la chardouso viene più in alto, e facilmente
corrisponde al ‘cardo di montagna’ (Bobbio Pellice), o
carlina acaulis (Bibiana); anche a Villar Perosa è stata
raccolta la forma ciardusso, per la carlina, oltre alla
variante fonetica cardoun. La denominazione
registrata a Pramollo corrisponde al cardo domestico,
quello selvatico è lou chardoun. L’informatore di
Perrero fa corrispondere la denominazione riportata
al ‘cardo d’argento’, le informatrici di Prali parlano
invece di un ‘cardo selvatico’. Anche l’informatrice di
Luserna San Giovanni cita l’opposizione fra il cardo
coltivato (cart, forma raccolta anche a Bobbio Pellice,
con identica definizione) e il cardo selvatico
(chardoun). A Bibiana, tutti i cardi diversi dalla carlina
sono cardoun; a Pragelato, la forma raccolta (al plurale
tsërdous) fa riferimento alla carlina acaulis.
Saperi locali: Delle diverse specie di cardo si prende in considerazione soprattutto la carlina (carlina
acaulis), cui vengono affiancate alcune specie da orto. In tutti i luoghi si sottolinea la differenza tra i
cardi mangerecci e quelli selvatici, associati talora alle malerbe o di cui si sottolinea il carattere
infestante. Il cardo selvatico prende il posto delle patate quando queste vengono raccolte (PRALI) e
quando viene negli orti si estirpa subito, altrimenti diventa difficile da debellare. È da togliere anche
nei prati in cui ne vengono molti, perché non diano fastidio alle vacche al pascolo (PRAROSTINO).
Nelle due valli Pellice e Chisone, della carlina è sottolineato l’uso ornamentale sulle case, con
funzione di segnatempo o barometro: viene messa sulla porta di ingresso delle case, rivolta a sud, e
se è aperta vuol dire che c’è il sole, se si chiude invece segna la pioggia. Il cardo d’argento è molto
buono da mangiare (cardoun) gli tagli via le foglioline attaccate che formano la corolla, gli tagli via i
semi e la parte che poi fiorisce, togli via tutto questo, poi li fai bollire nell’acqua e aceto e li metti via
sott’olio” il cardo ‘pungente’ [cardo rosso o cardo branca orsina?] veniva fatto bollire ed era dato alle
vacche quando avevano il ciclo prima di essere fecondate (San Martino). Varietà di cardo si possono
mettere nell’orto, per mangiarli nella bagna cauda, anche se non così frequentemente per il lavoro che
danno: debbono essere calzati e rincalzati e poi avvolti nella carta per farli imbianchire.

102

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

tsërdoun

Chiomonte

Prali

Bobbio Pellice

chardoussa - cart

chardoun

Perrero

cardoun

Roure (Bourcet)

Rorà

Luserna
S. Giovanni
Bibiana

ciardusa cardoun

Prarostino

chardoun

Villar Perosa

ciardun –
ciardusso cardoun

chardoun - cart

Pramollo

cart chardoun

chardouse (pl.)

chardoun - chardouso

Fenestrelle

cherdoun

�CELIDONIA
CHELIDONIUM MAJUS L.
Grande Chélidonie

Per leggere la carta: Il tipo più antico, vista l’area di diffusione,
pare essere quello attestato a Ghigo, Usseaux, Porte e Bibiana,
che continua lat. celidonia, con passaggio di l a r, parallelo a –e
forse sotto l’influsso di saria ‘salvia’; l’alta val Chisone aggiunge
erba, forse su impulso delle denominazioni vicine. Queste fanno
riferimento alle proprietà della pianta di curare i pouret
(significativo il nome a Grand Puy); ‘bruciaocchi’ di Villar
Perosa, dove la pianta viene identificata come cula ca fa ël lattice
giaun, è termine passe-partout per le piante con caratteristiche
simili. Le denominazioni di Bardonecchia e Chiomonte, flou d’là
“fiore del latte” e èrbo fleirardo ‘erba puzzolente’, rimandano
probabilmente al latice giallo e maleolente secreto dalla
celidonia.
Saperi locali: È conosciuta in tutta l’area di ricerca (sebbene non
dappertutto se ne conosca il nome), eccezion fatta per
PRAMOLLO. Veniva utilizzata nella medicina popolare, come rimedio naturale per porri, verruche,
calli e piccole piaghe in generale. È facile da trovare presso i muri (non d’inverno) e, quando viene
strappata, ne esce un liquido giallastro arancione («planto qu’à d’ lait» ROURE), dal forte effetto
cauterizzante, da porre sulle ferite (con le ovvie controindicazioni: «së tla tuche e büte le man ‘n buca
brüsa la lenga e ij öi» Barge, da cui il nome attestato a VILLAR PEROSA). Quando uscivano i pourét
(PERRERO, LUSERNA), si trattavano con la linfa della celidonia e si continuava a medicarli per almeno
7-8 giorni, anche per più volte al giorno (PERRERO), fino a che non sparivano. A PRAROSTINO e
BOBBIO PELLICE veniva usata anche per il mal di denti: veniva applicata sull’ascesso o sul dente
dolorante, facendo però attenzione a non ingerirla in quanto velenosa.

Botanica
Famiglia: Papaveraceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, con fusto ramificato alto 50/80 cm. Ha piccoli fiori gialli a 4
petali che fioriscono da maggio a ottobre. Carattere distintivo è il lattice giallo che secerne quando
viene incisa, velenoso se ingerito.
Habitat: tipica delle zone incolte, si trova spesso accanto ai muri e ai bordi dei sentieri, solitamente in
zone un po’ ombrose, su suoli ricchi di sostanze nutritive. È comune in tutta Italia, come in Europa e
in Africa settentrionale.
Parti usate: le parti aeree della pianta e la radice. Il lattice viene usato, in medicina popolare, per la
cura delle verruche, grazie al suo effetto caustico a contatto con la pelle. L’estratto è antibatterico e
antivirale. I semi hanno un nutriente corpo oleoso molto gradito alle formiche, che così li diffondono.

103

�Bardonecchia

flou d'là

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

èrbë d’ la verua

èrbo fleirardo

Chiomonte

Roure (Bourcet)

Prali

sireunnho

Bobbio Pellice

èrba dî pourét

Perrero

èrba di pourét (pl.)

Fenestrelle

èrbë sironnhë

Rorà

säriögna
Bibiana

Prarostino

chirieunha

Luserna
S. Giovanni

Pramollo

Villar Perosa

brüsaöi

�CICORIA
CICHORIUM INTYBUS L.
Chicorée Sauvage

Per leggere la carta: Accanto al tipo lessicale più
diffuso (coetimologico dell’italiano cicoria),
troviamo alcune denominazioni isolate (salada
sërvaja a Bobbio Pellice), o in uso nell’area per
indicare altre piante: è il caso della jalino graso di
Pragelato o della chicouta di Perrero. Le
denominazioni raccolta a Fenestrelle e a Roure
indicano anche la cicoria coltivata; a Luserna San
Giovanni, per distinguerle, si aggiunge
l’aggettivo sarvaja.
Saperi locali: A FENESTRELLE, dove la cicoria non
vegeta in grandi quantità, non c’era l’abitudine
di mangiarla, e a PRAGELATO non era conosciuta:
altrimenti si consumavano le foglie in insalata o
in minestra, come a Pramollo. In tempi passati, si
utilizzavano le radici essiccate e poi polverizzate
come surrogato del caffè (ROURE E LUSERNA SAN
GIOVANNI). A BOBBIO PELLICE non c’era
l’abitudine di consumarla perché il lattice che
contiene al suo interno era considerato velenoso,
mentre a LUSERNA SAN GIOVANNI si utilizzava
anche a scopo medicinale: si raccoglievano i fiori,
le foglie e le radici perché era considerata un
ottimo depurativo dell’organismo.

Botanica
Famiglia: Asteraceae
Descrizione: pianta biennale o perenne, caratterizzata da una lunga radice a fittone e un fusto lungo,
eretto e ramoso, alto fino ad un metro. I fiori sono tutti ligulati di colore blu-violetto, e si
caratterizzano per chiudersi al pomeriggio e con il brutto tempo.
Habitat: presente negli incolti, ai bordi delle strade e dei sentieri dal piano fino ai 1200 m. Fiorisce da
luglio a settembre ed è presente in tutta l’Italia.
Parti usate: la radice viene raccolta in primavera o in autunno e, previa essiccazione, può essere
utilizzata come decotto per le sue proprietà “amaro-toniche”: è digestiva, depurativa, leggermente
lassativa e riduce il colesterolo. In cucina si possono utilizzare le foglie per preparare insalate sia
crude che cotte, saporite, ma decisamente amare. In passato, soprattutto nel periodo bellico, le radici
tostate venivano usate come succedaneo del caffè.

104

�Bardonecchia

sicouré

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

sicourê

Chiomonte

Prali

Fenestrelle

sicori

Bobbio Pellice

salada sërvaja

Perrero

chicouta

Roure (Bourcet)

sicorio

sicoria

Rorà

Luserna
S. Giovanni

sicoria
Bibiana

Prarostino

sicoria sarvaja

Villar Perosa

sicoria

Pramollo

jalino graso

sicoria

�CRESCIONE
NASTURTIUM OFFICINALE R.BR.
Cresson de fontaine

Per leggere la carta: In tutte le località dell’area
emerge il tipo coetimologico dell’italiano
crescione, in diverse forme fonetiche (si noti ad
esempio il passaggio, in area piemontese, dal
nesso kr- a k).
Saperi locali: Il crescione era la prima erba che
si raccoglieva: appena scioglie la neve, quando
cominciano a formarsi piccoli rigagnoli, la
pianta comincia a vegetare (PERRERO) e va
raccolta prima della fioritura, altrimenti perde
di gusto. Cresce dove ci sono le fontane o le
sorgenti, in luoghi in cui l’acqua è pulita e non
eccessivamente fredda. Si mangiava crudo e si
facevano insalate per tutta la primavera: si
mangiava assieme ad altre insalate, sempre con
delle uova sode tagliate a pezzettini (PERRERO).
Ha un gusto molto particolare: infatti contiene
molto ferro e fa bene per l’intestino e il sangue
(PERRERO, BOURCET e PRAROSTINO). A PRALI si
utilizza per fare il pesto, mentre a PRAMOLLO
se ne fanno degli gnocchi. Oggi l’impressione è
che sia meno diffuso di un tempo, forse perché
i torrentelli non sono più curati come una
volta; siccome il crescione viene dove l’acqua è
pulita, la presenza della pianta in prossimità di
una fontana può essere considerata un segno
della potabilità dell’acqua (RORÀ).
Botanica
Famiglia: Brassicaceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, con il fusto immerso nell’acqua che emette numerose radichette
bianche. Pianta glabra, a foglie alterne e un po’ carnose, suddivise in 3-9 foglioline verdi lucenti. I
fiori sono piccoli e bianchi, disposti in grappoli terminali.
Habitat: presente nei fossati e nei ruscelli purché con acque correnti pure e pulite. Normalmente è
presente dal piano fino ai 1500 m. Fiorisce da maggio a luglio ed è presente in tutta Italia.
Parti usate: le parti aeree vengono consumate fresche a scopo alimentare. Viene usato nel periodo
primaverile come cura depurativa, oltre ad avere proprietà diuretiche, stomachiche e balsamiche.
Infatti è giudicato utile nelle forme bronchiali croniche per la presenza di zolfo tra i principi attivi.

105

�Bardonecchia

greisoun

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

crissò

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

crissón

Chiomonte

Prali

creisoun

Fenestrelle

creisón

Bobbio Pellice

creisoun

Perrero

creisoun

Roure (Bourcet)

creisoun

creisoun

Rorà

Luserna
S. Giovanni

chërsun
Bibiana

Prarostino

geishoun - greisoun

Villar Perosa

quërsoun

Pramollo

creisoun

chërsun

�EQUISETO
EQUISETUM ARVENSE L.
Prêle des champs

Per leggere la carta: Il tipo ‘coda di cavallo’, dalla forma
della pianta, è largamente il più attestato; la forma
registrata a Bibiana ‘coda di topo’ (pënnu forse dal nom.
di un *pinno, onis, da pinna) si riscontra, sempre a
Bibiana, sull’ALEPO e trova conforto a Oncino (carta Iii-88); non trovano riscontro altrove couratino di Roure e
erdol di Sestriere.
Saperi locali: È una pianta infestante, che cresce su
terreni acidi e umidi, vegeta soprattutto al fondo dei
campi ed è molto difficile da sradicare, perché ha la
radice che corre sottoterra. A PRAROSTINO veniva
raccolta nel periodo di settembre, quando era già bella
alta, si faceva seccare e poi si usava in tisana. L’infuso
veniva bevuto come depurativo e diuretico oppure per
fare dei pediluvi nel caso di talloniti o dolori ai piedi;
inoltre, se ne facevano degli impacchi (BOURCET). A
BOBBIO PELLICE veniva anche usata come “spugna
abrasiva” perché ricca di silice.

Botanica
Famiglia: Equisetaceae
Descrizione: specie perenne che presenta due tipi di vegetazione; una primaverile, in cui sviluppa
corti fusti cilindrici, di colore giallastro-rossiccia, simili a una clava ovoidale e allungata. Questa
forma vegetativa è quella fertile; dura pochi giorni e poi appassisce lasciando il posto alla fase
vegetativa sterile, costituita da fusti eretti e ramificati, simili a pinetti, di colore verdastro, alti da 20
cm fino ad 1 metro.
Habitat: predilige i suoli grezzi, argillosi e silicei, purché umidi; è anche comune trovarla su suoli
sassosi in montagna o nelle zone incolte antropizzate (es. scarpate ferroviarie).
Parti usate: la droga è costituita dai fusti sterili raccolti in estate e seccati. Questi sono molto ricchi in
sostanze minerali, soprattutto in silice che gli dona proprietà diuretiche, antireumatiche e
remineralizzanti; è inoltre utile per le affezioni articolari. È usato anche in cosmesi per le sue
proprietà riepitelizzanti, dona elasticità alle pelli rugose, stanche e nelle smagliature.

106

�Bardonecchia

Arvieux

coua d' chava
- cou d shavà

Aiguilles

Sestriere

erdol

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

Prali

Bobbio Pellice

èrba cavalina

Rorà

Bibiana

pënnu ’d giari

Prarostino

èrba cavalina

Villar Perosa

èrba cavalin-a

Luserna
S. Giovanni

Pramollo

coua
cavalina (pl.)

èrba cavalina

Perrero

èrbo cavalino

Roure (Bourcet)

couratino

èrbo cavali(n)o

Fenestrelle

èrbë d’etònh

shavalune - co d shaval

Chiomonte

�ERICA
CALLUNA VULGARIS L. (HULL)
Bruyère

Per leggere la carta: L’area è compatta nell’attestare
bruéra e varianti, ‘brughiera’, ben documentato nell’Italia
settentrionale, in Francia e in Catalogna: cf. REP s.v. bru,
Rivoira (2012), s.v. bruchum e rimandi. A Pramollo è
attestata anche la forma singolare brìaro, sebbene di
preferenza si usi il plurale; la particolarità della forma di
Bardonecchia è spiegata dalla redazione dell’ALEPO
come un errore dovuto alla dinamica d’inchiesta.
Saperi locali: Pianta conosciuta e utilizzata solo in alcuni
luoghi d’inchiesta montani, mentre in pianura non è nota,
perché non cresce in modo spontaneo. Ma anche in
montagna si sta perdendo, mentre un tempo era
considerata una pianta infestante (RORÀ): «quando ero
ragazzino c’era gente della pianura che saliva per
comprare fasci di erica perché veniva usata negli
allevamenti del baco da seta: pare che aiutasse il bruco a
salire per andare a fare il bozzolo. Qui se ne facevano
delle fascine». A PRAMOLLO si raccoglie per farne dei
mazzi ad uso ornamentale e, quando la pianta diventa
grossa e legnosa, si può usare il legno, che è duro, per
lavorarlo. C’è chi ne faceva delle pipe. Invece a BOBBIO
PELLICE veniva usata principalmente per fare delle
riserve di legnetti piccoli: serviva per accendere il fuoco,
siccome brucia molto bene. Infine a BOURCET si usava anche a scopo terapeutico: si faceva in tisana
per purgare il sangue, talvolta mischiandola con un po’ di serpillo.

Botanica
Famiglia: Ericaceae
Descrizione: piccolo arbusto sempreverde con portamento cespuglioso caratterizzato da numerosi
fiori rosati e violacei.
Habitat: questa pianta diventa molto vistosa nel periodo della fioritura (agosto-novembre), quando
dipinge di rosa vaste aree di brughiere, sottoboschi accanto a vecchi larici o abeti tagliati, e pascoli. È
legata a suoli acidi e a terreni silicei e la si trova dalla pianura sino a 2000m. (e a volte anche 2.700m).
Parti usate: si usano i fiori o i rametti terminali fioriti. È utile nelle forme leggere di cistite,
specialmente nei bambini o nei prostatici, perché si può usare anche per lunghi periodi. Ha anche
proprietà diuretiche, depurative ed è un calmante delle vie urinarie.

107

�Bardonecchia

bravièrë

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

brìër

Chiomonte

Prali

Fenestrelle

briéra (pl.)

Bobbio Pellice

brëira

Perrero

briëra (pl.)

Roure (Bourcet)

briéra (pl.)

bruéra

Rorà

brüéra

Luserna
S. Giovanni

brüéra
Bibiana

Prarostino

Villar Perosa

bruéra

Pramollo

brìëra (pl.)
- brìaro

�FAVAGELLO
RANUNCULUS FICARIA L.
Ficaire fausse-renoncule

Per leggere la carta: Il nome è dato solo a
Perrero nella forma feizoulas, da ricondurre a un
tipo ‘fagiolaccio’, che è probabilmente un
dispregiativo.
Saperi locali: In generale non se ne attesta l’uso
culinario, essendo la pianta velenosa. Della
pianta si ricorda anche un uso sulle bruciature.

Botanica
Favagello: Ranuncolaceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, dotata di radice tuberizzata molto ramificata. Il fusto è lungo
fino a 30 cm, mentre le foglie, di colore verde scuro a forma di cuore, sono in parte disposte a
rosetta alla base del fusto e in parte inserite lungo questo. Il fiore, uno per pianta, è disposto
all’apice del fusto.
Habitat: cresce in luoghi freschi e umidi e ombrosi, come il sottobosco. Fiorisce da febbraio a maggio.
Vegeta dal livello del mare fino ai 1.300 m.
Parti usate: le foglie giovani in insalata e minestre primaverili. La radice viene impiegata, ad uso
topico, nell’insufficienza venosa, quali pesantezza delle gambe ed emorroidi. Va ricordato che il
favagello appartiene alla famiglia delle Ranuncolacee, piante potenzialmente velenose se ingerite.

108

�FELCE DOLCE
POLYPODIUM VULGARE L.
Réglisse des bois

Per leggere la carta: Tutte le risposte raccolte
(principalmente in montagna) sono riconducibili
al tipo coetimologico del francese réglisse,
liquirizia, nelle diverse realizzazioni dialettali; a
Bibiana e a Villar Perosa gli informatori
aggiungono il determinante “dei boschi”.
Saperi locali: La felce dolce cresce lungo i muri e
si raccoglie di passaggio, quando la si scorge. Ad
esempio quando si andava al pascolo, si
raccoglieva per poi succhiarla come una
liquirizia, serviva a togliere la sete. Oppure si
raccoglieva per poi farla seccare e usarla in
tisana, come emolliente e digestiva, sovente
associata ad altre erbe, come la malva, la
genzianella o le viole di montagna. A Rodoretto
si utilizza per preparare la birra analcolica,
altrimenti prodotta con le bacche di ginepro. Può
essere resa più scura e dolce aggiungendo
appunto le radici di felce o lo sciroppo di
tamarindo.

Botanica
Famiglia: Polypodiaceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, dotata di rizoma strisciante e con foglie di forma oblungalanceolata e arrotondata sulle punte, simili alle comuni felci.
Habitat: cresce su terreni ricchi di humus e poco calcarei, in luoghi umidi e ombrosi, su rupi, muri,
tronchi e ceppaie di boschi di latifoglie e aghifoglie fino ai 2.600 metri; è presente in tutta Italia.
Parti usate: il rizoma, dal sapore dolciastro e agrodolce che ricorda, per l’appunto, la liquirizia.
Questo ha una leggera azione purgante e si usa come espettorante, in tisana, nelle affezioni delle vie
respiratorie (bronchite).

109

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

argalìsio

Chiomonte

Prali

ërgalisio

Fenestrelle

ërgaisi

Bobbio Pellice

ërgalisia

Perrero

argalisio

Roure (Bourcet)

ërgalisio

argalisia

Rorà

Luserna
S. Giovanni
Bibiana

argalasia
’d bosc

Prarostino

Villar Perosa

argalisia

Pramollo

ërgalisio

argalisia di bosc

�FELCE MASCHIO
DRYOPTERIS FILIX-MAS (L.) SCHOTT
Fougère mâle

Per leggere la carta: Si riscontrano i due tipi, con e senza
suffissazione -èra (&lt;-aria) dunque come continuazioni di filicariam e
di filicem; dalla lettura delle carte Felce e Fougère dell’AIS e
dell’ALF sembrerebbe che quest’ultimo tipo permanga in aree
limitate mentre su una più vasta area (grosso modo tutta l’area
galloromanza) s’impone il più fortunato continuatore di filicariam.
L’informatrice di Pramollo cita anche la forma feuoujo (alla base di
feuoujaro, “felceto”) e aggiunge che, a San Germano, la pianta si
chiama: féouja. Isolata è invece la forma elicitata a Pragelato, chalet
selvaggë.
Saperi locali: La felce predilige le pietraie e i terreni diposti a bacìo;
cresce abbondante nei campi e nei pascoli abbandonati (RORÀ);
considerate come erbe infestanti nei prati, venivano tagliate e
ammucchiate in un angolo del fienile, non mischiate con il fieno: si
raccomandava di non toccarle troppo, perché «v’rmoûze» velenose (BOBBIO). In area montana ne
raccoglievano le foglie soprattutto per farne lettiera («palhassa») per il bestiame anche se non
facevano un buon letame, per cui era meglio utilizzare allo scopo foglie di castagno o di faggio
(RORÀ, BOBBIO). Le foglie secche erano utilizzate come letto su cui conservare le patate per non farle
germogliare e le carote per non farle marcire. A BOURCET si ricorda che i vecchi andavano «a la
fioujja», per raccoglierne le radici, simili a quelle della genziana, che poi rivendevano alle farmacie.
Nell’uso domestico, si utilizzavano come vermifugo e per i reumatismi.

Botanica
Famiglia: Dryopteridaceae
Descrizione: pteridofita perenne dotata di un corto e robusto rizoma dal quale, in primavera, spuntano
corti germogli pelosi e arrotolati (pastorali) che, una volta maturi, originano le grandi foglie disposte a
cespuglio lunghe fino a 1 m. Ciascuna di queste è divisa in foglioline alternate, sempre più piccole
verso l’apice e finemente seghettate; nella pagine inferiore delle foglie sono presenti dei piccoli dischetti
(sporangi) che contengono le spore, deputate alla riproduzione delle felci.
Habitat: boschi, bordi di ruscelli, pietraie e pascoli. Presente in tutta Italia dal piano fino ai 2300 m.
Parti usate: Il rizoma di felce maschio, come le altre specie del genere, contiene acido filicico o
filicina, uno dei migliori vermifughi. I suoi principi attivi sono particolarmente utili contro tenie e
ascaridi, i quali, una volta paralizzati, vengono facilmente eliminati dall’intestino mediante un
purgante. L’attività del rizoma è massima quando è fresco e diminuisce a poco a poco fino a
scomparire nel rizoma secco. La migliore preparazione è l’estratto etereo preparato da rizomi freschi.
Ma la droga è da usarsi con cautela per la tossicità dei principi attivi che possono causare gravi
disturbi all’apparato digerente, al sistema nervoso e al sistema cardiocircolatorio.

110

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

chalet selvaggë (pl.)

Chiomonte

Prali

féoujo

Fenestrelle

fioujo

Bobbio Pellice

fougire

Perrero

féouja (pl.)

Roure (Bourcet)

fiouja (pl.)

fougéra

Rorà

Luserna
S. Giovanni

fougéra
Bibiana

Prarostino

fiougge

Villar Perosa

fiuge (pl.)

feouja - fugéra

Pramollo

éuouja (pl.)
- feuoujo

�GENEPY
ARTEMISIA GENIPI WEBER
Génépi noir

Per leggere la carta: La pianta, tipica dell’ambiente
alpino che si incontra oltre il limite della vegetazione
arborea, è nota soprattutto nelle località di montagna
(l’informatrice di Prarostino sottolinea come, al suo
paese, la pianta non cresca): in tutta l’area, viene
indicata con denominazioni corrispondenti al francese
génépi.
Saperi locali: Raccolto da tutti, ora soprattutto per
trarne il liquore, un tempo era ricercato per la tisana. Si
dice inoltre che, masticandolo, faccia passare il mal di
montagna (PERRERO). A livello popolare si distinguono
la specie “femmina”, che fa più fogliame e una specie di
ombrello, dal “maschio”, che presenta uno stelo più
compatto e una specie di spiga su uno stelo scuro,
violaceo. Ogni raccoglitore ha i suoi luoghi preferiti
dove sa che cresce: ad es. in alta val Chisone, a GRAND
PUY viene soprattutto la “femmina”, mentre il
“maschio” si trova verso l’Albergian (PRAGELATO). Per
il liquore: in un litro di alcool si mettono da 35 a 50
piante, si lasciano lì almeno 40 giorni, poi si aggiunge sciroppo, fatto di 700 o 800 g. di zucchero per 1
l. d’acqua, bollito e lasciato raffreddare, filtrando con un filtro di carta (ricetta raccolta a ROURE). In
infuso si metteva il genepì, a volte abbinandolo a radici di genziana o assenzio, per digerire (BOBBIO,
PERRERO, PRAGELATO, RORÀ).
Botanica
Famiglia: Asteraceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, alta dai 5 ai 15 cm, molto aromatica, rivestita di peli sericei
grigi, con la base un poco lignificata e il fusto semplice biancastro tomentoso con rami ascendenti,
ascellari alle rosette. Le foglie sono di un color verde argentato, le basali 2-3 triforcate a divisioni
semplici, quelle del caule subsessili, le superiori spesso indivise. L’infiorescenza è una spiga, spesso
reclinata, formata da piccoli capolini ovoidi e sessili, formati da 10-20 fiori color giallo oro.
Habitat: pianta caratteristica delle regioni alpine, cresce a ciuffi tra pietraie, rupi e macereti ad altezze
comprese tra i 2300 e i 3000 m. Fiorisce tra luglio e agosto ed è endemica delle Alpi, per cui presente
lungo tutta la fascia alpina. Pianta protetta a livello regionale e nazionale.
Parti usate: sia a scopo medicinale che liquoristico si utilizza la pianticella fiorita, per le sue proprietà
amaro-toniche, digestive, antispasmodiche e diaforetiche (affezioni dell’apparato respiratorio).

111

�Bardonecchia

Arvieux

genepì - zhenepì

Aiguilles

Sestriere

Abriès

dzenepì - dzenepin

Pragelato
(Grand Puy)

dzenepì

genepì - zhenepì

Chiomonte

Prali

gë(n)ëpì

Fenestrelle

genepin

Bobbio Pellice

gënëpì

Perrero

genepì

Roure (Bourcet)

genepì

genepì

Rorà

genepì
Bibiana

Prarostino

Villar Perosa

Luserna
S. Giovanni

Pramollo

genepì

genepì

�GENZIANA
GENTIANA LUTEA L
Gentiane jaune

Per leggere la carta: In tutta l’area, la pianta è conosciuta
con denominazioni riconducibili allo stesso etimo
dell’italiano genziana; fanno eccezione soltanto la risposta di
Prarostino, coucouc, che si può forse confrontare con i
termini che indicano la genzianella: anche l’informatrice di
Prali specifica che la “genziana delle nevi”, più piccola e
precoce, è chiamata chàouso d’ cucuc – e quella di
Bardonecchia, nounoù, che non trova riscontri nell’area.
Saperi locali: Conosciuta da tutti, la genziana era usata
soprattutto per il suo potere digestivo. Anche a quote non
troppo alte, vegeta soprattutto nei versanti a bacìo, fra
larici, abeti e brousé ‘rododendri’ (BOURCET). La radice,
lasciata seccare e pulita, è messa in alcool per farne un
liquore; più spesso, era messa in infusione nel vino, sia
bianco (PRAGELATO, PRAROSTINO), sia rosso – soprattutto
barbera (BOURCET, VILLAR PEROSA), a seconda che si voglia
un infuso più scuro o più chiaro (PRALI). La tisana si
prepara con la sola radice di genziana o con altre piante
amare. Alcolico o meno, il preparato a base di genziana era
assunto come digestivo o anche, al mattino o prima dei
pasti, per stimolare la fame o «aggiustare lo stomaco»
(PRAGELATO, FENESTRELLE). Macerati di genziana in acqua
erano anche dati alle vacche con problemi digestivi (RORÀ, PERRERO, CHIOMONTE).
Botanica
Famiglia: Gentianaceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, alta dai 40 ai 120 cm; provvista di una grossa radice molto
ramificata, scura all’esterno e gialla all’interno. Nei primi anni di vita la pianta rimane a forma di
rosetta, con le sole foglie basali, mentre negli anni successivi spunta anche il fusto. Le foglie sono
disposte in opposizione a due a due (tratto che permette di distinguerla dal velenoso veratro, che ha
le foglie del fusto alterne). I fiori sono riuniti all’apice del fusto e sono di colore giallo intenso.
Habitat: cresce nei pascoli soleggiati e sassosi delle aree montane e alpine fino ai 2200 m. Fiorisce da
giugno ad agosto ed è presente in tutta Italia, escluse la Puglia e la Sicilia.
Parti usate: la grossa radice che viene estirpata in autunno e utilizzata per la preparazione di amari,
liquori e vini medicinali per le sue proprietà amaricanti, aperitive, digestive e toniche. Queste
proprietà inoltre, stimolano l’appetito se assunte prima dei pasti, mentre dopo facilitano la
digestione.

112

�Bardonecchia

Arvieux

nounoù - zhensanë

Aiguilles

Sestriere

Abriès

gensan - dzënson

Pragelato
(Grand Puy)

dzensòn
Fenestrelle

gensònë

Prali

Bobbio Pellice

gënsana

Perrero

gënsano

Roure (Bourcet)

gensano

gënsa(n)o chàouso d’ cucuc

zhansano

Chiomonte

gënsiana

Rorà

giansan-a
Bibiana

Prarostino

coucouc

Villar Perosa

Luserna
S. Giovanni

Pramollo

gënsa(n)a

giansan-a

�GENZIANELLA
GENTIANA ACAULIS L.
Gentiane acaule

Per leggere la carta: Accanto al tipo italiano si riscontra
il tipo ‘(braghe/calze del) cucu(lo)’, già spiegato da
Pellegrini e Zamboni per l’accostamento tra la forma del
fiore e la zampa dell’animale. Si discostano dai tipi
maggioritari le risposte di Bobbio Pellice e Rorà, del tipo
piroulèt (forme simili sono registrate dall’ALEPO ad
Aisone, Villar Pellice e Oncino, e altrove per indicare
l’aquilegia) e quella di Bardonecchia, forse “radice dei
corvi”.
Saperi locali: La genzianella cresce anche a
un’altitudine più bassa della genziana, sopra le borgate,
all’altezza delle bergerie, in mezzo alle viole blu
(BOURCET). Utilizzata come digestivo, se ne prepara un
liquore lasciando il fiore nell’alcool, ma soprattutto un
decotto (PRAGELATO, PRALI, PERRERO, RORÀ). La pianta
può essere usata anche per scopi decorativi (BOURCET).

Botanica
Famiglia: Gentianaceae
Descrizione: pianta erbacea perenne dotata di una rosetta di foglie basali, oblunghe e finemente
seghettate, da cui si dirama il corto fusto all’apice del quale si sviluppa un singolo fiore, a forma di
campanula e di colore viola-bluastro.
Habitat: predilige prati e pascoli alpini dai 1000 fino ai 3000 m di altitudine. Fiorisce da aprile/
maggio fino a luglio ed è presente solo in Italia settentrionale e centrale.
Parti usate: i fiori e in certi casi le radici per la preparazione di liquori e digestivi. Tutte le parti
vegetali contengono glucosidi amari che stimolano la digestione, sono antipiretiche e febbrifughe. I
principi attivi delle genziane sono stati infatti utilizzati in Europa contro le febbri intermittenti prima
della scoperta e della diffusione del chinino.

113

�Bardonecchia

Arvieux

gensianë - réi d corbà

Aiguilles

Sestriere

dzenzanéla

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

dzensanél

Roure (Bourcet)

braio d’ cucuc
Prali

cucuc

Bobbio Pellice

pirourèt

Perrero

braia d’ cucuc (pl.)

Fenestrelle

gensanëtta deàes

braie d coucoù (pl.) - zhansanëtto

Chiomonte

peiroulèt

Rorà

giansanin
Bibiana

Prarostino

coucouc

Villar Perosa

Luserna
S. Giovanni

Pramollo

cucuc

cause dël cucù (pl.)

�GRAMIGNA
CYNODON DACTYLON (L.) PERS.
Chiendent pied de poule

Per leggere la carta: Il tipo lessicale più diffuso, tanto in
area occitana quanto in area piemontese, è gramoun, affine
al tipo corrispondente all’italiano gramigna, che troviamo
attestato, in diverse forme fonetiche, a Pramollo, Pragelato
e Bobbio Pellice. Risulta isolata la risposta di Prarostino,
liounsa, riportata in modo episodico anche dall’ALEPO,
alle voci I-II-107 gramigna comune (a Val della Torre e
Perrero) e I-II-109 gramigna rampicante (a Pramollo e a
Entracque).
Saperi locali: Considerata un po’ ovunque una pianta
infestante, si cerca di estirpare scavando in profondità per
via delle radici a forma di spaghetto; tuttavia «torna
sempre». L’uso umano e zootecnico non è più ricordato da
tutti («si dava alle mucche, per qualcosa serviva»
BOURCET). La radice (LUSERNA) e la parte che va a
germoglio era usata in tisana, con una funzione
principalmente diuretica, da chi aveva la cistite (VILLAR
PEROSA), o per infezioni interne; bevuta fredda è molto
rinfrescante. L’infuso era inoltre dato alle vacche che avevano appena partorito (PRAMOLLO).

Botanica
Famiglia: Poaceae
Descrizione: Pianta erbacea perenne, di colore verde-glauco, munita di un lungo rizoma strisciante e
ramificato che emette stoloni epigei intrecciati che le permettono di colonizzare rapidamente il
terreno. Da questi nascono fusti alti 50-80 cm con foglie lanceolate molto strette. L’infiorescenza
terminale è composta da 4 o più spighe sottili, erette o divaricate, di colore verdastro o violaceo,
lunghe 3-4 cm, inserite in ombrella sullo stesso punto dell’asse.
Habitat: cresce nelle zone incolte, lungo i bordi stradali, sui terreni aridi e calpestati dal piano agli
800 m; è presente in tutta Italia.
Parti usate: il rizoma (la radice) è raccolto durante tutto l’anno, meglio se in autunno e utilizzato in
decotto per le sue proprietà diuretiche, depurative ed emollienti e nelle infiammazioni delle vie
digestive e urinarie.

114

�Bardonecchia

gramoun

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

gramon

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

grameunh

gramoun

Chiomonte

Prali

gramoun

Fenestrelle

gramoun

Bobbio Pellice

gramënha

Perrero

gramoun

Roure (Bourcet)

gramoun

gramoun

Rorà

Luserna
S. Giovanni

gramun
Bibiana

Prarostino

liounsa

Villar Perosa

gramoun

Pramollo

graminnha

gramun

�IPERICO
HYPERICUM PERFORATUM L.
Millepertuis perforé

Per leggere la carta: I due tipi più attestati
(trafourèllo e mille pertugi, documentati anche
oltralpe) rimandano alla caratteristica foglia
traforata (cf. REP 1521), come testimonia anche
l’informatrice di Pramollo; la denominazione di
Grand Puy trova parallelo in matagot, matagoun
(Mistral, s.v.) «chat sorcier, chat qui enrichit ceux qui
prennent soin de lui, selon une croyance populaire;
follet, lutin» forse connessa con l’uso medicinale.
Risultano isolate nell’area considerata le forme
preutous di Abriès e tracarà di Chiomonte, che però
trova
ampie
corrispondenze
nell’area
francoprovenzale della Val di Susa (Novalesa,
Giaglione, Mattie, Chianocco e Condove).
Saperi locali: L’iperico e utilizzato in pressoché
tutta l’area indagata. È raccolto come pianta
spontanea, ma era anche una delle piante che si
mettevano sui bordi dell’orto (BIBIANA). L’uso più
diffuso è la preparazione dell’olio di iperico, anche
se a PRAGELATO si attesta la preparazione
alternativa con il fiore a macerare nell’alcool
insieme a grasso di marmotta. Le sommità della
pianta fiorita si raccolgono, a volte si fanno
essiccare, si mettono a macerare nell’olio che si fa riposare all’ombra (appesi fuori della stalla: VILLAR
PEROSA), scuotendolo ogni tanto, finché non diventa rosso, filtrato. A PRAMOLLO: le sue proprietà
sono valide per tre anni. L’olio preparato era utilizzato soprattutto per le bruciature (a Bobbio Pellice
si specifica: da sole più che da fuoco), ma in generale anche contro altri mali (tra cui mal di schiena,
distorsioni, scottature, sulle articolazioni: PRALI, PRAMOLLO, PRAROSTINO) «trafourello sënt mal
eipèllo» PERRERO, «trafuréla mai desbela». A VILLAR PEROSA si ricorda anche l’uso dei gigli ‘d san
Giuan, non identificati, pestati e messi nell’olio come alternativa all’iperico. Accanto a questo uso, è
attestato l’uso in tisana, come calmante (PRALI) o per regolarizzare il ciclo mestruale (ROURE), tanto
che si diceva alle giovani «la trafourèllo i fai bén cant un îtë pâ bén».

115

�Botanica
Famiglia: Hypericaceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, con fusto che puo’ raggiungere il metro di altezza, ramificato,
glabro e lignificato alla base. Le foglie sono opposte, disposte lungo tutto il fusto e dotate sulla
superficie di piccole ghiandole che appaiono come dei forellini scuri se si mette la foglia in
controluce. I fiori sono riuniti all’apice del fusto e sono color giallo oro.
Habitat: luoghi erbosi o incolti, su terreni asciutti e poveri, lungo i bordi delle strade e dei muri.
Molto diffusa, è presente in tutta Italia dal livello del mare fino ai 1.600 m. Fiorisce da maggio a
settembre.
Parti usate: le sommità fiorite e, per uso esterno, l’olio ricavato dalla macerazione in olio vegetale
della parte aerea della pianta. Questo ha proprietà cicatrizzanti e lenitive, utile per la cura di piaghe e
ustioni. A uso interno ha leggeri effetti sedativi e viene usato nel trattamento della depressione.

116

�Bardonecchia

milpartui

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

preutous

Pragelato
(Grand Puy)

matagon

tracarà

Chiomonte

Prali

trafourèllo

Bobbio Pellice

milpërtuì

Perrero

trafouréllo

Roure (Bourcet)

trafourèllo

Fenestrelle

trafourèllë

milpërtuì

Rorà

Luserna
S. Giovanni

trafuréla
Bibiana

Prarostino

trafourèlla

Villar Perosa

milpërtuì trafourèla

Pramollo

trafourèllo

trafuréla

�LASSANA
LAPSANA COMMUNIS L.
Lampsane

Per leggere la carta: La maggior parte delle località
offrono risposte che riconducono a un tipo ‘gallina
grassa’ o ‘grossa’, con l’eccezione di Bobbio Pellice
(‘piede di gallina’) e di Bourcet (bounzomme),
arricchendo così la carta ALEPO I-II–61/s. Vari i
fitonimi che in differenti località si riconducono ad
un tipo ‘gallina grassa’ e che «fanno forse riferimento
a macchie di ciuffi sparsi di erbe o a piante con più
fiori piccoli su uno stesso peduncolo, raggruppati in
colonie (come i pulcini attorno alla chioccia)».
Saperi locali: La lassana è conosciuta soprattutto in
area montana. Pianta semi-spontanea, si può
mettere nell’orto, ma solitamente viene da sola nella
terra smossa in primavera: «praticamente segue
l’uomo» (PERRERO), tanto che c’è chi la considera
una pianta infestante (BOBBIO PELLICE). Si cucinano
come gli spinaci selvatici (FENESTRELLE), in insalata
(BOBBIO), in minestra (BOURCET) o in frittata
(VILLAR PEROSA).

Botanica
Famiglia: Asteraceae
Descrizione: è una pianta erbacea annuale, alta dai 20 ai 120 cm, con un fusto eretto, coperto di peli,
che assume un colore rossastro con il passare del tempo. Le foglie, di forma ovato-lanceolate, sono
pelose, soprattutto nella pagina inferiore, con il margine leggermente dentato. I fiori sono riuniti in
piccoli capolini disposti a pannocchia, con 8-16 fiorellini ligulati gialli chiari.
Habitat: campi coltivati, orti, bordi di sentieri o boschi. Fiorisce da giugno a settembre ed è presente
in tutta Italia, dal piano fino a 1400 m.
Parti usate: le foglie giovani della rosetta basale prima della fioritura vengono consumate come
alimento, e si presta ad insaporire insalate, zuppe e preparazioni a base di uova.

117

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

dzalin gròs

Chiomonte

Roure (Bourcet)

bounzomme

Prali

jali(n)o graso

Bobbio Pellice

pè jalina

Perrero

jalina grasa (pl.)

Fenestrelle

jalina grosa (pl.)

Rorà

Luserna
S. Giovanni
Bibiana

Prarostino

Villar Perosa

galina grasa

Pramollo

jalina
grasa (pl.)

galin-e
grase (pl.)

�LICHENE ISLANDICO
CETRARIA ISLANDICA ACH.
Lichen d’Islande

Per leggere la carta: La pianta presenta denominazioni in
tutte le località di montagna: è attestato un tipo coetimologico
dell’italiano lichene, un tipo erba della vecchia e un tipo pane
delle capre spiegati l’uno con un racconto che vedrebbe una
vecchia rendere amaro il lichene, per punire la golosità della
sua capra (che, mangiandone, avrebbe prodotto tanto latte da
costringere la vecchia a rinunciare a una festa di nozze per
mungerla), l’altro, appunto, con la ghiottoneria delle capre.
Che ‘panÉ sia stato interpretato nel senso di ‘ciò che
mangiano (le capre)’, non vuol dire che questa ne fosse
l’origine (ma non si hanno nuove proposte): si vedano i vari
fitonimi (apparentemente) composti di ‘panÉ (es. pambianc
primula, REP; ma sarà forse da accostare pure
pimpinela/pampinela?).
Saperi locali: Nella zona di PRAGELATO veniva raccolto verso
settembre/ottobre e lo si trovava solo su alcune cortecce,
soprattutto quelle di larice. Secondo le testimonianze di PRALI
E PERRERO invece, lo si trova sulle rocce o in mezzo alle pietre, in zone dove la vegetazione è nulla o
molto rara. A PRAMOLLO e PRAROSTINO lo si andava a raccogliere nelle zone del Gran Truc, sulla
costa del Laz Arâ, fino ad arrivare alla Conca Cialancia: gli informatori sostengono che l’attuale
scarsità della pianta sia dovuta alla raccolta intensiva di cui è stata oggetto. Lo si trova già allo stato
secco, ma veniva lasciato seccare ulteriormente in sacchi di iuta o all’aperto. Si utilizzava in tisana,
soprattutto per i malanni dell’inverno: tosse, catarro, raffreddore e bronchite. Se ne faceva un
decotto, lasciando bollire il lichene nell’acqua almeno un’ora e buttando via la prima acqua di
cottura, per togliere un po’ del sapore amaro. Poi si poteva aggiungere miele, zucchero, della mela
cotta per i bambini oppure a Pragelato aggiungevano la resina dei pini e dei larici (plëgguë).
Botanica
Famiglia: Parmeliaceae
Descrizione: come tutti i licheni, è il risultato di una simbiosi tra alghe e funghi. Questo presenta un
tallo ramificato, concavo, di colore bruno-verdastro nella parte superiore, grigio chiaro inferiormente.
Sulle punte ha delle scaglie color marrone e piccole protuberanze rotondeggianti.
Habitat: molto diffuso nelle regioni artiche e in quello montane, comprese Alpi e Appennini. Cresce
nell’erba, vicino alle rocce o fra i muschi nelle foreste di conifere.
Parti usate: il tallo è usato a scopo terapeutico, grazie alla presenza di principi amari che donano
proprietà emollienti in caso di tosse e catarro; contiene inoltre l’acido usnico, una sostanza con
proprietà antibiotiche utile contro infezioni batteriche e fungine.

118

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

pon d’ tsabbrë
Fenestrelle

Prali

Bobbio Pellice

piqué - pan dle crave

Perrero

èrbo d’ la vëlho

Roure (Bourcet)

liquén

pàn d’ chabbrë

èrbo d’ la vëllho

Chiomonte

liquén

Rorà

Bibiana

pan d le crave

Prarostino

lìqquia

Villar Perosa

èrba d’ la véia

Luserna
S. Giovanni

Pramollo

èarbo d’
la véllho

�LUPPOLO
HUMULUS LUPULUS
Houblon

Per leggere la carta: In tutta l’area l’unica denominazione è luvërtin,
ben diffuso nella parte settentrionale della nostra penisola, e che
sembra produrre una contrapposizione tra l’area nord-italiana
(occitano cisalpino compreso) e l’area francese, dove è attestato il tipo
coetimologico di houblon (carta 700 ALF, carta III 615 AIS). L’etimo è
incerto (discussione riassunta in REP, v. luvërtin): Salvioni ipotizzava
una ‘ortica del lupo’ (lupi urticam &gt; *lupurticium &gt; *lupurti(ci)num);
Pellegrini e Zamboni revolticium da volvere ‘che si avvolgÉ. Si noti che
anche it. luppolo a tutt’oggi non ha un etimo certo: sicuramente da
lupulum «è un derivato di lupus, omofono di lupus ‘lupo’, ma prob. di
altro sign. e di altra orig.» DELI, s.v. Si potrebbe seguire dunque
Salvioni nel legare luvërtin a lupo (di luppolo, però) e a ortica.
L’informatore di Pragelato, pur conoscendo il nome della pianta,
precisa che nel suo paese questa non vegeta.
Saperi locali: Raccolte in primavera dalla pianura alla montagna, le
punte del luppolo erano usate soprattutto come verdura. Una volta
sbollentate, si mangiavano in frittata, fatte andare in padella, a volte con un uovo, in insalata, nella
minestra o ancora fatte gratinare in forno. Cresce nelle rive e in genere nei terreni incolti ed è quasi
una pianta infestante, dove ci sia un sostegno come una griglia. Oltre all’uso culinario, con i fiori si
preparava una tisana con funzione di tranquillizzante e sonnifero (FENESTRELLE). C’era chi faceva la
birra di luppolo, con orzo, limone e fichi per farla fermentare (PERRERO).

Botanica
Famiglia: Cannabaceae
Descrizione: pianta perenne e rampicante, dotata di un grosso rizoma ramificato da cui, ogni
primavera, si sviluppano i fusti legnosi alti da 3 a 7 m, che incapaci di sostenersi da soli si avvolgono
per mezzo di spine uncinate, a qualsiasi sostegno che trovano. Le foglie sono coperte di una ruvida
peluria, sono trilobate e hanno il margine dentato. Le infiorescenze maschili e femminili crescono su
piante distinte: le prime formano pannocchie pendule, mentre le seconde formano infiorescenze
giallo-verdognole.
Habitat: vegeta al margine di boschi umidi, siepi, fossi e negli incolti, dal piano fino a 1200 m.
Fiorisce da giugno ad agosto ed è presente in tutta Italia.
Parti usate: i giovani germogli che spuntano in primavera dal rizoma vengono impiegati in cucina
come succedanei degli asparagi, oppure vengono aggiunti crudi alle insalate. Le infiorescenze
femminili, raccolte quando sono ancora verdi, possono essere usate in tisana, oltre che essere
impiegate come aromatizzante amaro per la birra.

119

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

luvërtin

Chiomonte

Prali

luvërtin

Fenestrelle

luvertin

Bobbio Pellice

luvërtin

Perrero

luvërtin

Roure (Bourcet)

luvërtin

luvërtin

Rorà

Luserna
S. Giovanni

lüvërtin
Bibiana

Prarostino

luvërtin

Villar Perosa

luvërtin

Pramollo

luvërtin

lüvërtin

�MALVA
MALVA SYLVESTRIS L.
Grande mauve

Per leggere la carta: La carta presenta due tipi lessicali principali,
malva e (a)riundèla entrambi diffusi anche nel Queyras.
L’informatrice di Villar Perosa sostiene che la zia, di Porte,
chiamasse la pianta ariundéla; questa denominazione, secondo
l’informatore di Bobbio Pellice, sarebbe da ricondurre alla forma
delle foglie, rotonda (riounda). Effettivamente, la voce (a)riundela
sarà da interpretarsi ‘rotondella’ (riond si trova ancora come
aggettivo in luna riunda); l’area di diffusione del tipo ‘malva’ è tale
per cui si può pensare che non dipenda dall’italiano.
Saperi locali: Della malva venivano utilizzate le foglie e i fiori: le
prime soprattutto in minestra e frittata, mentre i secondi venivano
fatti seccare e utilizzati durante l’inverno come infuso, ma anche
sotto forma di impacchi per la pelle, come pediluvi e per lavaggi
intimi. La malva viene usata in particolar modo come emolliente e
per alleviare le infiammazioni. A PRALI alle donne partorienti si
facevano fare dei bagni nell’acqua di malva per favorire la
dilatazione e come calmante; a PRAROSTINO si usava dare un beverone di malva, segale e acqua
bollita alle mucche che avevano appena partorito per favorire la montata lattea. A SESTRIERE la
malva veniva data agli animali per curare loro i dolori addominali, mentre a BARDONECCHIA era
considerata “rinfrescante” per uomini e bestie. La malva era anche considerata ottima per le
infiammazioni del cavo orale: a PRAGELATO si curavano gli ascessi ai denti con impacchi di malva
mentre a LUSERNA S. GIOVANNI, per le infiammazioni delle gengive, si prendeva un infuso di malva
e fiori di borragine. Infine si diceva che la malva avesse effetti positivi per la cura delle emorroidi,
come cita una testimonianza di Barge: «na vota s fasia ëd decot, ma për cosa u savriu pa, forse për ël
catar; fasia anche ën decot për le moroidi, as bütava a bagn» (“una volta si faceva il decotto, ma non
saprei per cosa, forse per il catarro; si faceva anche un decotto per le emorroidi, si metteva a bagno”).
Botanica
Famiglia: Malvaceae
Descrizione: pianta erbacea perenne con fusto ricoperto di peli ispidi. Le foglie sono rotondeggianti
e divise in 5-7 lobi con margine dentato. Dalle ascelle fogliari si sviluppano mazzetti di 2-6 fiori,
ciascuno con 5 petali rosaviolacei che presentano venature più scure.
Habitat: cresce su terreni incolti, bordi di sentieri; predilige terreni ricchi e porosi. Vegeta dal livello
del mare ai 1600 metri; fiorisce da maggio a settembre.
Parti usate: le foglie e i fiori. Entrambi hanno proprietà emollienti, in caso di infiammazioni del cavo
orale (gengiviti, afte etc.), bronchiti e tosse, cistiti e infiammazioni vescicali, oltre che essere
stimolante intestinale in caso di stipsi. Per uso esterno è utilizzata in semicupi nelle vaginiti e nelle
emorroidi.

120

�Bardonecchia

mòouvë

Arvieux

Aiguilles

mòouvo

Sestriere

mâlva

Abriès

maiva

Pragelato
(Grand Puy)

malvë

maouvio

Chiomonte

Prali

malvo

Fenestrelle

màevë

Bobbio Pellice

rioundela

Perrero

malva

Roure (Bourcet)

malvo

fiou d’ nevioun

Rorà

Luserna
S. Giovanni

ariundela
Bibiana

Prarostino

arioundèla

Villar Perosa

arioundèla

Pramollo

malvo

malva

�MIRTILLO
VACCINIUM MYRTILLUS L.
Myrtille

Per leggere la carta: Il tipo più diffuso è areze, erze, su cui cf.
REP 73-74, con ripresa del dibattito etimologico; le
denominazioni registrate in alta val Chisone (aiéddra, eidra)
sembrano dar ragione alla vecchia ipotesi di Bertoldi di una
derivazione dall’agg. atra (ater) ‘nero, scuro’, alla base del fr.
airelle (Italia Dialettale 1). L’informatore di Fenestrelle sostiene
che il termine sia di origine saracena. A Pramollo si conosce
anche il nome del mirtillo rosso (Vaccinium vitis-idaea):
l’amarëtto. Quest’ultimo è noto per essere un disinfettante delle
vie urinarie: in passato le foglie essiccate erano usate per la
cura delle cistiti e delle diarree. Con i frutti si fanno ottime
confetture o gelatine, sebbene la pianta sia in forte
diminuzione sui pascoli alpini.
Saperi locali: È conosciuto e viene utilizzato in tutte le zone di
ricerca, anche se in alcune non era molto diffuso e rendeva
poco (PRAROSTINO E RORÀ). Il mirtillo selvatico cresce
spontaneo e veniva raccolto principalmente per preparare
marmellate; tuttavia a PERRERO si usava anche farli bollire per
poi spremerli e ricavarne un succo gelatinoso e dolce, o farli seccare (più raramente vista la difficoltà
del processo). Il mirtillo rosso con cui si fanno le marmellate, chiamato amarëtta (PRAMOLLO) proprio
per il gusto amaro, è praticamente sparito per colpa del sottobosco troppo sporco. Di solito cresce in
un terreno pulito e pietroso. La pianta è bassa e non è da confondere con il pinmërlét (uva orsina), che
invece non è buona.
Botanica
Famiglia: Ericaceae
Descrizione: arbusto nano dotato di fusto eretto, verde con piccole foglie ovate, seghettate ai margini
e terminanti a punta, che crescono lungo tutto il fusto. I fiori crescono lungo le ascelle fogliari, di
forma sferica-campanulata e di colore prima verde poi rossastro. I frutti sono di colore nero-bluastro,
coperti di una patina azzurrognola, con una polpa rosso-bluastra.
Habitat: è caratteristico del sottobosco montano, soprattutto foreste di conifere e latifoglie, oltre che
delle brughiere montane. Vegeta dai 200-2000 m. È presente in Italia settentrionale e centrale. Si
raccolgono i frutti verso luglio-agosto.
Parti usate: i frutti in varie preparazioni culinarie, ma anche per le sue virtù terapeutiche. Contiene
naturalmente antocianine (che migliorano la visione notturna), vitamine, flavonoidi e minerali. Se
consumati freschi, hanno effetto lassativo, mentre secchi o come succo hanno effetto astringente. Le
foglie hanno proprietà antiinfiammatorie in caso di infiammazioni della mucosa dell’occhio, della
cavità orale e della pelle.

121

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

aiéddra (pl.)

Chiomonte

Prali

èrzo

Fenestrelle

eidra (pl.)

Bobbio Pellice

èrze (pl.)

Perrero

Roure (Bourcet)

eurza (pl.)

arëzza

Rorà

Luserna
S. Giovanni

arëzza
Bibiana

Prarostino

èrza (pl.)

Villar Perosa

arëzze (pl.)

Pramollo

arëzza (pl.)

arëzze (pl.)

�MORA
RUBUS CAESIUS L.
Ronce des champs

Per leggere la carta: La carta si presenta uniforme dal
punto di vista lessicale: in tutte le località è infatti
attestato il tipo mora, sebbene in genere si sia preferito
esprimerlo al plurale. A Roure gli informatori hanno
aggiunto al nome del frutto anche il nome della pianta
di rovo: rounza.
Saperi locali: Le more selvatiche, spontanee, vegetano
dall’area basso collinare fino alla bassa montagna;
crescono in gran quantità, un po’ ovunque, ma
soprattutto vicino alle mulattiere (BOBBIO PELLICE) o
in alcuni frutteti lasciati all’abbandono (BIBIANA).
Accanto alle more selvatiche ci sono anche quelle
coltivate, che presentano una differenza di gusto e che
hanno la particolarità di non marcire: più si lasciano lì
più diventano verdi, «tornano indietro»; questa
particolarità le rende più facilmente commerciabili.
L’uso principale è quello di farne marmellate, per le
quali si prende solo il succo, con molto zucchero
(PRAROSTINO). Marmellata e sciroppo erano usati
soprattutto per il mal di gola. Per lo stesso uso si utilizzavano anche i getti primaverili: si facevano i
gargarismi con l’infuso, dopo averlo lasciato raffreddare (LUSERNA).

Botanica
Famiglia: Rosaceae
Descrizione: arbusto perenne, alto da 1 a 3 m, con fusti lunghi e arcuati, muniti di robuste spine. Le
foglie hanno il margine dentato e la pagina superiore verde brillante, mentre quella inferiore biancofeltrata. I fiori sono costituiti da 5 petali di colore bianco-rosato. A partire da agosto maturano i frutti
aggregati neri e lucidi.
Habitat: margini dei boschi, siepi, radure, incolti dal livello del mare fino ai 1200 m. Fiorisce da
giugno fino ad agosto ed è presente in tutta l’Italia.
Parti usate: i frutti agrodolci vengono raccolti a piena maturazione e mangiate crude oppure lavorate
in succhi, liquori, gelatine, sciroppi, marmellate e per aromatizzare l’aceto. Le giovani foglie sono
adatte per aromatizzare insalate e tisane. Infatti grazie alla presenza di tannini astringenti, sono
molto efficaci per arrestare le diarree, emorragie, contro il mal di gola e per la raucedine.

122

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

mora (pl.)

Chiomonte

Prali

Bobbio Pellice

moure (pl.)

Perrero

mora (pl.)

Roure (Bourcet)

amoura (pl.)

moro (pl.)

Fenestrelle

mora (pl.)

moure (pl.)

Rorà

Luserna
S. Giovanni
Bibiana

Prarostino

Villar Perosa

moure (pl.)

Pramollo

moura (pl.)

mure (pl.)

�ORTICA
URTICA DIOICA L.
Grande ortie

Per leggere la carta: In tutta l’area le denominazioni
sono riconducibili a uno stesso tipo ortica, sebbene
alcune forme (Chiomonte, località del Queyras e
dell’Oisans) presentino l’arretramento dell’accento; a
Prarostino il plurale oscilla fra urtìa e urtìe, e in
generale l’intera carta, che presenta sia forme singolari
sia forme plurali, consente di mettere in evidenza le
differenze fra le desinenze.
Saperi locali: L’ortica è una pianta che cresce
ovunque, ma i suoi usi si diversificano e moltiplicano
salendo dalla pianura alla montagna. L’uso alimentare
è tuttavia diffuso in gran parte dell’area di indagine: le
punte di ortica sono le prime a raccogliersi in
primavera e si mettono nelle frittate o nelle minestre
di erbette, ad es. la minestra di ortiche e patate, ortiche
pimpinele e polmonaria (BIBIANA, VILLAR PEROSA,
PERRERO,
PRALI,
BOURCET,
FENESTRELLE,
PRAGELATO); meno diffuso ma noto l’uso nel risotto o
nel ripieno degli agnolotti, insieme alla borragine
(«ntël cumaut di agnulot ënséma al buras: van propi bin;
mac le föie trità bütàntie ëd ricotta nsema, e sun delicati»,
“nel ripieno degli agnolotti insieme alla borragine: vanno proprio bene; solo le foglie tritate insieme
alla ricotta, e sono delicati”, Barge). L’uso del macerato di foglie d’ortica è attestato per gli scopi più
diversi. L’altro uso più conosciuto (RORÀ, PERRERO, PRALI) è quello del macerato di ortiche contro i
pidocchi delle piante, eventualmente lasciando macerare insieme alle ortiche del tabacco. Passando
all’uomo, un uso è legato ai capelli, sia per degli sciacqui per i capelli grassi (FENESTRELLE), sia contro
la perdita di capelli (BIBIANA, PRAGELATO), anche con le foglie non lasciate in infusione: «si facevano
degli impacchi con appositi stracci fatti a tasca, dove le foglie venivano inserite; ricordo una signora
che teneva questo impacco sulla testa notte e giorno» (PRAGELATO). Altri usi medicamentosi sono
fare il brodo di ortiche, che era utilizzato per l’ulcera (PRALI), per rendere bella la pelle e soprattutto
contro l’acne (LUSERNA); sembra infine che ci si punga apposta quando si ha la sciatica, perché le
bolle tirerebbero fuori l’acqua (BOURCET, letto in un libro).

123

�Botanica
Famiglia: Urticaceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, alta dai 30 ai 150 cm, fittamente ricoperta di peli ispidi e corti e
peli urticanti. Le foglie sono disposte in maniera opposta lungo il fusto, di colore verde scuro e
grossolanamente seghettate. Le infiorescenze si differenziano tra piante maschili e femminili: le
prime sono verdi-giallognole e rivolte verso l’alto, mentre le femminili sono grigiastre e pendule.
Habitat: incolti, bordi di sentieri e boschi, aree antropizzate dal piano fino a 1800 m. Fiorisce da
giugno ad ottobre ed è diffusa in tutta la penisola.
Parti usate: le giovani foglie si consumano in zuppe, risotti, frittate o come colorante negli impasti. I
peli urticanti vengono distrutti con la cottura, mentre se si vuole consumare cruda, bisogna pestarla
con un mattarello. Le foglie stimolano la diuresi, il metabolismo, sono depurative e anti reumatiche.

124

�Bardonecchia

Arvieux

ùrtieu

ortië - ourtìa

Aiguilles

Sestriere

urtìa (pl.)

Abriès

òrtieu

Pragelato
(Grand Puy)

urtìa (pl.)

orcho

Chiomonte

Prali

urtìo

Fenestrelle

urtìo

Bobbio Pellice

urtìa

Perrero

urtìa (pl.)

Roure (Bourcet)

eurtià (pl.)

urtìa

Rorà

Luserna
S. Giovanni

ürtia
Bibiana

Prarostino

urtìa (pl.)

Villar Perosa

urtìa

Pramollo

urtìa (pl.)

ürtie (pl.)

�PARIETARIA
PARIETARIA OFFICINALIS L.
Pariétaire officinale

Per leggere la carta: Accanto al tipo italiano parietaria,
cui forse è da ricondurre anche la forma panataria di
Prarostino, è diffuso, nelle valli Chisone e Germanasca,
il tipo panchaoudét. Sembra invece isolata la forma
cucouasa, raccolta a Bobbio Pellice e già rilevata
dall’ALEPO nel limitrofo Comune di Villar Pellice. Il
tipo erba delle lumache, che sulla carta compare solo a
Chiomonte, è in realtà diffuso in tutta la media e bassa
valle di Susa.
Saperi locali: La parietaria, conosciuta in buona parte
dell’area indagata, presenta gli usi più diversi. Raccolta
d’estate, normalmente le foglie si fanno seccare prima
dell’uso. Il più attestato è quello dell’infuso o decotto
con funzione diuretica e in generale depurativa delle
vie urinarie; si beve anche quando si ha la cistite
(BIBIANA, LUSERNA, «për fâ pîsà» PERRERO,
FENESTRELLE). Altro uso medicamentoso è quello degli
impacchi per togliere l’infiammazione (PRAROSTINO) o
per farne fasciature quando si hanno delle ferite, con
probabile azione emostatica (VILLAR PEROSA). La foglia
coriacea viene utilizzata per pulire i vetri o con funzione di sapone (BOBBIO PELLICE). L’uso
alimentare di mettere le «pouinte ëd panataria» nella minestra è attestato a PRAROSTINO, FENESTRELLE,
PERRERO. A PRAMOLLO si attesta l’uso di farne impacchi per le vacche.

Botanica
Famiglia: Urticaceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, alta dai 20-80 cm, con fusti erette e poco ramificati. Le foglie
sono lanceolate mentre i fiori si presentano come densi glomeruli ascellari di colore verdiccio. Tutta
la pianta è ricoperta da una peluria non urticante.
Habitat: Suoli boschivi, macerie, muri, ruderi, terreni abbandonati, su substrato azotato, umido o
asciutto, da 0 a 900 m s.l.m. Fiorisce da maggio a ottobre ed è presente in tutta Italia.
Parti usate: si raccolgono i giovani germogli e le foglie più tenere a scopo alimentare, mentre tutta la
parte aerea fiorita è impiegato in terapia come diuretico, depurativo e anti reumatico.

125

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

Prali

Bobbio Pellice

cucouàsa

Perrero

pan-chaoudét

Roure (Bourcet)

pan-chaoudét

pan-chaoudét

Fenestrelle

panchaoudiz

èrbo d le lumase

Chiomonte

Rorà

Luserna
S. Giovanni
Bibiana

Prarostino

panataria

Villar Perosa

parietaria

Pramollo

pan-chaoudét

panciaudèt

�PIANTAGGINE
PLANTAGO LANCEOLATA L.
Plantain lancéolé

Per leggere la carta: Sebbene la carta presenti diverse
denominazioni isolate (foujolo a Chiomonte, èrba ‘d san
giuan a Villar Perosa, milho a Rorà e èrba dî canarini a
Bobbio Pellice), il tipo lessicale più frequente è il
corradicale dell’italiano piantaggine, in diverse vesti
fonetiche (si noti ad esempio la resa della vocale tonica in
alta val Chisone o l’evoluzione del nesso pl- in val Pellice e
nelle aree linguisticamente piemontesi). Il tipo orecchie
d’asino, attestato a Chiomonte e a Bardonecchia come
prima risposta, si ritrova anche nel Brianzonese (a
Monêtier-les-Bains), mentre le forme feulha de chinc cota
(Bardonecchia) e [pianta] d’lâ sinc cota (Bourcet) fanno
probabilmente riferimento alle cinque nervature della
foglia. Gli informatori hanno manifestato alcune incertezze
nel produrre la denominazione dialettale della pianta: le
fonti di Pramollo segnalano di aver appreso la
denominazione consultando il dizionario di Pons/Genre,
ma di non averla mai sentita usare. A Rorà si sottolinea che
“qualcuno la chiama: così”, mentre a Bibiana, oltre alla
denominazione riferita, che l’informatore sostiene di aver
sentito in paese, la pianta si chiama: anche cutlin-a (cfr.
ALEPO I-II-184, nei punti di Boves, Chiusa Pesio e
Pamparato). A Villar Perosa non si è certi del Santo citato
nella denominazione e a Bobbio Pellice l’informatore
segnala che il termine citato è piemontese; quest’ultimo è peraltro interessante perché richiama:
l’impiego della pianta come mangime per gli uccelli.
Saperi locali: L’uso più attestato della piantaggine è quello per l’alimentazione animale: l’erba
veniva data ai conigli o ai maiali (SESTRIERE), la pannocchia, sgranata, veniva data al pollame
(BOBBIO, LUSERNA). L’uso alimentare –in tisane, in insalata, in frittata e nella minestra– e medicinale
è più attestato in montagna, e nelle valli Chisone e Germanasca (da VILLAR PEROSA a FENESTRELLE).
A BOURCET si individuano due varietà, «d’lâ sinc cota» e il «plantanh»; la foglia di piantaggine si
metteva sui foruncoli, in un bendaggio di stoffa, e si diceva togliesse l’infezione: «la tirë foro lou
mazant». Anche a BARDONECCHIA “serviva per far spurgare le ferite con pus”(ALEPO I-II-184). I
semi e le foglie vengono usati per preparare tisane per alleviare la tosse e i disturbi intestinali
(FENESTRELLE); a PERRERO si attesta l’uso della foglia su una ferita da taglio.

126

�Botanica
Famiglia: Plantaginaceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, alta dai 10 ai 40 cm, con fusto eretto e privo di foglie. Le foglie
sono disposte in una rosetta basale, con forma lunga e dritta e con nervature longitudinali.
L’infiorescenza è disposta all’apice del fusto ed è costituita da una spiga di fiorellini marroni.
Habitat: prati, pascoli, bordi dei sentieri, campi coltivati e negli incolti. Vegeta dal piano fino ai 2000
m ed è diffusa in tutta l’Italia. Fiorisce da maggio a settembre.
Parti usate: le foglie giovani possono essere consumate in insalate, zuppe e come contorno; inoltre,
dopo varie cotture, sviluppano un aroma che ricorda quello dei funghi. Mentre in infuso si utilizza
come espettorante delle vie respiratorie, oltre che avere attività anti batterica, anti infiammatoria e
immunostimolante.

127

�Bardonecchia

Arvieux

ourëlha d'ane /
feulha d chinc cota

Aiguilles

Sestriere

Abriès

coriola / planton

Pragelato
(Grand Puy)

plantónh

Prali

Bobbio Pellice

èrba dî canarini

plantanh

Perrero

plantanh

Roure (Bourcet)

milho

Rorà

Luserna
S. Giovanni
Bibiana

piantagn
/ cutlin-a

Prarostino

Villar Perosa

èrba ’d
san giuan

piantanh

Pramollo

plantanh

plantanh - d’lâ sinc cota

Fenestrelle

plantònh

ourélhe d'anën / foujolo

Chiomonte

�PRIMULA
PRIMULA VERIS L.
Primevère officinale

Per leggere la carta: La carta dei termini relativi alla
primula si presenta piuttosto variegata: a una zona
centrale in cui è attestato il tipo pimpinela, in varie
forme fonetiche, fanno da corona una serie di altre
denominazioni isolate (primula, pangin, primavera,
cavalét, cucuc, braiétta). A Fenestrelle si registra anche la
pronuncia coucouc, la denominazione di Roure si
riferisce alla “primula che penzola, l’altra non veniva”,
a Rorà la “primula di montagna” si chiama: anche
pimpinèla d’ la tous.
Saperi locali: In tutte le aree di ricerca è attestato l’uso
mangereccio, sebbene questo uso non sia documentato
per la primula di montagna “a gambo alto”, che era però
utilizzata a RORÀ e a SESTRIERE per preparare dei decotti
per la tosse. L’utilizzo più diffuso è per la preparazione
di minestre, dove poteva essere mischiata anche con altre
piante: a FENESTRELLE l’ortica e il couièt, a BOBBIO
PELLICE il tarassaco, le coste e le costine. Sempre a
BOBBIO PELLICE si faceva anche una vellutata di fiori di
primula. A PRAGELATO E A RORÀ si usavano i fiori per le
frittate, nonostante la primula non vi fosse comunemente
usata. A FENESTRELLE è attestato anche l’uso di foglie e
radici come rimedio per l’insonnia.

Botanica
Famiglia: Primulaceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, costituita da una rosetta di foglie basali pubescenti, da cui
diparte il fusto alto 12-22 cm. I fiori si sviluppano all’apice del fusto in ombrelle dense formate da 515 fiori di colore giallo intenso.
Habitat: prati e boschi aridi, soprattutto di conifere. Fiorisce da aprile a giugno. Vegeta dal piano fino
ai 2300 m. È diffusa in tutto il Centro e Nord Italia.
Parti usate: le radici e i fiori sono utilizzate a scopo terapeutico come espettoranti nelle tossi grasse e
bronchiti, mentre le giovani foglie, raccolte in primavera, possono essere consumate sia crude che cotte.

128

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

pempiètta

Abriès

dialéit

Pragelato
(Grand Puy)

braiétta (pl.)

boun fënno

Chiomonte

Prali

cavalét

Bobbio Pellice

pimpinèlla

Perrero

Rorà

Bibiana

pampinéla

Prarostino

pimpinèla

Villar Perosa

Luserna
S. Giovanni

Pramollo

pimpinéllo

pimpinéle (pl.)

pimpinèla (d’la tous)

pimpinélla (pl.)

Roure (Bourcet)

pimpi(n)éllo

Fenestrelle

cucuc - coucouc

�RABARBARO ALPINO
RUMEX ALPINUS L.
Oseille des Alpes

Per leggere la carta: La carta presenta un ristretto
ventaglio di risposte, anche perché non si è
indagata la denominazione della pianta nel
territorio di pianura o di prima collina, in ragione
della sua assenza alle basse quote: l’informatrice
di Villar Perosa segnala che la pianta non è
presente nel suo paese. Per quanto riguarda le
denominazioni raccolte, è possibile distinguere
fra quelle autoctone, del tipo lavas o tsèou, e quelle
mediate dall’italiano o dal francese (Rorà), del
tipo rabarbaro: si noti che è possibile supporre, per
queste ultime, un incrocio di referenti con il
rabarbaro domestico, come ci viene testimoniato
dall’informatore di Bobbio Pellice, che usa il
nome italiano per indicare il Rheum raponticum
L. o il Rheum rhabarbarum undulatum L.
Saperi locali: Il rabarbaro alpino è conosciuto in
buona parte dell’area d’indagine, sebbene nella
zona montuosa, dove vegeta, si registri una
maggior
ricchezza
di
informazioni.
Gli
informatori distinguono tra il rabarbaro
spontaneo e quello da piantare nell’orto, contro il
muro o in zona esposta al sole; l’uso più comune,
soprattutto di quest’ultimo, è quello di farne una marmellata, un poco amara (PRAMOLLO, PRALI,
PRAGELATO); questo è anche l’unico uso attestato in pianura. In montagna si usa anche aggiungerne
un poco alle mele cotte (BOBBIO PELLICE). La varietà spontanea cresce tra le ortiche nei terreni ben
concimati, ad esempio dal letame delle vacche (PRALI, BOBBIO PELLICE), oppure in terreni umidi
sotto al bachas (ROURE). Pianta acidula e fresca, il rabarbaro selvatico veniva usato d’estate per tenere
il burro al fresco (BARDONECCHIA, PRAGELATO, ROURE) o per involvere l’impasto delle calhëtta (un
piatto a base di patate grattugiate, PRALI). Apprezzato dalle vacche al pascolo, a Fenestrelle si attesta
l’uso della radice in decotto, come regolatore dell’intestino. L’uso della pianta in minestra, quando è
ancora piccola, è conosciuto ma non diffuso proprio per via dell’acidità (ROURE).

129

�Botanica
Descrizione: sono piante perenni, di grandi dimensioni e rigogliose, con robusti rizomi da cui viene
emesso ogni anno un nuovo apparato vegetativo, fusti eretti e ramificati in alto e striati, alti dai 60 ai
120 cm. Le foglie, di grandi dimensioni, sono in gran parte riunite in una rosetta basale con margine
intero o dentato, più o meno ondulato. I fiori sono bisessuali, riuniti in pannocchie terminali
lungamente peduncolate che possono raggiungere alcuni decimetri di lunghezza.
Habitat: la specie domestica si trova comunemente coltivata negli orti, mentre quella selvatica è
diffusa nei pascoli e negli alpeggi, specialmente attorno alle aree di riposo del bestiame, alle malghe e
ai letamai. Vegeta dai 1500 ai 2400 m in tutta Italia escluse le isole.
Parti usate: a scopo medicinale è impiegata la radice del più noto rabarbaro cinese, che ha notevoli
proprietà toniche, digestive, depurative e lassative. Ma già anticamente, nelle vallate alpine, il
rabarbaro alpino veniva impiegato per le medesime proprietà. Le foglie possono essere impiegate
nelle insalate, ma l’uso più comune è quello di cuocerle ed utilizzarle come gli spinaci, ma attenzione
per l’alto contenuto di acido ossalico che conferisce alle foglie crude il caratteristico sapore acidulo:
devono essere consumate in piccole quantità e sono vivamente sconsigliate alle persone che soffrono
di gotta, reumatismi, artriti.

130

�Bardonecchia

tsèou

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

lavósa

Chiomonte

Prali

lavaso

Fenestrelle

lapòs

Bobbio Pellice

lavas

Perrero

rabarbaro

Roure (Bourcet)

lavasa (pl.)

rubarba

Rorà

Bibiana

Prarostino

Villar Perosa

Luserna
S. Giovanni

Pramollo

rabarbaro

�RAPERONZOLO
CAMPANULA RAPUNCULUS L.
Campanule raiponce

Per leggere la carta: La denominazione più diffusa è
rampun, con alcune eccezioni (rambanella a Fenestrelle,
stesso tipo lessicale con diversa suffissazione). È più
facile che il nome venga da rapa con suff. one(m)
incrociato con rampa, con conseguente mantenimento
dell’occlusiva. Gli informatori di Bibiana e Bobbio
Pellice esprimono dei dubbi sulle loro risposte.
Saperi locali: Non è ovunque utilizzato, anche se è
piuttosto conosciuto: dagli informatori; è messo in
evidenza il caratteristico fiore rosa - violaceo
(PRAMOLLO) e la crescita spontanea nelle rive e negli
orti. La radice cruda tagliata a pezzetti, che si raccoglie
in primavera («quando mette le foglioline gli vai
dietro» PERRERO), si mangia in insalata insieme ad altre
erbe. La rosetta di foglioline alla base viene consumata
in frittata a VILLAR PEROSA.

Botanica
Famiglia: Campanulaceae
Descrizione: pianta erbacea biennale, alta dai 30 ai 60 cm, con radice bianca, ingrossata e carnosa. Le
foglie basali sono disposte a rosetta, di forma oblunga, di colore verde chiaro e si sviluppano a fine
autunno e inizio primavera. A primavera inoltrata, si sviluppano le foglie lungo il fusto, lanceolate e
alterne e il fiore, viola-bluastro, peduncolato a forma di campanula.
Habitat: diffuso negli incolti, campi, vigne, oliveti e radure boschive. Vegeta dal livello del mare ai
1.500 metri; fiorisce da maggio a luglio ed è presente in tutta l’Italia.
Parti usate: le radici carnose e le foglie giovani basali sono usate in cucina.

131

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

Chiomonte

Prali

Fenestrelle

Bobbio Pellice

rabba ëd tèra

Perrero

rampoun

Roure (Bourcet)

rambanella

Rorà

Luserna
S. Giovanni

rampoun
Bibiana

Prarostino

Villar Perosa

rampoun

Pramollo

rampoun

gabiusa plise ënvèrse
- rampoun

�SAPONARIA OFFICINALIS
SAPONARIA OFFICINALIS L.
Saponaire Officinale

Per leggere la carta: È stato possibile
raccogliere le denominazioni dialettali della
saponaria solo in tre località: Pragelato, Bobbio
Pellice, Bibiana. In due casi i nomi dialettali
sono costruiti sulla stessa radice dell’italiano
“sapone”, mentre a Bibiana si fa riferimento al
verbo “lavare”.
Saperi locali: La pianta cresce in abbondanza
ma è identificata solo in alcune località
dell’area di indagine: le denominazioni
dialettali riflettono l’uso come ‘sapone’
naturale (uso attestato a BOBBIO PELLICE e
BIBIANA). A BOBBIO PELLICE si specifica che la
saponaria veniva utilizzata quando il sapone
fatto in casa non era sufficiente, per lavare i
capi più piccoli.

Botanica
Famiglia: Caryophyllaceae
Descrizione: Pianta perenne, erbacea, provvista di rizoma strisciante e ramificato di colore bruno
rossastro; i fusti, alti fino ad 1 metro, sono eretti o ascendenti, glabri o leggermente pubescenti,
talvolta legnosi alla base. Gli steli hanno foglie opposte, ovali, oblunghe e ricurve, le inferiori
brevemente picciolate, le superiori opposte ai nodi, ricoperte di peli corti o glabre. I fiori di colore
rosa più o meno intenso, con 5 petali appena smarginati, sono riuniti in cime compatte all’apice degli
steli. Emanano un delicato profumo, soprattutto verso sera.
Habitat: predilige i terreni freschi e umidi, vicino ai corsi d’acqua, aree ruderali e campi. Fiorisce da
giugno a ottobre, vegeta fino ai 1000 m. ed è presente in tutta l’Italia.
Parti usate: le radici, contengono delle sostanze, le saponine, che hanno la proprietà di produrre
schiuma a contatto con l’acqua. Possono essere inoltre utilizzate in ambito terapeutico per la loro
azione mucolitica ed espettorante a livello bronchiale ma vanno assunte con moderazione, data la
loro tossicità.

132

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

savouno

Chiomonte

Prali

Fenestrelle

Bobbio Pellice

èrba dël savoun

Perrero

Roure (Bourcet)

Rorà

Bibiana

èrba lavoira

Prarostino

Luserna
S. Giovanni

Pramollo

Villar Perosa

�SILENE
SILENE VULGARIS (M.) GARCKE
Silène enflé

Per leggere la carta: Dei due tipi più attestati, il primo
(eicouplòou, schoupet, etc.) rimanda allo scoppiettìo che
si può produrre per gioco con i fiori, come è ricordato
a Pragelato; il secondo, cuièt, diffuso in tutta l’area
piemontese (da coi, ‘cavolo’) rimanda all’uso
alimentare.
Saperi locali: È conosciuta e raccolta in tutta l’area
d’inchiesta. L’uso alimentare è piuttosto attestato: in
prati non molto concimati, dove il terreno è un po’ più
povero (LUSERNA) le foglie erano raccolte piccole e
tenere, prima che risultassero fibrose; si mettono in
minestra (PRAGELATO, PRAROSTINO) o in padella come
fossero spinaci (PRAROSTINO): in ogni caso non si
consumano crude. Per altri è da darsi solo alle vacche,
come foraggio (ROURE), e comunque non va utilizzata
per l’alimentazione umana.

Botanica
Famiglia: Caryophyllaceae
Descrizione: pianta erbacea, con un fusto che può raggiungere anche i 50-60 cm di altezza, sottile ed
eretto. Le foglie, verde cenere con una venatura biancastra centrale, sono opposte e ovali. Sulla cima
dei gambi sono disposti i fiori, bianchi e di forma panciuta e ovoidale.
Habitat: erba infestante, è comune nei prati, dalla pianura alla montagna, oltre che ai bordi dei
sentieri e nelle aree ghiaiose. Fiorisce da maggio a ottobre. Vegeta dal livello del mare ai 2800 m. ed è
presente in tutta Italia.
Parti usate: in cucina si usano i germogli teneri, raccolti all’inizio della primavera, quando sono
appena lunghi 5-6 cm per poi essere sbollentati e mangiati come contorno di altre pietanze.

133

�Bardonecchia

clopes

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

eschoupé (pl.)

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

icloupaou

eicouplòou

Chiomonte

Prali

schoupét

Fenestrelle

eicloup

Bobbio Pellice

schoupét

Perrero

couiét

Roure (Bourcet)

Luserna
S. Giovanni

chouquëtte

Rorà

couièt

cuièt
Bibiana

Prarostino

schouplèt

Pramollo

Villar Perosa

s-ciuflèt

�TANACETO
TANACETUM VULGARE L.
Tanaisie

Per leggere la carta: L’area delle Valli Valdesi è piuttosto compatta
nel definire la pianta con il tipo lessicale tanaìa, in diverse vesti
fonetiche (a Prarostino l’informatrice sostiene che il tanaceto si
possa chiamare anche arquibus, dal nome del noto liquore che si
produce con la pianta). La Valle di Susa presenta invece due
denominazioni distinte, senboun frizà a Bardonecchia e shartreuzo a
Chiomonte: anche quest’ultima deriva probabilmente dal celebre
liquore Chartreuse.
Saperi locali: Il tanaceto è conosciuto e utilizzato in quasi tutta
l’area di indagine; pianta spontanea e semispontanea, cresce spesso
ai margini degli orti. L’uso alimentare è quello tipico delle erbe
primaverili, e viene cucinato soprattutto in frittata (BIBIANA,
VILLAR PEROSA, PERRERO, PRALI). L’uso medicamentoso è ancora
ben conosciuto, confortato da alcuni detti: «Tanaìo, tanaìo së ma
màire të sabìo dë soun mâl i nën garìo» (“Tanaceto, tanaceto, se mia
madre ti avesse conosciuto sarebbe guarita dal suo male) (PRALI),
«Së onnhi donna sabësse la virtù d’ la tanaìa pa nen ort saria sënsa» (“Se
ogni donna conoscesse le virtù del tanaceto, nessun orto ne sarebbe
privo”) (BOBBIO PELLICE). In tisana, si usava come digestivo e per «purgare il sangue» (ROURE), se ne
attesta anche un uso veterinario, contro i vermi e in generale per il mal di pancia dei vitelli
(FENESTRELLE); si dava anche un beverone alle vacche che avevano appena partorito, probabilmente
come disinfettante (PRAMOLLO).
Botanica
Famiglia: Asteraceae
Descrizione: Pianta erbacea perenne da 60 a 120 cm di altezza, fortemente aromatica, con un rizoma
strisciante e ramificato, legnoso, provvista di fusti eretti, fogliosi e ramificati nella parte superiore.
Foglie con picciolo di 5-15 cm, alterne, glabre, seghettate sul bordo; le foglie del caule inguainanti
presentano sul retro delle piccole ghiandole. Le infiorescenze sono all’apice del fusto disposti in
corimbi compatti, densi ed appiattiti con fiori tubulosi di un color giallo-oro.
Habitat: diffusa nei terreni incolti, lungo i corsi d’acqua e i pendii erbosi di montagna fino ai 1600 m.
Fiorisce da giugno a settembre ed è presente in tutta l’Italia escluso il sud.
Parti usate: le sommità fiorite e le foglie. Per l’alto contenuto in olii essenziali e principi amari, vanta
proprietà amaro-toniche, digestive e febbrifughe. Inoltre si usava abitualmente per profumare
ambienti e biancheria, come insetticida per eliminare o tenere lontano pidocchi, pulci e tarme dai
materassi, dai sacconi e dalle cucce degli animali domestici e repellente per allontanare i topi dai
depositi di granaglie. È bene ricordare che, se assunto ad alti dosaggi, risulta tossico a causa della
presenza di tujone (soprattutto nell’o.e), che provoca spasmi muscolari ed è eccitante.

134

�Bardonecchia

Arvieux

senboun frizà

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

tanaìa

shartreuzo

Chiomonte

Prali

tanaìo

Fenestrelle

tanaìo

Bobbio Pellice

tanaìa

Perrero

tanaìo

Roure (Bourcet)

tanarìo

tënaìa

Rorà

Luserna
S. Giovanni
Bibiana

Prarostino

tënaìa - arquibus

Villar Perosa

tanaìa

Pramollo

tanaìe

tanaìa

�TARASSACO
TARAXACUM OFFICINALE L.
Pissenlit

Per leggere la carta: I nomi del tarassaco sono ben studiati
(ad es. da S. Canobbio e T. Telmon in Miscellanea per
Giuliano Gasca-Queirazza, Alessandria 1988): la densità di
punti della nostra inchiesta porta dunque alcune conferme.
Semplificando, l’area di parlata piemontese si attesta sul
tipo ‘girasolÉ, il tipo ‘muso porcino’ è ben riconoscibile nelle
forme della val Pellice; meno riconoscibile, ma riconducibili
allo stesso tipo le denominazioni in alta val Chisone e
Germanasca, in val di Susa e in Queyras. ‘Cicoria’ è un tipo
legato all’uso alimentare testimoniato a San Germano.
Saperi locali: Il tarassaco si trova nei prati ben concimati; a
PERRERO si usava andare a raccoglierlo in montagna, dopo
lo scioglimento delle slavine, nei prati dove andavano a
riposare le mucche. I tarassaci si raccolgono appena
spuntano, per metà ancora sottoterra, e risultano
tenerissimi e per niente amari. Si possono mangiare prima
che mettano il fiore, quando le foglioline sono piccole e
tenere, crudi in insalata, magari aggiungendo un uovo e del
limone, oppure sbollentando le foglie e passandole in padella come uno spinacio. Invece la radice
andrebbe raccolta in autunno; questa si fa seccare, si spezzetta e poi si fa bollire in acqua. Il decotto
veniva usato come depurativo per i reni, il fegato e il sangue e per le inappetenze.

Botanica
Famiglia: Asteraceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, alta dai 20 ai 30 cm, con uno stelo cavo e privo di foglie. Da
questo, se spezzato, fuoriesce un lattice bianco. Le foglie sono tutte riunite in una rosetta basale, di
forma oblunga e molto diversificate fra loro (alcune quasi intere, altre irregolarmente lobate o
dentate). I fiori sono riuniti in capolini singoli di colore giallo all’apice del fusto. Da ogni fiore si
origina un achenio (frutto secco), provvisto del caratteristico pappo: un ciuffo di peli bianchi, che
agisce come un paracadute, essendo trasportato dal vento e agevolando così la dispersione del seme.
Habitat: prati, pascoli, sentieri, terreni sia fertili sia incolti. Fiorisce da febbraio a maggio in massa e
poi per tutto l’anno, inverno escluso. Vegeta in tutta l’Italia dal livello del mare ai 1700 metri.
Parti usate: in cucina si usano le tenere e giovani rosette primaverili crude o cotte e come verdura
depurativa primaverile. Mentre la radice e le foglie vengono usate per le loro proprietà diuretiche,
depurative, come disintossicante epatico e come amaro-tonico nei problemi digestivi.

135

�Arvieux

moureù

Bardonecchia

mërpounsìe

Aiguilles

Sestriere

Abriès

chardeui

marì poursin

Pragelato
(Grand Puy)

maripoursin

Roure (Bourcet)

malpoursin

Prali

Bobbio Pellice

mourepoursin

Rorà

Luserna
S. Giovanni

girasul
Bibiana

Prarostino

mourëpoursin

Villar Perosa

girasul

mourepoursin girasoul - pisanlì

Pramollo

mourpoursin

mourepoursin

mourpoursin

Perrero

virasouléilh - marpounsin

Fenestrelle

maripoursin

arvisiiòou - roussilhòou

Chiomonte

�TIMO SERPILLO
THYMUS SERPYLLUM L.
Serpolet

Per leggere la carta: La carta linguistica si presenta
compatta, con il tipo corradicale all’italiano serpillo che
emerge in quasi tutte le località per le quali si è
ottenuta una risposta. Si noti infine che l’informatrice
di Villar Perosa, nel parlato spontaneo, usa
l’accentazione comune alle altre località: sërpoùl.
Saperi locali: Il timo serpillo si raccoglie sulle pietraie
o sui terreni meno fertili, sui bordi delle strade. L’uso
più conosciuto e attestato in quasi tutta l’area
d’indagine è quello in tisana e in decotto e per la
preparazione del liquore (in tempi più recenti), la
funzione quella digestiva di stimolo dell’appetito.
Come pianta aromatica si usa per la carne, soprattutto
l’arrosto (PRAGELATO, PRAMOLLO, PRALI) o nei boudin.
Più raro l’uso medicamentoso (attestato anche a
BARDONECCHIA): vi si ricorreva per alleviare la tosse
e, schiacciando la pianta fresca sulla pelle, per
diminuire il bruciore delle punture (FENESTRELLE,
PERRERO).

Botanica
Famiglia: Lamiaceae
Descrizione: piccolo arbusto aromatico, con fusti striscianti sul suolo, che a ogni nodo produce delle
radici avventizie da cui dipartono altri piccoli fusti. Le foglie, pubescenti, sono distanti nei rami fertili
e avvicinate in quelli sterili e sono di forma ovale e leggermente allungata. I fiori, rosati, sono
raggruppati all’apice dei fusticini.
Habitat: predilige i terreni incolti, soleggiati, tra le rocce e lungo i pendii erbosi. È diffuso dalla
pianura alla montagna fino ai 2200 m. Fiorisce da aprile ad agosto.
Parti usate: le sommità fiorite sono impiegate in ambito terapeutico sotto forma di infusi, in caso di
tosse, bronchiti e per stimolare l’apparato digestivo. Inoltre l’olio essenziale ha azione antisettica e
balsamica. Infine in cucina viene largamente utilizzato per insaporire carne e pesce.

136

�Bardonecchia

serpoun

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

serpoul

Abriès

serpoul

Pragelato
(Grand Puy)

serpoul

serpoulh

Chiomonte

Prali

sërpoul

Fenestrelle

sèrpoul

Bobbio Pellice

sërpoul

Perrero

Roure (Bourcet)

seipoul

sërpoul

Rorà

Luserna
S. Giovanni

sërpul
Bibiana

Prarostino

Villar Perosa

sërpoul

Pramollo

sërpoul

së’rpul

�VALERIANELLA
VALERIANELLA LOCUSTA L. (LATERR.)
Mâche

Per leggere la carta: Le denominazioni raccolte nelle Valli
Valdesi sono tutte riconducibili a un tipo lessicale, da intendersi
come ‘insalatina’, spia dell’uso alimentare; lo stesso uso
potrebbe essere alla base della forma raccolta a Bardonecchia
(letteralmente “dolcetta”). A Chiomonte è invece stato elicitato
ranpounsoun, di motivazione oscura.
Saperi locali: Conosciuta e utilizzata in tutta l’area d’inchiesta
montana e pedemontana, meno in pianura: si sottolinea come ci
sia chi va a raccoglierla in montagna perché è più piccola.
Spontanea, si sottolinea come cresca nei campi coltivati, dove la
terra è stata concimata o dissodata e non nei prati dove rimane
soffocata tra le altre erbe (FENESTRELLE, ROURE, PERRERO,
PRAMOLLO), o nei fossi freschi «quando si inizia a fare il prato
avvicendato». L’uso è sempre alimentare (mai medicinale, si
sottolinea a PRAGELATO): si mangia in insalata, meglio se con
delle uova sode.

Botanica
Famiglia: Caprifoliaceae
Descrizione: pianta erbacea perenne, con foglie inferiori disposte in una rosetta basale, di forma
oblunga, mentre quelle superiori sono leggermente più dentate. La rosetta fogliare si forma nel
primo autunno, mentre lo stelo fiorale nella primavera successiva. Le infiorescenze sono formate di
piccoli fiori raccolti in corimbi di colore azzurro tendente al bianco.
Habitat: comune nei prati, nei campi, nei vigneti e negli incolti. Fiorisce da aprile a maggio ed è
diffusa in tutta l’Italia dal livello del mare ai 1400 m.
Parti usate: la rosetta basale, raccolta quando è tenera e priva dei fiori, è usata in cucina, soprattutto
come insalata. Ha un alto contenuto in vitamina A, C e in ferro.

137

�Bardonecchia

dousëtta

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

saladétta

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

serzèi

ranpounsoun

Chiomonte

Prali

saladét

Fenestrelle

saladina

Bobbio Pellice

Perrero

saladét

Roure (Bourcet)

saladin

sarzèt

Rorà

Bibiana

salëzèt

saladèt
Prarostino

Luserna
S. Giovanni

saladèt

Pramollo

Villar Perosa

salëzèt

�VERBASCO
VERBASCUM THAPSUS L.
Molène bouillon-blanc

Per leggere la carta: Prevalente il tipo ‘coda di volpe’ (o
almeno così interpretato), con riferimento alla forma del
fiore o forse anche della foglia. Le forme lëvioun/luvioun
continua il latino avedonem con concrezione dell’articolo:
da questa base si spiegano più facilmente forme come
lëvioun (Bobbio Pellice); forme con lu– forse potranno
essere aggiunte al dossier lupus (non il lupo, ma alle spalle
di luppolo/luvërtin). Si noti che gli informatori di Villar
Perosa iniziano dicendo di non conoscere il nome della
pianta, poi aggiungono la denominazione riportata
avvertendo che “si dice così in montagna”.
Saperi locali: A RORÀ, FENESTRELLE, PERRERO se ne
raccoglievano i fiori, che venivano poi fatti seccare (uso
attestato anche a PERRERO) e utilizzati per tisane o decotti
per curare tosse e catarro. A PRAMOLLO è riportato l’uso
dei fiori anche per le vacche. Veniva anche usato come
“carta igienica” per la consistenza delle sue foglie
(BOBBIO PELLICE).

Botanica
Famiglia: Scrophulariaceae
Descrizione: pianta erbacea, di aspetto molto variabile, con fusti alti fino a 2 metri, fogliosi, rigidi,
talvolta ramosi, con pelosità bianco-giallastra. La sua radice affusolata e cilindrica produce il primo
anno una rosetta basale costituita da grandi foglie, sino a 45 cm, obovate, molli, molto tomentose,
finemente seghettate, sessili o quasi. La rosetta basale dura nell’inverno e produce nel secondo anno,
un fusto alto e robusto coperto di foglie. I fiori sono raggruppati in fascetti di 6/7 elementi e formano
una lunga spiga di colore giallo pallido. I fiori vivono soltanto un giorno e sono costantemente
sostituiti da nuovi elementi.
Habitat: incolti, bordi stradali, scarpate e in generale suoli poveri. Cresce fino ai 1800 m, fiorisce da
maggio a settembre ed è presente in tutta l’Italia.
Parti usate: i fiori raccolti di primo mattino, non troppo maturi. Il fitocomplesso è emolliente,
espettorante, edulcorante, il che rende i fiori ottimi adiuvanti delle tisane espettoranti per tossi,
raffreddori e bronchiti.

138

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

gro shardoun

Chiomonte

Prali

Fenestrelle

couvóep

Bobbio Pellice

lëvioun

Perrero

counvolp

Roure (Bourcet)

Rorà

Bibiana

Prarostino

Villar Perosa

Luserna
S. Giovanni

Pramollo

coumvoùëlp

cua ’d vulp

�VERBENA
VERBENA OFFICINALIS L.
Verveine

Per leggere la carta: Tutte le denominazioni raccolte
risalgono allo stesso etimo cui risale l’italiano verbena,
pur con una certa variazione fonetica. L’informatrice
di Roure riferisce un termine che ha sentito usare a
Perosa Argentina; quella di Pramollo riporta la
denominazione appresa dal Dizionario Pons/Genre e
quella di Villar Perosa, non conoscendo il nome della
pianta, vi si riferisce come “cula ca pistu për le
contusioni“.
Saperi locali: La verbena era usata per preparare
tisane a BOURCET e a PERRERO per dare profumo agli
arrosti. Altro uso attestato è quello terapeutico. A
VILLAR PEROSA e RORÀ era pestata per preparare
impacchi contro botte, contusioni, infiammazioni e per
estrarre l’umido dalla pelle o dalle articolazioni. A
LUSERNA SAN GIOVANNI si prendeva, sempre pestata,
per curare i nervi.

Botanica
Famiglia: Verbenaceae
Descrizione: piccola pianta erbacea perenne, alta 20-40 cm con piccoli fusticini semi-legnosi alla base,
con foglioline lanceolate e dentate e piccoli fiori poco appariscenti raccolti in lunghe spighe sottili di
colore rosato.
Habitat: predilige i luoghi incolti e ruderali, margini delle strade e dei sentieri. Cresce in tutto il
territorio italiano dalla pianura fino ai 1000 m. Fiorisce da maggio a ottobre.
Parti usate: tutta la parte aerea della pianta fiorita è utile come antispasmodico per l’emicrania, nei
dolori gastrici, disturbi mestruali e nella menopausa, stimolazione della secrezione lattea e
facilitazione del parto se assunta nelle ultime settimane di gravidanza.

139

�Bardonecchia

vërvénë

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

verbéin

vervéno

Chiomonte

Prali

Fenestrelle

Bobbio Pellice

Perrero

vervénno

Roure (Bourcet)

veivéno

barbéna

Rorà

Luserna
S. Giovanni

verbéna
Bibiana

Prarostino

Villar Perosa

verbéna

Pramollo

barbéno

�VIOLA TRICOLOR
VIOLA TRICOLOR L.
Pensée sauvage

Per leggere la carta: La maggior parte delle denominazioni
raccolte appartiene al tipo corradicale dell’italiano violetta. La
pluralità di denominazioni per questo fiore così noto è
piuttosto diffusa: l’informatrice di Roure distingue fra lâ
viouléttâ bloia e lâ viouléttâ jaouna, a Prali viene citata anche la
forma viòoulëttin, che a Pramollo viene fatta corrispondere, al
femminile viòoulëtîna a “quelle bianche” (mentre quelle viola
sono viòoulëtta). Anche a Villar Perosa si sottolinea la
distinzione fra viole gialle e blu: ëd solit giaune, përché pöi cüìu
cle viulëtte chë sürtìu dop ël gran o la sél ca l’eru cite; së ün dis le
viole ëd muntagna sun le viole blö. Particolarmente interessanti
sono le forme attestate a Luserna San Giovanni (dove ci si
riferisce a “quella sul giallo col fiore piccolo e con i petali
superiori viola”) e a Bobbio Pellice, del tipo galletto. Tale
lessotipo, privo di riscontri in lessicografia, emerge anche nei
materiali dell’ALEPO, che alla voce I-II-267 viola del pensiero
registra un hapax a Villar Pellice: jalouquét.
Saperi locali: L’uso della viola è concentrato perlopiù in area
montana. L’utilizzo attestato con maggior frequenza è quello
di aromatizzare tè (BOBBIO PELLICE) o altre tisane; l’infuso di
violette è usato come tisana da sera (PERRERO), o come rimedio
per la tosse (FENESTRELLE), mal di testa e in generale per le malattie da raffreddamento
(PRAGELATO), per le sue proprietà antinfiammatorie (PRAMOLLO); l’effetto diuretico è attestato a
PRALI. A PRAROSTINO si testimonia l’uso di far cuocere il fiore, con aggiunta di burro e sale, contro la
bronchite. Altro uso è quello in minestra (LUSERNA SAN GIOVANNI), di riso e latte (RORÀ); a PRALI si
raccoglie la ricetta della poutillho di farina di mais e semola, a cui cottura ultimata erano aggiunte le
violette.
Botanica
Famiglia: Violaceae
Descrizione: pianta annuale o pluriennale con piccoli fusti eretti o ramificati. I fiori hanno
colorazioni ricche di varianti, ma in genere i petali superiori sono viola-bluastri, i due centrali
giallognoli o lilla e quello inferiore giallo con striature viola.
Habitat: prati, bordi di sentieri, terreni sia incolti che coltivati. Fiorisce da aprile a settembre dalla
pianura alla montagna.
Parti usate: le sommità fiorite sono impiegate per via interna ed esterna per varie affezioni: dalla
crosta lattea del lattante, eritemi e dermatiti infantili, eczemi negli adulti. Gli infusi sono anche
depurativi, diuretici, sudoriferi e febbrifughe.

140

�Bardonecchia

Arvieux

Aiguilles

Sestriere

vioulétta

Abriès

Pragelato
(Grand Puy)

viouléttë

vioulëtto

Chiomonte

Prali

Bobbio Pellice

jalouquèt

Perrero

Roure (Bourcet)

vioulétta (pl.)

viòoulëtto viòoulëttin

Fenestrelle

vioulètta (pl.)

Bibiana

viulëtta (pl.)

Prarostino

vioulëtte (pl.)

Luserna
S. Giovanni

vioulëtte (pl.)

Rorà

viulëtte (pl.)
Villar Perosa

galuchèt

Pramollo

viòoulëtta (pl.)
- viòoulëtîna

�SEZIONE III

141

�FIOR I E PIA NTE NEL PA TOU À D I
MENTO ULL ES E VILLA RET TO*
*L’inserto è stato interamente curato da Luca Martin Poetto.

ITALIANO

OCCITANO

NOME SCIENTIFICO

abete bianco
abete rosso
abrotano
acero campestre, oppio
acero montano
acetosa dei muri
acetosa dei prati
acetosella, carpigna
achillea odorosa
achillea villosa, genepì bianco
aconito
aconito. napello
agarico bianco

sòp
sufi
avreù
obbre
plòe
aseucclë da murs
aseucclë
èrbë da cucuc
róttë
dounsèrio
èrbo toro, èrbo d'la toro, toro
èrbo toro, èrbo d'la toro, toro
panouflo

agarico della ferula

champinhon

aglio
aglio selvatico
agrifoglio
albicocco
alchemilla
alloro, lauro
alno, ontano
altea, malvaccione
amarella, artemisia, canapaccia
ambretta. gallinaccio
anemone delle alpi
appio. sedano selvatico
aquilegia
aquilegia alpina
arancio
armeria volgare
arnica
asclepiade, erba seta,
vincetossico
asfodelo
asparago
assenzio

òlh
alhét
agréou
dramounhénc
sinqueno
lorié
vernë
malvavisc
arsemizë
gabiouzë
chabousèllë, javanél
appi
peiroulét, tennho-fìel
peirouét
orangié
érbo d'la caréa
tabacòs

Abies alba Miller.
Picea abies (L) H. Karsten.
Artemisia obrotanum L.
Acer campestris L.
Acer pseudoplatanus L.
Rumex scutatus L.
Rumex acetosa L.
Oxalis acetosella L.
Achilleo moschoto Wulfen.
Achillea nana L.
Aconitum onthora L.
Aconitum nopellus L.
Polyporus officinalis Fr.
Pleurotus eryngii var. ferulae
Lanzi.
Allium sativum L.
Allium vineale L.
Ilex aquifolium L.
Prunus armeniaca L.

malmégge
pouracchë
aspòrs
usénc

142

Laurus nobilis L.
Alnus glutinosa (L.)
Althea officinalis L.
Artemisia vulgaris L.
Knautia arvensis L.
Pulsatilla alpina Schrank.
Apium graveolens L.
Aquilegia vulgaris L.
Aquilegia alpina L.
Citrus sinensis (L.) Osbeck.
Armeria alpina Willd.
Arnica montana L.
Vincetoxicum hirundinaria
Medikus.
Asphodelus olbus Miller.
Asparagus offinalis L.
Artemisia obsinthium L.

�attaccamano
avena
avena folle
balsamina

glèttë
avénë
ovenando
belh 'om

bambagia selvatica

imortèlla

barba di capra. barba di becco,
coda dì volpe

aspòs salvagge

barbabietola gialla

bleò

barbabietola rossa

carottë roue

barbone. vite bianca
bardana, lappa
basilico
beccabunga
biancospino
bieta, bietola bianca, bietola da
coste
bistoria, serpentina
bonagra, ononide, restabovi
borraggine
bosso
botton d’oro
brugo
bulbocastagno
cadrangola, lupinella
caglio bianco, pergolato

boutla salvajja
lapòs
bazlicò
favaso
prusét

calamento, nepetella

èrbo d' l'encalament

calendula
calta
camedrio
camomilla
campanella dei prati,
raperonzolo
canapa

courteziò
sousì
calamandreò
canamillhë

Galium aparine L.
Avena sativa L.
Avena fatua L.
Balsamina hortensis L.
Antennaria dioica (L.)
Gaertner.
Aruncus dioicus (Walter)
Fern.
Beta vulgaris L. var. rapa
alba
Beta vulgaris L. var. rapa
rubra
Bryonia dioica Jacq.
Arctium lappa L.
Ocymum basi/icum L.
Veronica beccabunga L.
Crataegus oxiacantha L.
Beta vulgaris L. var. rapa
cicla
Polygonum bistorta L.
Ononis spinosa L.
Borrago officinalis L.
Buxus sempervirens L.
Trollius europaeus L.
Calluna vulgaris (L.) Hull.
Bunium bulbocastanum L.
Onobrychis viciifo/ia Scop.
Galium mollugo L.
Satureja calamintha ssp.
nepeta (L.) Link.
Calendula orvensis L.
Calendula officinalis L.
Teucrium chomaedris L.
Matricaria chamomilla L.

rambanèllë

Campanula rapunculus L.

chenobbou

cannella

canèllë

cappellini
carciofo
cardo
cardo dei campi, scardaccione
carice

léouso
artichoc
còrt
chardon
lécho

Cannabis sativa L.
Cinnamomum zeylanicum
Blume.
Agrostis stolonifera L.
Cynara scolymus L.
Cynara cardunculus L.
Cirsium arvense (L.) Scop.
Carex spp. L.

cóotë
erparô
ratabuou
bouraes
bóes
poupoul
brièrë
linsouét
jaét
èrbo da group

143

�carlina
carlina
carota
castagno

azenét
chardousë
pastounaddë
châtanhé

cavolaccio, farfaraccio

chaplòs

cavolo

choe

cavolo rapa

rabbë

cece
celidonia
cent'occhio, paperina

sizre
sireunnhë
pavarinë

centaurea

senlaouréo

Carlina vulgaris L.
Carlina acaulis All
Daucus carota L.
Fagus sativa Miller.
Petasites hybridus (L.) G.,
M. &amp; Sch.
Brassica oleracea L.
Brassica oleracea L. var.
gongyloides
Cicer arietinum L.
Chelidonium maius L.
Stellaria media (L.) Vili. s.
Centaurium umbellatum
Gilib.

centinoda, correggiola,
poligono maschio
cerchi delle streghe

tirasetco

Polygonum auiculare L.

arget vioù

cerfoglio comune

chofoulhét

ceserone. veccione, rubiglione
cicerchia
cicoria
cicuta
cilìegio
cìliegio
cinquefoglie
clematide vitalba
coda di volpe
colchico

pezarèl. pezarèllo
jaiso
sicori
sicuttë
sireizìe
sereezié
èrbo d' la sinquéno
aebeò courdélh
tartareò
anollhë,vacharèllë

colubrina, buon enrico

orla

consolida maggiore
convolvolo de i campi
crescione
crespino
croco
cumino dei prati
cuscuta
delfinio
ditola
dulcamara
edera
elleboro, veratro
epatica, erba trinità

érbo do panaris. niali
courioe
creison
pittou
freidouìnë
cummel
èrbo d' l'endurmio
clavèl-dent
brutia
amordou, amaradou
èirë
vràerë
èrbo dì bouisoun, trei-corn

Clitocybe geotropa Bull.
Anthriscus cerefolium (L.)
Hoffm.
Lathyrus silvestris L.
Lathyrus sativus L.
Cichorium inthybus L.
Conium maculatum L.
Prunus cerasus L.
Prunus auium L.
Potentilla reptans L.
C/emalis vitalba L.
Melampyrum orvense L.
Colchicum autumnale L.
Chenopodium bonus-enricus
L.
Symphitum officina/e L.
Conuolvulus arvensis L.
Nasturtium officinale R. Br.
Berberis vulgaris L.
Crocus albiflorus Kil.
Carum corvi L.
Cuscuta europaea L.
Delphinium elatum L.
Clavaria coralloides L.
Solanum dulcamara L.
Hedera helix L.
Veratrum album L.
Hepatica nobilis Schreber.

144

�equiseto, rasperella
erba cipressina
erba cornetta, fior di
cappuccino
erba crociana, uva di volpe
erba da taglio, pinguicola
erba di San Giovanni
erba giudaica
erba medica
erba nocitola
erba passa, pinocchiella, erba
pignola

èrbë d'éetònh
laitin

Equisetum arvense L.
Euphorbia cyparissias L

chouquetta

Consolida regalis S. F. Gray.

tosi
èrbë d ' la talhèurë
raffi
chanavèllo
luzèrnë
choiìlét

Paris quadrifolia L.
Pinguicola uulgaris L.
Glechoma hederacea L.
Galeopsis tetrahit L.
Medicago sativa L.
Laserpitium latifolium L.

picouloump. pitocouloump

Sedum album L.

argrò, eulh grò, gaoudri,
mounnha
eichaletto
èrbo d ' San Péire, sampéira

Peucedanum ostruthium (L.)
Koch.
Asplenium trichomanes L.
Tanacetum balsamita L.

pan d'uzuèl

Briza media L.
Parietaria officinalis L.
Anchusa officinolis L.

evonimo, fusaggine
faggio
fagiolo
fagiolo

pan-chaoudét
bouraes
bourai di champ o salvagge,
lengo bouvino
bounét d'préire
faou
fataccou
féezeul

falsa camomilla

caramilhas

farfaro, tossilaggine
farinaccio selvatico

pimpèttë, ounglètto
senîclë

Evonymus europaeus L
Fagus si/vatica L
Phaseolus coccineus L.
Phaseolus uulgaris L.
Tripleurospermum inodorum
(L.) Sch.-Bip.
Tussilago farfara L.
Chenopodium album L.

erba rena. imperatoria
erba rugginina
erba Santa Maria
erba tremolina, tentennino, poa
delle Alpi
erba vetriola, muraiola
erba viperina
erba viperina

Echium vulgare L.

farinaccio, sorbo di montagna,
sorbo bianco
fava
favagello. ficaria

aié

Sorbus aria Crantz.

fòvë
coulhandro

felce

Fiougë

felce dolce, regolizia
festuca di montagna
fico
finocchiella , finocchio alpino,
imperatrice
finocchio
fior di stecco, mezereo
fiordaliso

ergaìsi, arizouzèttë
ventre·mol
figuié

Vicia faba L.
Ranunculus fica ria L.
Pteridium aquilinum (L.)
Kuhn.
Polypodium vulgare L.
Festuca flavescens Bell.
Ficus carica L.

sitra

Meum athamanticum Jacq.

fenoulh
péou re mat
parsòc

Foeniculum vulgare Miller.
Daphne mezereum L.
Centaurea cyanus L.

145

�fragola
frangola, ontano nero
frassino
frumento

maeousié
cournouié
fràesë
froument

frumento marzuolo

froument trame

fumosterno
funghi parassiti delle
graminacee (carboni)

frumentèro

Fraga ria uesca L.
Frangula alnus Miller.
Fraxinus excelsior L.
Triticum vulgare Vill.
Triticum aestiuum L. var.
typicum
Fumaria officina/is L.

charbouclë

Ustilago spp.

fungo dell'esca

bazano

fungo dell'esca
gallinaccio
garofano
garofano alpino
genepì
genepì femmina
genepì maschio
genziana delle nevi
genziana maggiore
genzianella
giaggiolo, ireos
giglio bianco
giglio rosso
ginepro
girasole
gittaione. nigella
giunco

gramigna
gramigna

bazano
garittë
garofou
garofou salvagge
gienepi fumél
genepì fumél
genepì môclë
chaouso d · cucuc
gensònë
diòe, gensanettë
coutònë
lis
senjouòn
genébbrë
viro-soulélh
nélo
jounc
èrbo d'Id chamma, Santo
Mario
gramon
gramon

grano saraceno

granét

grano saraceno

granét blanc

iperico
ipomea
ippocastano
lamio bianco
lampone
lapazio. rabarbaro alpino
larice
lassana

trafourèllë
couriolo d' jardin
châtanhé d'Indi
urtio morto
ampié
lavòsë, lapòs
bleton
jalino gròsë

giusquiamo nero

146

Fomes Jomentarius (Fr.)
Kickx.
Fomes ignarius (Fr.) Kickx.
Cantharellus cibarius Fr.
Dianthus caryophyllus L.
Dianthus neglectus Loisel.
Senecio incanus L.
Artemisia mutellina Vill.
Artemisia genipi Weber
Gentiana verna L.
Gentiana lutea L.
Gentiana acaulis L.
Iris germanica L.
Lilium candidissimumum L.
Lilium bulbiferum L.
Juniperus communis L.
Helianthus annuus L.
Agrostemma githago L.
Juncus effusus L.
Hyosciamus niger L.
Agropyron repens (L.) P. B.
Cynodon dactylon (L.) Pers.
Fagopyrum esculentum
Moench.
Fagopyrum tataricum (L.)
Gaertner.
Hypericum perforatum L.
Ipomea purpurea Lam.
Aesculus hippocastanum L.
Lamium album L.
Rubus idaeus L.
Rumex alpinus L.
Larix decidua Miller.
Lapsana communis L.

�Lattugaccio

ameougie, amoougie

lavanda

lavandë

lentaggine, viburno
lenticchia
levistico
lichene
lichene d"islanda
ligustro
lillà, serenella
limone
lino
lucciola
lucciola
lunaria
lupino
luppolo
mais
malva

tatié
lentillhë
sisilio
pan 'd chabbrë
èrbë d' la vèllhë
sangre
lilà
limoun, sitron
lin
chebelùa
chebelùo
èrbo d ' l'uo
luin
luvertin
méi
màevë

mandorlo

amandoulie

marconella
margherita
margheritina, pratolina
marrubio
martagone

marcouréllo
margarittë
margarittë
maroubi
martagon

matricaria

reichaoudo

mazza di tamburo
mazzolina
melo
melo cotogno
melo selvatico
menta
menta piperita

cucuméllë
pè d' lèoure
poumié
coudonh
poumìe salvagge
mentë
mentë

menta selvatica , mentastro

mentôtrë

millefoglie
mirtillo
mirtillo rosso
morella. erba morta. Solano
degli orti
mughetto
narciso

primmë -flour
eidrié
pan de féino, panféino
mourèlla
muguét
pancoutë

147

Chondrilla juncea L.
Lavandula angustifolia
Miller.
Viburnum lantana L.
Lens culinaris Medikus.
Levisticum officina/e K.
citraria islandica
Cetraria islandica Ach.
Ligustrum vulgare L.
Syringa vulgaris L.
Citrus limon L.
Linum usitatissimum L.
Luciola nivea (L.) DC.
Luzula lutea (All.) DC.
Botrichium lunaria (L) Sw.
Lupinus albus L.
Humulus lupulus L.
Zea mays L.
Malva si/vestris L.
Prunus dulcis (Miller) D. A.
Webb.
Mercurialis perennis L.
Leucanthemum vulgare Lam.
Bellis perennis L.
Marrubium vulgare L.
Lilium martagon L.
Tanacetum parthenium (L.)
Sch.
Lepiota procera Pers.
Dactylis glomerata L.
Malus communis Poir.
Cydonia oblonga Miller.
Malus si/vestris Miller.
Mentha spicata L. em Harley
Mentha piperita L.
Mentha longifolia (L.)
Hudson em. Harley.
Achillea millefolium L.
Vaccinium mirtillus L.
Vaccinium uitis-idaea L.
Solanum nigrum L. em.
Miller.
Convallaria maialis L.
Narcissus poeticus L.

�nasturzio, tropeolo, cappuccina
nepetella
nespolo
nigritella
nocciolo
noce
nontiscordardimé
olivo

capusino
netto
nouflié
calhë-làet, pruzurètto
ouanhé
nouié
“aimez-moi", mamouà
ouivié

olmo

oemë

ontanello
ontano bianco
orecchio di sorcio, pilosella
origano
ortica
ortica
orzo
panace, sfondilio
panico
papavero da oppio
papavero selvatico
patata
peperone
pepolino , serpillo

draou
vèrno biancho
èrbo da runh
oourient
urtiò
urtìo gréo
eorgë
plantoursinë, chaabrèuc
baravai
donno doumétio
donnë
trifflë
pouvron
serpoul

pero

prusié

pero corvino
persicaria, sanguinaria
pesco
petacciola, piantaggine
petacciola, piantaggine
pino
pino cembro
pioppo tremolo
pisello
poa delle Alpi
polio
porro
pozzolella

maenchié
chàmba rouia
persié
plantònh
plantanh
pin
èlvou
àebrë
pée
pan d'uzuèl
pouliot
pourë
pousiano

prezzemolo

persilh

primula di montagna

cucuc

prugnolo

agrenié

148

Tropaeolum maius L.
Nepeta caloria L.
Mespilus germanica L.
Nigritella nigra Rehb.
Corylus avellana L.
Juglans regia L.
Myosotis palustris With .
Olea europaea L.
Ulmus campestris L. em.
Hudson.
Alnus viridis (Chaix) DC.
Alnus incana (L.) Mönch.
Hìeraclum pilosella L.
Origanum vulgare L.
Urtica dioica L.
Urtica urens L.
Hordeum vulgare L.
Heracleum sphondylium L.
Setaria italica (L.) Beauv.
Papaver somniferum L.
Papaver rhoeas L.
Solanum tuberosum L.
Capsicum annuum L.
Thymus serpyllum L. s. I.
Pyrus pyraster (L.)
Burgsdorf.
Amelanchier ovalis Medikus.
Polygonum alpinum All.
Prunus persico (L.) Batsch.
Plantago lanceolata L.
Plantago maior L.
Pinus siluestris L.
Pinus cembro L.
Populus tremula L.
Pisum satiuum L.
Poa alpina L.
Teucrium polium L.
Allium porrum L. em. Lam.
Portulaca oleracea L.
Petroselinum crispum
(Miller) A. W. Hill.
Primula veris L. em.
Hudson. s.l.
Prunus spinosa L.

�ranuncolo acre
ranuncolo glaciale
rapa
ravanello
ribes
riso
robinia

boutoun d 'or
carlino
rabbë
ravanin
uo-passerìe, uo-pastrìe
ri
gazillë, gaziò

rododendro

brousé

rosa canina
rosmarino
rovere, quercia
rovo
rovo
rovo erbaiolo
ruca

agouensié
rosmarin, rousmarin
rourë
rounzo follo
ronzë
pe-merle
ruggo

ruta
sabina
salice
salice
salice bianco
salvastrella, sanguisorba
salvia
salvia dei prati
sambuco di montagna
sambuco nero
santoreggia
scabiosa
scarleggia
scorsonera, barba di becco
scrofularia, ruta canina
segale
segale cornuta

senape
setaiola

róttë
sabino, sauino
sòi
sòi
gourié, sòi
sizeretto
sàevi
bonz-ommi
sèuc
sèuc
seréa
masouô
savio mouscatèllo
barbabouc
èrbo do urum
sèel, blà
San Peire, gran d' San Peire
ocuvìa, moutoun gra, poum
de chabbro
senëvvrë
porconi

silene

éeclop

semprevivo

sorbo selvatico, sorbo degli
uccellatori
spinacio
stella alpina
stellina odorosa

Ranunculus acris L.
Ranunculus glacia/is L.
Brassica rapa L.
Raphanus satiuus L.
Ribes rubrum L.
Oryza sativa L.
Robinia pseudo acacia L.
Rhododendrum ferrugineum
L.
Rosa canina L.
Rosmarinus officinalis L.
Quercus robur L.
Rubus caesius L.
Rubus fruticosus L.
Rubus saxalilis L.
Eruca sati va Miller.
Ruta graveolens L.
Juniperus sabina L.
Salix purpurea L.
Salix viminalis L.
Salix alba L.
Poterium sanguisorba L.
Salvio officinolis L.
Salvio protensis L.
Sambucus racemoso L.
Sambucus nigro L.
Saturejo hortensis L.
Centaurea scabiosa L. s. str.
Salvio se/area L.
Tragopogon pratensis L.
Scrophulario canino L.
Secale cereale L.
Claviceps purpurea (Fr.) Tul.
Sempervivum tectorum L.
Sinapis alba L.
Festuca cinerea Vill.
Silene vulgaris (Moench)
Garcke.

pissë

Sorbus aucuparia L

éepinòs
steiletlo
acuzoou

Spinacio oleracea L.
Leontopodium alpinum Cass.
Galium odoratum (L.) Scop.

149

�stipa
stramonio
susino
tamerice
tanaceto. aniceto

plumét
èrbë da derbon
brinhounhé
tamaris
tanaiò

tarassaco, piscialletto

marpoursin

tasso
tiglio
timo
topinambur

ziou
télh, tieul
tim
tupinabò

tragoselino maggiore

vali

trifoglio
trifoglio alpino

trafeulh
fion

trombone

troumboun

uva di monte
uva orsina

pimbarlet, pimerlet
pinmerlét

uva spina

gruzèllë

valeriana

saadét

veccia
verbasco, tasso barbasso
verbena
veronica
veronica
vescia di lupo
vilucchione
viola del pensiero
viola di montagna
viola gialla
viola tricolore
viola, violetta
violaciocca rossa
vite
zafferano
zucca
zucca
zucca

vesso
couvoép
barbéno
gipertèro
té d' mountannhë
pét de loup
courioe
pansé
viouettë
viouletto jaouno
viouletto biancho, vioouletin
viouletto, vioouletto
vioulìe
vis
safran
coucourdoun
cóssë
coucourdo

zucca del pellegrino

boutto rabbo

zucchino

cousot

150

Stipa pennato L. s. I.
Datura stramonium L.
Prunus domestica L.
Myricaria germanica L.
Tanacetum vulgare L.
Taraxacum officinale Weber s
.
Taxus baccata L.
Tilia platyphyllos L.
Thymus vulgaris L.
Heliantlius tuberosus L.
Pimpinella maj)r (L.)
Hudson.
Trifolium spp.
Trifolium a/pinum L.
Narcissus pseudo narcissus
L.
vaccinuim vitis
Arctostaphylos uva ursi L.
Ribes grossularia L. var. uva
crispa
Valerianella locusta (L.)
Laterrade em. Betcke.
Vicia sativa L.
Verbascum thapsus L.
Verbena officinalis L.
Veronica allionii Vill.
Veronica prostrata L.
Lycoperdon spp.
Calystegia sepium (L.) R Br.
Viola tricolor L. ssp. tricolor
Viola calcarata L.
Viola biflora L.
Viola tricolor L.
Viola odorata L.
Matthiola incana (L.) R. Br.
Vitis vinifera L.
Crocus sativus L. em. Hill.
Cucurbita maxima DC.
Cucurbita pepo L.
Lagenaria vu lgaris Ser.
Lagenaria siceraria (Molina)
Standley.
Cucurbita minima L.

�FIOR I E PIA NTE NEL PA TOU À D I
PRAGELATO*
*L’inserto è stato interamente curato da Renzo Guiot.

ITALIANO
achillea
achillea s.f.
aconito
aglio orsino
s.m.
alchemilla
alpina
anemone
anemone
alpina
angelica
silvestre
angelica
silvestre
aquilegia
alpina
aquilegia
alpina
armèria
spinosa
arnica
arnica
arquebuse

artemisia

artemisia
officinalis
assenzio
astro dei
monti
benedetta

OCCITANO
SINGOLARE
l'
ipàrdzë
l'
armizë
tsousìa 'd la
'l
madònnë

PLURALE
louz
ipàrdzi
laz
armiza
tsousìa 'd la
lou
madònnë

l'

alhét

louz

alhéi

'l

parpleuië

lou

parpleuìs

la

lóbbë

lâ

lóbba

'l

fióoc

lou

fiócs

'l

sesialó ⁿ

lou

sesialón

'l

sesìë

lou

sesìëls

l'

icloupaou

louz

icloupaou

lou

gróo dials

'l

garoufanì ⁿ

lou

garoufanìn

'l
'l
l'

matagó ⁿ
tabacó ⁿ
arquibusë

lou
lou

matagón
tabacón

l'

asemizë

laz

arsemìza

l'

usènc

louz

usèncs

l'

usènc

louz

usèncs
marguerìtta
'd lâ ròttsa
tsabousèlla

lâ
la

tsabousèllë

lâ

151

NOTE

la fennë
virtouzë î
port
l'arsemizë fin
dint sa
tsamizë

PROVERBIO:
la donna virtuosa
porta l'artemisia fin
dentro la sua
camicia (ossia: la
conserva preziosa)

�borraggine
botton d'oro
caglio
odoroso
calendula
camomilla
campanula
campanula
campanula
cenisia
campanula
cenisia
campanula
soldanella
carlina
carota
centaurea
centaurea
piumos
cerfoglio
cirsio lanoso
colchico
crescione
croco s.f.
digitale
digitale gialla
grandi flora

'l
'l

bourài
boutó ⁿ d'ór

lou
lou

bourài
boutón d'ór

la

raparèllë

lâ

raparèlla

la
la
la

courtizìa
canamìllhë
cloutsèttë

lâ
lâ
lâ
lou

'l

diòl 'd lâ
ròttsa

courtizìa
canamìllha
cloutsètta
diàls da prô
diàls 'd lâ
ròttsa
diàls 'd lâ
ròttsa
diàls 'd
mountànnhë
tsardousa
pastounàdda
massoulô
flórs 'd lâ
masoulô
tsafulhéi
tsardón
anóllha
crisón
anóllha
diàls

lou
lou
lou

la
la
la

tsardousë
pastounàddë
massoulô

lâ
lâ
lâ
lâ

'l
'l
l'
'l
l'
'l
la

tsafulhét
tsardó ⁿ
anóllhë
crisó ⁿ
anóllhë
diòl
dzènsònë
salvàddzë
(velenouzë)

lou
lou
laz
lou
laz
lou

lâ

marguerìtta
dzaouna 'd
l'envèrs
floura roùia
da dzìrps
luzèrna

lou
lou

barbizìn
parpleuìs

doronico

lâ

epilobio

lâ

erba medica
erba rota
eriofori
farfaraccio

la
la
'l

luzèrnë
rout
parpleuië

farferugine

la

pimpiettë

lâ

pimpietta
(pëmpietta)

fior di giove
fioraio
fiordaliso

'l
'l
0

garoufanì ⁿ
fluristë
la massoulô

lou
lou
lâ

garoufanìn
fluristi
massoulô

152

.

CURIOSITA': dopo la fioritura le
foglie molto larghe (laz ounglètta)
erano un ottimo cibo per i maiali

.

�fiordaliso

'l përsòc

lou përsòcs

.
lou persòcs i
mallhon
l'iordze fin
din lou sôcs
.

PROVERBIO:
i fiordalisi
danneggiano l'orzo
fin dentro i sacchi

floura (flórs)

la fai pa nì
feullhë nì
flourë

MODO DI DIRE:
non mettere né
foglia né fiore essere sempre allo
stesso punto ossia
vegetare

lou suséi

.

fiordaliso

'l

persòc

lou

persòcs

fiordaliso

'l

përsòc

lou

përsòcs

fiore

la

flourë

lâ

fiore del
trifoglio
fioretto

la

flourèttë

lâ

garofanino

'l

garoufanì ⁿ

lou

garofano dei
ghiacciai

lou

genepì
femmina
genepì
maschio
genziana
amarella
genziana
bavarica
genziana
bavarica
genziana
lutea
giglio
giglio di s
giovanni
giglio
martagone
ginnadenia
delle zanzare
gramigna
kummel
lampone

la

dzensòn

'l

lis

lichene

'l

'l
'l

dzenepì ⁿ
fumèllë
dzenepì ⁿ
mòclë

lou

dzenepìn

lou

dzenepìn

lâ

sounàllha 'd
la ròttsa

lou

courbô

louz

èou 'd ràttë

lou

lis
coucounéi 'd
lâ ròttsa

lou

'l
'l
l'

gramó ⁿ
cummèl
òmpë
pó ⁿ 'd
tsabbrë

flourètta
garoufanìn
da prô
pëchô
garoufanìn
'd lâ ròttsa

lou

matagón

lou

suséi dâ prô

lou

gramón

laz

òmpa
pón 'd
tsabbrë

lou

153

�lilla

'l

lilla

linaria alpina
lupinella di
monte
maggio
ciondolo
margherita
margherita
alpina
martagone
menta
silvestre
menta
silvestre
mentastro
Miosodite
nano o
genzianella di
primavera
mirtillo
mirtillo
mughetto

lou
lou

'l

dzalét

lou

dzaléi

'l

San Jouò ⁿ

lou

'l

martagó ⁿ

lou

San Jouòn
marguerìtta
'd San Jouòn
martagón

'l

mentótrë

lou

mentótri

la

mèntë
lou

mentòtri

eulh 'd ràttë

louz

èou 'd ràttë

aièddrë
poumarlét

laz
lou

'l

muguét

lou

aièddra
poumarléi
muguéi
(mouguée)

lâ

l'

muscari
(cipollaccio
scuro)
narciso

'l

preirét

lou

la

lâ

nigritella

la

pancoutë
mó ⁿ da Boun
Diou

nigritella

nigritella
nigra
non ti scordar
di me
ombrellifera
di montagna
orchidea
ortica

lilla
suséi 'd
mountànnhë

lâ
lâ

preirée
(preiréi)

.

pancouta
món da
Boun Diou
mòn da
Boun Dìou e
da diàou

la

mó ⁿ 'da
Boun Diou e
da diàou

lâ

món da
Boun Diou e
dâ diàou

l'

èulh 'd rattë

louz

èou 'd ràttë

la

plantoursìnë

lâ

plantoursìna

la
l'

susèttë
urtìa

lâ
laz

susètta
urtìa

154

Letteralmente: “la mano di Dio e
del diavolo”, in quanto la radice è
formata da due piccole mani
contrapposte, una bianca e una
nera

�ortica (fiore)
papavero
papavero
paradisia
(giglio)
peonia
peverina
alpina
piantaggine
piè di gallo
pisello
servatico
pisello
servatico
potentilla
primula
maggiore
rabarbaro
alpino
ranuncolo
ranuncolo dei
ghiacciai
(bianco)
ranuncolo dei
ghiacciai
(misto)
ranuncolo
giallo
regina delle
alpi
regina delle
alpi
ribes alpino
rododendro

la

dònnë

laz
lâ
lou

l

dzilh

lou

dzilhs

la

pivouanë

lâ

la
'l

plantònë
plumét

lâ
lou

pivouana
garoufanìn
'd lâ ròttsa
plantòna
pluméi

'l

pezasìa

lou

pezasìa

la

pezòsë

lâ

pezòsa

la

regalìsshë

lâ

regalìssha

la

braièttë

lâ

braiètta

la

lavòsë

lâ

lavòsa

'l

boutó ⁿ d'ór

lou

boutón d'ór
lóbba
blòntza da
pràô

lou

lâ

lâ

lóbba 'd lâ
ròttsa

la

rózë

lâ

lóbba
dzàouna
réna 'd lâ
mountànnha
tsardousa
vioulètta
grouzèlla
brousée
(brouséi)
brousée
(brouséi)
róza

'l

bounzòmmë

lou

bounzòmmi

lâ

vioulètta
salvàddza

lâ

plònta gròsa

lâ
la

rénë 'd la
mountànnhë

lâ
lâ

la

grouzèllë

lâ

'l

brousét

lou

rododendro
rosa
salvia dei
prati
sassifraga
viola
sempre vivo
dei monti

urtìa
dònna
papaveri

lou

155

�semprevivo
senecio
alpino
soldanella
minore
spinacio di
montagna
stella alpina
stella alpina
stipa pennata
strigolo
strigolo s.m.
tanaceto
tanaceto
taràssaco
tarassaco
(fiore)
tasso
barbasso
Timo serpillo

tossilaggine

trifoglio
(fiore)
trifoglio
(generico)
tulipano di
bosco

la

plòntë gròsë

plònta gròsa

lou

matagón

la

cloutsèttë

lâ

cloutsètta

l'

òrlë

laz

òrla

l'
l'
'l
l'
l'
'l
'l
'l

itialèttë
itialèttë
plumét
icloupaou
asclóp
tanaìa
tanaìa
maripoursì ⁿ

laz
laz
lou
louz
louz
lou
lou
lou

itialètta
itialètta
pluméi
icloupaou
asclóps
tanaìa
tanaìa
maripoursìn
flórs dâ
maripoursìn

lâ
'l

couvólp

lou

couvólps

'l

serpoul

lou

serpouli

l'

unglèttë

laz

unglétta

'l

susét

lou

suséi

'l

trifeulh

lou

trifeulhs

la

poulìqquë

lâ

poulìcca

uva spina

la

vaso dei fiori

'l

veccia

'l

grouzèllë
blòntsë
vózë 'd lâ
floura
dzarslìa

veratro

'l

viola

la

viola bianca

lâ

lou

grousèlla
blòntsa
vózi 'd lâ
flórs (floura)
lou dzarslìa

vëràirë

lou

vëràiri

vioulèttë

lâ

vioulètta
vioulètta
blòntsa

lâ
lou

lâ

156

CURIOSITA’: quando il fiore
muore si sviluppano foglie nane
ma di notevole larghezza che
venivano date in pasto ai maiali
essendo tenerissime
.

.
Pianta velenosa spesso confusa
con la genziana ma con foglie
finemente pelose

�FIOR I E PIA NTE NEL PA TOU À DELL A
VAL GERMANASCA*
*L’inserto è stato tratto dal dossier pubblicato dalla rivista Beidana 37/2000 (con la prefazione di Andrea Genre).

ITALIANO

OCCITANO

NOME SCIENTIFICO

abete bianco
abete rosso
abrotano
acero campestre, oppio
acero montano
acetosa dei muri
acetosa dei prati
acetosella, carpigna
achillea odorosa
achillea villosa, genepì bianco
aconito
aconito. napello
agarico bianco

sap
sufi
avreù
obbre
plai, plaie
asuitta di mur
asuitta di pra
èrbo da cucuc, pan d 'ozèi
routto
dounsèrio
èrbo toro, èrbo d'la toro, toro
èrbo toro, èrbo d'la toro, toro
panouflo

agarico della ferula

champinhoun

aglio
aglio selvatico
agrifoglio
albicocco
alloro, lauro
alno, ontano
altea, malvaccione
amarella, artemisia, canapaccia
ambretta. gallinaccio
anemone delle alpi
appio. sedano selvatico
aquilegia
aquilegia alpina
arancio
armeria volgare
arnica
asclepiade, erba seta,
vincetossico
asfodelo
asparago
assenzio

alh
alhét
agréou
dramounhénc
lorie
vèrno nìero
malvavisc
ersemizo
gabiouzo
fioc, guigoun, guigounét
appi
peiroulét, tennho-fìel
peiroulét
orangìe
érbo d'la caréa
tabacas

Abies alba Miller.
Picea abies (L) H. Karsten.
Artemisia obrotanum L.
Acer campestris L.
Acer pseudoplatanus L.
Rumex scutatus L.
Rumex acetosa L.
Oxalis acetosella L.
Achilleo moschoto Wulfen.
Achillea nana L.
Aconitum onthora L.
Aconitum nopellus L.
Polyporus officinalis Fr.
Pleurotus eryngii var. ferulae
Lanzi.
Allium sativum L.
Allium vineale L.
Ilex aquifolium L.
Prunus armeniaca L.
Laurus nobilis L.
Alnus glutinosa (L.)
Althea officinalis L.
Artemisia vulgaris L.
Knautia arvensis L.
Pulsatilla alpina Schrank.
Apium graveolens L.
Aquilegia vulgaris L.
Aquilegia alpina L.
Citrus sinensis (L.) Osbeck.
Armeria alpina Willd.
Arnica montana L.
Vincetoxicum hirundinaria
Medikus.
Asphodelus olbus Miller.
Asparagus offinalis L.
Artemisia obsinthium L.

malmégge
pouraccho
ospèrge
Usénc. Usenc

157

�attaccamano
avena
avena folle
balsamina

gletto
ovéno
ovenando
belh 'om

bambagia selvatica

imortèlla

barba di capra. barba di becco,
coda dì volpe
barbabietola gialla

bléo biancho, bléo-rovo

barbabietola rossa

bléo rouso

barbone. vite bianca
bardana, lappa
basilico
beccabunga
biancospino
bieta, bietola bianca, bietola da
coste
bistoria, serpentina
bonagra, ononide, restabovi
borraggine
bosso
botton d’oro
brugo
bulbocastagno
cadrangola, lupinella
caglio bianco, pergolato

boutla salvajja
lapas
bazlicò
favaso
prusét

erparà
ratabuou
bourai
boùis
poupoul, rioundèlla
brìiero
linsoulét
jalét
èrbo da group

calamento, nepetella

èrbo d' l'encalament

calendula
calta
camedrio
camomilla
campanella dei prati,
raperonzolo
canapa

courti!zìo
sousì
calamandréo
caramillho

Galium aparine L.
Avena sativa L.
Avena fatua L.
Balsamina hortensis L.
Antennaria dioica (L.)
Gaertner.
Aruncus dioicus (Walter)
Fern.
Beta vulgaris L. var. rapa alba
Beta vulgaris L. var. rapa
rubra
Bryonia dioica Jacq.
Arctium lappa L.
Ocymum basi/icum L.
Veronica beccabunga L.
Crataegus oxiacantha L.
Beta vulgaris L. var. rapa
cicla
Polygonum bistorta L.
Ononis spinosa L.
Borrago officinalis L.
Buxus sempervirens L.
Trollius europaeus L.
Calluna vulgaris (L.) Hull.
Bunium bulbocastanum L.
Onobrychis viciifo/ia Scop.
Galium mollugo L.
Satureja calamintha ssp.
nepeta (L.) Link.
Calendula orvensis L.
Calendula officinalis L.
Teucrium chomaedris L.
Matricaria chamomilla L.

rampoun

Campanula rapunculus L.

charbou

cannella

canéIlo

cappellini
carciofo
cardo
cardo dei campi, scardaccione
carice

léouso
artichò, artichoc
cart
chardoun
lécho

Cannabis sativa L.
Cinnamomum zeylanicum
Blume.
Agrostis stolonifera L.
Cynara scolymus L.
Cynara cardunculus L.
Cirsium arvense (L.) Scop.
Carex spp. L.

ospèrge salvagge

bléo. coto

158

�carlina
carlina
carota
castagno

azenét
chardouso
carotto
chatanhìe

cavolaccio, farfaraccio

chaplas

cavolo

chòl

cavolo rapa

rabbo-chòl

cece
celidonia

sizre
sireunnho

centaurea

senlaouréo

Carlina vulgaris L.
Carlina acaulis All
Daucus carota L.
Fagus sativa Miller.
Petasites hybridus (L.) G., M.
&amp; Sch.
Brassica oleracea L.
Brassica oleracea L. var.
gongyloides
Cicer arietinum L.
Chelidonium maius L.
Centaurium umbellatum
Gilib.

centinoda, correggiola,
poligono maschio
cent'occhio, paperina
cerchi delle streghe

tirasetco

Polygonum auiculare L.

pavorino
argen viou

cerfoglio comune

chofoulhét

ceserone. veccione, rubiglione
cicerchia
cicoria
cicuta
cilìegio
cìliegio
cinquefoglie
clematide vitalba
coda di volpe

pezarèl. pezarèllo
jaiso
sicario
sicutto
sireizìe
sireizìe
èrbo d' la sinquéno
albùo
tartaréo
anoullho, freidoulino,
vacharèllo

Stellaria media (L.) Vili. s.
Clitocybe geotropa Bull.
Anthriscus cerefolium (L.)
Hoffm.
Lathyrus silvestris L.
Lathyrus sativus L.
Cichorium inthybus L.
Conium maculatum L.
Prunus cerasus L.
Prunus auium L.
Potentilla reptans L.
C/emalis vitalba L.
Melampyrum orvense L.

colchico
colubrina, buon enrico

farinét, orla

consolida maggiore
convolvolo de i campi
crescione
crespino
croco
cumino dei prati
cuscuta
delfinio
ditola
dulcamara
edera

érbo do panaris. niali
couriolo
creisoun
pittou
freidoulino
chiréi
èrbo d' l'endurmio
clavèl-dent
brutia
amordou, amaradou
éire, léire

159

Colchicum autumnale L.
Chenopodium bonus-enricus
L.
Symphitum officina/e L.
Conuolvulus arvensis L.
Nasturtium officinale R. Br.
Berberis vulgaris L.
Crocus albiflorus Kil.
Carum corvi L.
Cuscuta europaea L.
Delphinium elatum L.
Clavaria coralloides L.
Solanum dulcamara L.
Hedera helix L.

�elleboro, veratro
epatica, erba trinità
equiseto, rasperella
erba cipressina
erba cornetta, fior di
cappuccino
erba crociana, uva di volpe
erba da taglio, pinguicola
erba di San Giovanni
erba giudaica
erba medica
erba nocitola
erba passa, pinocchiella, erba
pignola

uroire
èrbo dì bouisoun, trei-corn
cavalino, èrbo cavalino
laitin

Veratrum album L.
Hepatica nobilis Schreber.
Equisetum arvense L.
Euphorbia cyparissias L

chouquetta

Consolida regalis S. F. Gray.

tosi
èrbo d ' la talheuiro
raffi
chenavèlla
luzèrno
choiìlét

Paris quadrifolia L.
Pinguicola uulgaris L.
Glechoma hederacea L.
Galeopsis tetrahit L.
Medicago sativa L.
Laserpitium latifolium L.

picouloump. pitocouloump

Sedum album L.

argrò, eulh grò, gaoudri,
mounnha
eichaletto
èrbo d ' San Péire, sampéira

Peucedanum ostruthium (L.)
Koch.
Asplenium trichomanes L.
Tanacetum balsamita L.

pan d'uzèl

Briza media L.
Parietaria officinalis L.

evonimo, fusaggine
faggio
fagiolo
fagiolo

pan-chaoudét
bourai di champ, bourai
soluogge, lengo bouvino
bourai di champ, bourai
soluogge, lengo bouvino
bounét d'préire
faou
fataccou
feizeul

falsa camomilla

caramilhas

farfaro, tossilaggine
farinaccio selvatico
farinaccio, sorbo di montagna,
sorbo bianco
fava
favagello. ficaria
felce
felce dolce, regolizia
festuca di montagna
fico
finocchiella , finocchio alpino,
imperatrice

oungletto
senice

Evonymus europaeus L
Fagus si/vatica L
Phaseolus coccineus L.
Phaseolus uulgaris L.
Tripleurospermum inodorum
(L.) Sch.-Bip.
Tussilago farfara L.
Chenopodium album L.

alìe

Sorbus aria Crantz.

favo
coulhandro
Féouja
ergalisio
ventre·mol
figuie

Vicia faba L.
Ranunculus fica ria L.
Pteridium aquilinum (L.) Kuhn.
Polypodium vulgare L.
Festuca flavescens Bell.
Ficus carica L.

sitra

Meum athamanticum Jacq.

erba rena. imperatoria
erba rugginina
erba Santa Maria
erba tremolina, tentennino, poa
delle Alpi
erba vetriola, muraiola
erba viperina
erba viperina

160

Anchusa officinolis L.
Anchusa officinolis L.

�finocchio
fior di stecco, mezereo
fiordaliso
fragola
frangola, ontano nero
frassino
frumento

fenoulh
péou re mat
parosac, persac
maiousie
vèrna putta
fraise
froument

frumento marzuolo

froument trame

fumosterno
funghi parassiti delle
graminacee (carboni)
fungo dell'esca
gallinaccio
garofano
garofano alpino
genepì
genepì femmina
genepì maschio
genziana delle nevi
genziana maggiore
genzianella
giaggiolo, ireos
giglio bianco
giglio rosso
ginepro
girasole
gittaione. nigella
giunco
giusquiamo nero
gramigna
gramigna

frumentèro

Foeniculum vulgare Miller.
Daphne mezereum L.
Centaurea cyanus L.
Fraga ria uesca L.
Frangula alnus Miller.
Fraxinus excelsior L.
Triticum vulgare Vill.
Triticum aestiuum L. var.
typicum
Fumaria officina/is L.

charboucle, cherboucle

Ustilago spp.

bazano
goritto
garofou
garofou salvagge
gienepi jaoun
genepì fumél
genepì macle
chaouso d’ cucuc
gensano
braio d' cucuc
coutèllo
lis
sunjann, sanjouann
genébbre
viro-soulélh
nélo
jounc
èrbo d'Id chamma, Santo Mario
gramoun, pendo
gramoun

grano saraceno

granét

grano saraceno

granét blanc

iperico
ipomea
ippocastano
lamio bianco
lampone
lapazio. rabarbaro alpino
larice

trafourèllo
couriolo d' jardin
chatanhie d'Indio
urtio morto
ampoulie
lavaso
mèlze

Fomes Jomentarius (Fr.) Kickx.
Cantharellus cibarius Fr.
Dianthus caryophyllus L.
Dianthus neglectus Loisel.
Senecio incanus L.
Artemisia mutellina Vill.
Artemisia genipi Weber
Gentiana verna L.
Gentiana lutea L.
Gentiana acaulis L.
Iris germanica L.
Lilium candidissimumum L.
Lilium bulbiferum L.
Juniperus communis L.
Helianthus annuus L.
Agrostemma githago L.
Juncus effusus L.
Hyosciamus niger L.
Agropyron repens (L.) P. B.
Cynodon dactylon (L.) Pers.
Fagopyrum esculentum
Moench.
Fagopyrum tataricum (L.)
Gaertner.
Hypericum perforatum L.
Ipomea purpurea Lam.
Aesculus hippocastanum L.
Lamium album L.
Rubus idaeus L.
Rumex alpinus L.
Larix decidua Miller.

161

�lassana
Lattugaccio
lavanda
lentaggine, viburno
lenticchia
levistico
lichene d"islanda
ligustro
lillà, serenella
limone
lino
lucciola
lucciola
lunaria
lupino
luppolo
mais
malva

jalino graso. jalinetto graso
ameougie, amoougie
lavando. salvias
tatoulìe
lentillho
sisilio
èrbo d' la vél ho
sangre
lila
limoun
lin
chebelùa
chebelùo
èrbo d ' l'uo
luin
luvertin
mélio
malvo

mandorlo

amandoulie

marconella
margherita
margheritina, pratolina
marrubio
martagone
matricaria
mazza di tamburo
mazzolina
melo
melo cotogno
melo selvatico
menta
menta piperita

marcouréllo
margaritto
margaritin
marefi
sanjann nier
reichaoudo
cucuméllo
pè d' lèoure
poumie
coudonh
poumìe salvagge
mento
mento

menta selvatica , mentastro

mentatre

millefoglie
mirtillo
mirtillo rosso
morella. erba morta. Solano
degli orti
mughetto
narciso
nasturzio, tropeolo, cappuccina

primmo-flour
erzaìe
pan de féino, panféino
érbo mouréllo
mugué
pancouto, pant 'couto
capusino

162

Lapsana communis L.
Chondrilla juncea L.
Lavandula angustifolia Miller.
Viburnum lantana L.
Lens culinaris Medikus.
Levisticum officina/e K.
Cetraria islandica Ach.
Ligustrum vulgare L.
Syringa vulgaris L.
Citrus limon L.
Linum usitatissimum L.
Luciola nivea (L.) DC.
Luzula lutea (All.) DC.
Botrichium lunaria (L) Sw.
Lupinus albus L.
Humulus lupulus L.
Zea mays L.
Malva si/vestris L.
Prunus dulcis (Miller) D. A.
Webb.
Mercurialis perennis L.
Leucanthemum vulgare Lam.
Bellis perennis L.
Marrubium vulgare L.
Lilium martagon L.
Tanacetum parthenium (L.) Sch.
Lepiota procera Pers.
Dactylis glomerata L.
Malus communis Poir.
Cydonia oblonga Miller.
Malus si/vestris Miller.
Mentha spicata L. em Harley
Mentha piperita L.
Mentha longifolia (L.)
Hudson em. Harley.
Achillea millefolium L.
Vaccinium mirtillus L.
Vaccinium uitis-idaea L.
Solanum nigrum L. em.
Miller.
Convallaria maialis L.
Narcissus poeticus L.
Tropaeolum maius L.

�nepetella
nespolo

nocciolo
noce
nontiscordardimé
olivo

netto
neipoulìe
calho-lait , èrbo d ' la
councordio, man da Boundìou
aoulanhie
nouvìe
“aimez-moi", mamouà
ooulivìe, oulivìe

olmo

oùelme

ontanello
ontano bianco
orecchio di sorcio, pilosella
origano
ortica
ortica
orzo
panace, sfondilio
panico
papavero da oppio
papavero selvatico
patata
peperone
pepolino , serpillo

draou. draouzé, draouzo
vèrno biancho
èrbo da runh
oourient
urtìo
urtìo gréo
e urge
plaoutasino, plaoutaso, plaouto
baravai
donno doumétio
donno
trifflo, triffo
pouvroun
serpoul

pero

prusìe

pero corvino
persicaria, sanguinaria
pesco
petacciola, piantaggine
petacciola, piantaggine
pino
pino cembro
pioppo tremolo
pisello
poa delle Alpi
polio
porro
pozzolella

amarenchie
chàmba rouia
pérsaìe
plantanh
plantanh
pin
èluou
albro
pé, pois
pan d'uzèl
pouliot
pouretto
pousiano

prezzemolo

parensemmo, parensemmou

primula di montagna
prugnolo

pimpinéllo
bosou nier

nigritella

163

Nepeta caloria L.
Mespilus germanica L.
Nigritella nigra Rehb.
Corylus avellana L.
Juglans regia L.
Myosotis palustris With .
Olea europaea L.
Ulmus campestris L. em.
Hudson.
Alnus viridis (Chaix) DC.
Alnus incana (L.) Mönch.
Hìeraclum pilosella L.
Origanum vulgare L.
Urtica dioica L.
Urtica urens L.
Hordeum vulgare L.
Heracleum sphondylium L.
Setaria italica (L.) Beauv.
Papaver somniferum L.
Papaver rhoeas L.
Solanum tuberosum L.
Capsicum annuum L.
Thymus serpyllum L. s. I.
Pyrus pyraster (L.)
Burgsdorf.
Amelanchier ovalis Medikus.
Polygonum alpinum All.
Prunus persico (L.) Batsch.
Plantago lanceolata L.
Plantago maior L.
Pinus siluestris L.
Pinus cembro L.
Populus tremula L.
Pisum satiuum L.
Poa alpina L.
Teucrium polium L.
Allium porrum L. em. Lam.
Portulaca oleracea L.
Petroselinum crispum
(Miller) A. W. Hill.
Primula veris L. em. Hudson. s.l.
Prunus spinosa L.

�ranuncolo acre
ranuncolo glaciale
rapa
ravanello
ribes
riso
robinia
rododendro
rosa canina
rosmarino
rovere, quercia
rovo
rovo
rovo erbaiolo
ruca
ruta
sabina
salice
salice bianco
salvastrella, sanguisorba
salvia
salvia dei prati
sambuco di montagna
sambuco nero
santoreggia
scabiosa
scarleggia
scorsonera, barba di becco
scrofularia, ruta canina
segale
segale cornuta

senape
setaiola

boutoun d 'or
carlino
rabbo
ravanél. rauanét
uo-passerìe, uo-pastrìe
ri
gazillho
brousé
agoulensie, bosou, ergoulensìe
rosmarin, rousmarin
roure
rounzo
rounzo follo
pe-merle
ruggo
routto
sabino, sauino
sali, salìe
gourìe. sali. salìe
sizeretto
salvio
bouniom. bounom
sambuc
seuic
seréa
masoula
savio mouscatèllo
barbabouc, barbobouc
èrbo do urum
sèel
San Peire, gran d' San Peire
ocuvìa, moutoun gra, poum de
chabbro
seneuvro
porconi

silene

eicloupét

semprevivo

sorbo selvatico, sorbo degli
uccellatori
spinacio
stella alpina
stellina odorosa
stipa

Ranunculus acris L.
Ranunculus glacia/is L.
Brassica rapa L.
Raphanus satiuus L.
Ribes rubrum L.
Oryza sativa L.
Robinia pseudo acacia L.
Rhododendrum ferrugineum L.
Rosa canina L.
Rosmarinus officinalis L.
Quercus robur L.
Rubus fruticosus L.
Rubus caesius L.
Rubus saxalilis L.
Eruca sati va Miller.
Ruta graveolens L.
Juniperus sabina L.
Salix purpurea L.
Salix alba L.
Poterium sanguisorba L.
Salvio officinolis L.
Salvio protensis L.
Sambucus racemoso L.
Sambucus nigro L.
Saturejo hortensis L.
Centaurea scabiosa L. s. str.
Salvio se/area L.
Tragopogon pratensis L.
Scrophulario canino L.
Secale cereale L.
Claviceps purpurea (Fr.) Tul.
Sempervivum tectorum L.
Sinapis alba L.
Festuca cinerea Vill.
Silene vulgaris (Moench)
Garcke.

pis'ro, pìssero

Sorbus aucuparia L

spinas
steiletlo
acuzoou
péel-fin, plumé t, séo

Spinacio oleracea L.
Leontopodium alpinum Cass.
Galium odoratum (L.) Scop.
Stipa pennato L. s. I.

164

�stramonio
susino
tamerice
tanaceto. aniceto

èrbo da derboun
dalmeizinie
tamaris
tanaie, tanaìo

tarassaco, piscialletto

mourpoursin

tasso
tiglio
timo
topinambur

ziou
télh
tim
tupinabò

tragoselino maggiore

vali

trifoglio
trifoglio alpino
trombone

trafeulh, trafulhét
fioun
troumboun
pan de voùelp, pimerlét,
pinmerlét

uva orsina
uva spina

groouzèlla, gloouzèlla

valeriana

saladét

veccia
verbasco, tasso barbasso
verbena
veronica
veronica
vescia di lupo
vilucchione
viola del pensiero
viola di montagna
viola gialla
viola tricolore
viola, violetta
violaciocca rossa
vite
zafferano
zucca
zucca
zucca

vesso
couvouelp
barbéno
gipertèro
èrbo jazent, té d' mountannho
pét de loup, vesso
couriolo larjo
panséo
viouletto d' mountannho
viouletto jaouno
viouletto biancho, vioouletin
viouletto, vioouletto
vioulìe
vis
safran
coucourdoun
cousso
coucourdo

zucca del pellegrino

boutto rabbo

zucchino

cousot

165

Datura stramonium L.
Prunus domestica L.
Myricaria germanica L.
Tanacetum vulgare L.
Taraxacum officinale Weber s
.
Taxus baccata L.
Tilia platyphyllos L.
Thymus vulgaris L.
Heliantlius tuberosus L.
Pimpinella maj)r (L.)
Hudson.
Trifolium spp.
Trifolium a/pinum L.
Narcissus pseudo narcissus L.
Arctostaphylos uva ursi L.
Ribes grossularia L. var. uva
crispa
Valerianella locusta (L.)
Laterrade em. Betcke.
Vicia sativa L.
Verbascum thapsus L.
Verbena officinalis L.
Veronica allionii Vill.
Veronica prostrata L.
Lycoperdon spp.
Calystegia sepium (L.) R Br.
Viola tricolor L. ssp. tricolor
Viola calcarata L.
Viola biflora L.
Viola tricolor L.
Viola odorata L.
Matthiola incana (L.) R. Br.
Vitis vinifera L.
Crocus sativus L. em. Hill.
Cucurbita maxima DC.
Cucurbita pepo L.
Lagenaria vu lgaris Ser.
Lagenaria siceraria (Molina)
Standley.
Cucurbita minima L.

�EL NÙ DLA FLÛ ‘D NOTRA MUNTANNHA
IL NOME DEI FIORI DELLE NOSTRE MONTAGNE*
*L’inserto è stato interamente curato da Clelia Baccon.

Note introduttive :
1. Nel presente elenco ho riportato il nome di fiori, e/o relative pianticelle e bacche,
appartenenti alle erbe e ai cespugli presenti quassù tra la flora spontanea. Ho
contrassegnato con un asterisco quelli ricercati per proprietà curative o come ingredienti
della cucina nostrana.
2. Per la pronuncia dell’occitano salbertrandese, e la grafia adottata, consiglio la lettura delle
pagg 61, 62, 63, riportate nel Cahier N. 21 dell’Ecomuseo Colombano Romean.
3. Nell’elenco sono riportati, nell’ordine, il nome in italiano, il mìnome scientifico e quello in
occitano di Salbertrand delle piante e dei fiori.
achillea “Achillea millefolium”

icursàudä

*altea “Althaea officinalis”

altéa

anemone “Pulsatilla”

anhasä

aquilegia alpina

cluchettä

aquilegia minore

campanettä

*aristolochia “Aristolochia clematitis”

janjèbre

Il tubero, in minino dosaggio, veniva utilizzato (opportunamente grattugiato ed impastato con burro)
come digestivo per i bovini.
*arnica montana

arnicä

*artemisia “Artemisia vulgaris”

artamisä

Favorisce le mestruazioni. Un vecchio proverbio dice: “Se ‘nä fennä i cuneiséss la virtǜ dl’artamisä, i la
cunservarìa din sa chamisä”(se una donna conoscesse le virtù dell’artemisia, se la terrebbe preziosa).
*assenzio “Artemisia absinthium”

uisën

*barba di becco “Tropogon pratensis”

barbabuk

*biancospino “Crataegus monogyna”

abòsiu

*borragine “Borrago officinalis”

puracchä

166

�botton d’oro “Trollius europaesus”

peiȓō

*calendula “Calendula officinalis”

flū ‘d susì (fiore del pensiero)

camedrio “Teucrium chamaedrys”

calamandrìä

*camomilla

camamilhä

campanella “Campanula rotundifolia”

campanettä

canna (ombrellifera dei prati)

cücümellä

cardo selvatico

chardun

cardo “Carlina acaulis”

chardusä

*celidonia “Chelidonium majus”

erbä dla varüā

Il suo succo combatte le verruche.
*cerfoglio

chafulhé

coda cavallina “Equisetum arvense”

cuä ‘d rat

colchico “Colchicum autumnale”

tlippä

*crescione “Nasturtium officinale”

grisun

crespino “Berberis vulgaris”

afurté

cresta di gallo “Rhinantus minor”

tartaȓiä

*cumino “Carum carvi”

chaȓéi

digitale “Digitalis purpurea”

djitallä

epilobio “Epilobium angustifolium”

viuȓī ‘d muntannhä

É la violacciocca di montagna; mentre la prima ha i petali gialli, questa li ha rosa. In estate, quando
percorrevo la strada militare, che lassù a 1800 m. attraversa il Gran Bosco, potevo assaporarne il delicato
profumo.
erba angelica “Angelica sylvestris” batòu
La presenza di questa pianta interferisce positivamente con la presenza del nostro fungo più squisito:
l’űlhetta (gallinaccio grigio)
erba medica (fieno greco)

lüsernä

*erba Roberta “Geranium robertianum”

erbä ‘d nèr (tonico)

167

�farfaraccio “Petasites albus”

unglasä

felce dolce “Polypodium vulgare”

argaȓisiä dla müȓälha

Liquirizia dei muri
*finocchio

fenulh

fiore di stecco “Daphne mezereum”

bō jentil (legno gentile)

(velenoso)
fiordaliso “Centaurea eyanus”

furnhérä

*gallio “Gallium verum”

erbä du calh

Si usava per far cagliare il latte
garofano

gaȓòflë

garofanino di monte “Dhiantus glaciale”

ülhé

*genepì “Artemisia glacialis”

jenepì

*genziana “Genziana lutea”

jansanä

genzianella “Genziana acaulis”

bràia ‘d cuccu

giaggiolo

gralhò

giglio bianco di monte “Paradisea
liliastrum”

Sen Jan blan

giglio rosso “Lilium bulbiferum”

Sen Jan jàunë (San Giovanni giallo)

giglio martagone “Lilium martagon”

Sen Jan grī

ginestrino “Lotus corniculatus”

braia d’üsè (mutande di uccello)

giunchiglia “Narcissus junquilia”

bambölha jàuna (narciso giallo)

*iperico

millapartū (mille buchi)

168

�*issopo
lantana “Viburnum lantana”

isop
tatuȓī (e tattuä i fiori)

I suoi rametti (detti tatuiera o riolta) essendo molto flessibili, sono usati per chiudere le fascine di legna
raccolta nei boschetti.
*lavanda “Lavandula officinalis”
e anche “Lavandula spica”

lavändä – la salvia

se si considerano i suoi fiori: la salvia.
Qui a Salbertrand ne fu impiantata una distilleria alla quale dedico il capitolo conclusivo.
*levistico (sedano montano) “Levisticum officinale”: appiä
*lichene

likén

liquirizia

argaȓisiä

loglierello “Lolium perenne”

marjà

lupinella

jalé

maggiociondolo “Laburnum anagyroides” albū
A Salbertrand la processione del Corpus Domini sfila tra i rami del maggiociondolo in fiore.
*malva “Malva rotundifolia”

malvä

malva “Malva silvestris”

ghimovä

margherita

margaȓittä

*melissa “Melissa officinalis”

melissä

*menta “Mentha arvensis”

mentä

menta “Mentha aquatica”

mentatrë

mirtillo “Vaccinium myrtillus” (frutto)

iȓeişä

mughetto “Convallaria majalis”

mighé

169

�muscari “Muscari botryoides”

préȓi

narciso “Narcissus poeticus”

bambölhä

non ti scordar di me “Myosotis scorpioides”:non ti scordar di me
olivello spinoso “Hippophae hamnoides” flū dl’ipinà
ortica (dal latino “urtica”)

flū ‘d la-ş-örtia

palla di neve “Viburnum opulus”

palla di neve

papavero (rosolaccio) “Papaver rhaeras”

pavō

peonia

pavō du-ş-or

piumetti “Stipa pennata”

plümacchu

primula “Primula veris”

cuccu

prugnolo “Prunus spinoso”

flū dl’agreinī

le sue bacche bluastre: agréina
ribes “Ribes rubrum”

ambrüchī (la pianta)
ambrücha (il frutto)

rododendro “Rhododendrum ferrugineum”:aburséi
rosa

rosä

rosa di macchia “Rosa canina”

flū dl’arguȓensī

le sue bacche rosse, ovali: arguȓensa (e anche “gratakiū)
*salvia (dal latino “Salvia”)

salvia finä

*sambuco “Sambucus nigra”

sambǜ

scabiosa “Centaurea scabiosa”

flū d’amasuȓā

semprevivi (crassulacee)

viadāsi

170

�senape selvatica “Sinapis arvensis”

ravanellä

silene “Silene inflata”

iclupòu

silene “Silene acaulis”

ghingunettä

grazioso fiorellino rosaceo presente nei prati di alta montagna
*spinacio selvatico

ipinār du prā

stella alpina “Leontopodium alpinum”

itiérä alpinä

tanaceto “Tanacetum vulgare”

chartröşä – erbä finä

*tarassaco “Taraxacum officinale”

maȓipursī

(dente di leone)
In primavera quassù i suoi fiori colorano di giallo le prode, i campi e i prati. Le foglie sono commestibili.
*tasso barbasso “Verbascum thapsus”

flū ‘d leviùn

trifoglio

flū ‘d triuȓë

*timo “Thynus praecax”

serpùn

*uva

rappä ‘d rişin (grappolo)

uva spina “Ribes grossularia”

gurslī (la pianta)
gursella (il frutto)

uva ursina “Arctostaphylos”

pläntä dla gälla
gallä (il frutto)

*valeriana

valeȓianä

*valerianella “Valerianella olitoria”
dusettä
In primavera era compito di noi bambini recarci nei campi in cerca di dusetta. “É questa l’insalata meglio
tollerata dalle persone deboli di stomaco e, per il ricco contenuto di vitamina A, è un fattore molto
importante di equilibrio nella crescita”. (da SELEZIONE del Reader’s Digest – dicembre 1979 – pag.
335).
verbena “Verbena officinalis”

vervenä

*veronica “Veronica officinalis”

te ‘d muntannhä

171

�viola farfalla “Viola calcarata”

viurettä ‘d muntannhä

Quelle presenti sulla montagna dell’adréi (esposta a levante) hanno i petali gialli; quelle presenti sulla
montagna dell’enver (esposta a ponente) hanno i petali azzurri. Tutte già molto ricercate per uso
medicinale. Si dedicavano alla loro raccolta gli abitanti delle frazioni di montagna. Punto di vendita era la
fiera dell’escapler di Oulx (“fiera dello scapolare” perché avviene in concomitanza con la festa della
Madonna del Carmine, 16 luglio).
viola mammola “Viola odorata”

viurettä

viola campestre “Viola tricolor”

viurettä du chän

viola del pensiero

panséä

vischio “Viscum album”

pin fraché – vischio

É un parassita dei pini e degli abeti. A dicembre, tra le sue foglie coriacee e pertanto resistenti al gelo,
appaiono le tenere, vischiose, bacche argentate. Questo ne fa una pianticella beneaugurante per le Festività
di Natale e Capodanno. Inoltre quelle bacche sono una golosità per gli uccelli (che poi si asciugano il becco,
sfregandolo sulla morbida corteccia delle conifere e diffondendo così nuove pianticelle).

172

�LA LAVANDA: IL

FIORE CHE HA ALIMENTATO LA NOSTRA ECONOMIA .

La lavanda un tempo regnava sovrana in questo comune
(Salbertrand). Cespi di profumatissimi fiori azzurrini erano
sparsi ovunque sugli aridi gerbidi del piano, lungo le
prode di mulattiere e sentieri, al margine dei coltivi nelle
località soleggiate della costa.
I fiori di lavanda vennero sfruttati quassù anche a fini
economici: ne fu concessa più volte la raccolta sul suolo
comunale dietro pagamento di somme prestabilite.
La grande disponibilità del prodotto diede poi origine
all’impianto, presso il ponte Chenebières, di una distilleria
artigianale (il cui fabbricato scomparve con la costruzione
dell’autostrada).

Questo

avvenne

in

seguito

all’autorizzazione rilasciata dal Comune – in data 11/5/1920
– alla “Ditta Carra Matteo e Bertolotti Giovanni” per la
raccolta dei fiori, dietro pagamento di 300 lire annue. Al riguardo si precisava che se ne sarebbe
distillata l’essenza a Salbertrand.
La distilleria funzionò per una ventina d’anni. Così ce ne parla Giorgio nipote di Giovanni
Bertolotti:Nel periodo tra le due guerre, il nonno faceva funzionare la distilleria con l’aiuto di
mio padre e di qualche altra persona. La lavanda era portata in distilleria dalle donne del paese;
ne arrivavano carri colmi anche dalle frazioni e dai paesi
vicini.Può sembrare strano, ma questa attività anziché
essere dannosa per la pianta, ne favoriva lo sviluppo in
quanto le potature annuali la irrobustivano e cresceva
rigogliosa.Dai vecchi registri trovati per casa si può capire
che i soldi guadagnati in questo modo non erano tanti, ma
sicuramente per quei tempi erano un aiuto per l’economia
locale, quasi esclusivamente agricola. (C’è ancora chi
ricorda che negli anni trenta la lavanda destinata alla
distilleria di Salbertrand, era pagata 2 lire il Mg.)
I fiori di lavanda venivano messi con acqua dentro un
enorme alambicco poi, sfruttando ceppi di legna di scarto
(cioè il pezzo di tronco con le radici), venivano fatti bollire.
Il vapore si condensava in una serpentina raffreddata
dall’acqua del vicino rio Gironda. Poi la condensa veniva
fatta passare in un recipiente che separava la parte oleosa
(essenza) dall’acqua di scarto.
(da: “Salbertrand –Storia di una Comunità alpina e della sua valle” di Clelia Baccon Bouvet).

173

�174

�B IBLIOGRAFIA

E

S ITOGRAFIA

DELLA

S EZIONE I

ALEPO (2007), Atlante Linguistico ed Etnografico del Piemonte Occidentale, Tavole Scelte,
Priuli &amp;Verlucca, Aosta
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Capasso F., Grandolini G., Izzo A.A. (2015), Fitoterapia, Springer
Cattabiani A. (2012), Florario, Oscar Mondadori, Milano
Colombo M.L., Luciano R. (2007), Ombrellifere della Provincia di Cuneo, arabAFenice,
Boves
Gatti C., Luciano R. (2008), Erbe spontanee commestibili, arabAFenice, Boves
Godet J.D. (1994), Piante Alpine, Edagricole, Bologna
Pomini L. (2000), Erboristeria Italiana, Edizioni Vitalità, Saluzzo
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Vaglio M. (2014), Erbe delle Valli Alpine, Priuli &amp; Verlucca, Borgaro Torinese
www.actaplantarum.org
www.salute.gov.it

175

�B IBLIOGRAFIA

CITATA DELLA

S EZIONE II

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voll., Ringier, Zofingen.
ALEPO = Canobbio, S./Telmon, T. (2005-), Atlante Linguistico ed Etnografico del Piemonte
Occidentale, 4 voll., Priuli &amp; Verlucca, Pavone Canavese
ALF = Gilliéron, J./Edmont, E. (1902-1914), Atlas linguistique de la France, 35 fasc. più 4
fasc. di suppl., Champion, Paris.
ALP = Bouvier, J-C./Martel, C. (1975-2016), Atlas linguistique de la Provence, 4 voll.,
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Darstellung des galloromanischen Sprachschatzes, 25 voll., Mohr/Zbinden,
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del 24 settembre 2016, Pomaretto, Associazione Amici della Scuola Latina.
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Salvioni, C. (1900) «A proposito di amis», in Romania, XXIX/116, pp. 546-558.

176

��L’Associazione

Culturale

La

Valaddo

di

Roure,

in

collaborazione con l’Associazione Culturale Vivere le Alpi di
Pinerolo e gli Amici della Scuola Latina di Pomaretto, e grazie
ai finanziamenti per la tutela e valorizzazione delle minoranze
linguistiche storiche (L. 482/99) gestiti dall’Unione Montana
del Pinerolese e dall’Unione Montana dei Comuni delle Valli
Chisone e Germanasca, in continuità con il progetto “Coltivare
Parole” (www.coltivareparole.it), ha promosso questo volume
di raccolta dei nomi di piante e fiori delle montagne pinerolesi
in diverse varianti di patouà e in francese.
Unitamente a questo prezioso patrimonio vi sono indicazioni
riguardanti gli usi erboristici e tradizionali di tali piante.

177

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                  <text>Le Attività Culturali di promozione linguistica si propongono l’obiettivo principale di valorizzare e diffondere in maniera efficace studi, materiali e ricerche circa la minoranza linguistica storica, ma anche quello di proporre attività e azioni di diverso genere rivolte sia alla popolazione locale, per riappropriarsi della propria cultura linguistica e della propria identità, con un occhio attento alle nuove generazioni, sia a quella turistica, per poter meglio comprendere la storia dei luoghi che sta visitando.</text>
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                <text>Associazione culturale Vivere le Alpi</text>
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                  <text>Le iniziative di Formazione Linguistica hanno l’obiettivo di permettere ai dipendenti pubblici, comunali e dei parchi di sviluppare buone capacità di utilizzo della lingua di minoranza, in modo che sia per loro possibile rapportarsi correttamente con la popolazione locale grazie all’uso corretto della lingua per quanto riguarda gli elementi caratteristici della propria pratica professionale.</text>
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              <text>&lt;a href="https://www.facebook.com/loradelpellice/videos/3480695168666664/" target="_blank" rel="noopener"&gt;Vai al video&lt;/a&gt;</text>
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                <text>Piccolo giro del centro di Guillestre, in particolare del quartiere della Frairie</text>
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                <text>Diretta Facebook nel centro e nel quartiere della Frairie di Guillestre, cittadina gemellata con Torre Pellice</text>
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                    <text>Giornata delle lingue minoritarie 2011
MEMORIE DELL’INCONTRO:

Plurilinguismo e lingue
minoritarie
l’importanza dell’apprendimento di più lingue
nel percorso formativo
2
24
4 sseetttteem
mbbrree 2
20
01
11
1
S
Sccuuoollaa LLaattiinnaa ddii PPoom
maarreettttoo
IInntteerrvveennttii ddii::

D
Daanniieellaa C
Caalllleerrii
S
Siillvviiaa D
Daall N
Neeggrroo
IInnttrroodduuccee ee m
mooddeerraa::
M
Maatttteeoo R
Riivvooiirraa
T
Taavvoollaa rroottoonnddaa ccoonn::
S
Siillvvaannaa M
Maarrcchheettttii
M
Maauurroo M
Maarrttiinn
S
Saannddrraa PPaassqquueett
EEnnrriiccaa RRoocchhoonn

Associazione “Amici della Scuola Latina”

�GIORNATA DELLE LINGUE MINORITARIE 2011

Memorie dell’incontro:
Plurilinguismo e lingue minoritarie
L’importanza dell’apprendimento di più lingue
nel percorso formativo

Scuola Latina di Pomaretto
24 settembre 2011

�Relatori
Matteo Rivoira (moderatore), Daniela Calleri e Silvia Dal Negro.

Note biografiche

MATTEO RIVOIRA è nato a Luserna San Giovanni, nel 1975. Laureato in Geografia
linguistica presso l’Università di Torino e Dottore di ricerca in romanistica, lavora
presso l'Atlante Linguistico Italiano. È stato consulente della Comunità Montana Val
Pellice per il progetto di tutela linguistica (occitano e francese).
DANIELA CALLERI
Da iniziali interessi dialettologici (si laurea in Dialettologia italiana nel 1970, e si
interessa in particolare di toponomastica e fitonimia popolare, anche come redattrice
dell'Atlante linguistico ed etnografico del Piemonte occidentale), si rivolge poi al
versante dell'acquisizione linguistica, analizzando l'italiano come lingua materna
(conduce ricerche in relazione all'acquisizione di competenze morfosintattiche in età
precoce) e come lingua seconda, facendo parte del cosiddetto "Gruppo di Pavia" che ha
condotto sull'argomento studi rilevanti in Italia, confluiti in pubblicazioni presso
Bulzoni, Narr, Franco Angeli e Carocci. Fa parte del Dipartimento di Scienze del
linguaggio e Letterature moderne e comparate, e, come professore associato, insegna
Linguistica generale presso il corso triennale in Comunicazione interculturale e
Psicolinguistica presso il corso magistrale in Scienze linguistiche dell'Università di
Torino.
SILVIA DAL NEGRO
Laureata in Lingue e Letterature straniere a Bergamo nel 1992, ha conseguito il
dottorato di ricerca in Linguistica presso l’Università di Pavia nel 1998 discutendo una
tesi sul destino della minoranza walser nella comunità piemontese di Formazza. Dopo
vari anni di attività presso l’Università del Piemonte Orientale, prima come assegnista
e poi come ricercatrice di ruolo, nel 2006 ha vinto il concorso per Professore Associato
presso la Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano. Oltre
alle attività di didattica e ricerca, continua il suo impegno come consulente scientifica e
collaboratrice in progetti di sostegno delle lingue di minoranza in Italia, con particolare
attenzione a walser e cimbro.

Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

�INDICE

INTERVENTI
Matteo Rivoira
Introduzione all’incontro ……………....….……………………………

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Daniela Calleri
Normalità del multilinguismo nell’acquisizione del linguaggio

8

Silvia Dal Negro
Plurilinguismo de facto e de jure ……………………....………...…

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TAVOLA ROTONDA

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APPENDICE: Immagini dell’incontro

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Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

�Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

�Interventi
Matteo Rivoira
Introduzione
Il tema del plurilinguismo, lo sappiamo, è stato più volte evocato nel corso delle riflessioni
degli anni scorsi condotte in questi incontri, gestiti dagli “Amici della Scuola Latina”, questi
bellissimi incontri ormai giunti al quinto anno.
Se n’è parlato, quando abbiamo affrontato le questioni dell’identità, categoria indispensabile,
per quanto foriera di ogni male, in alcuni casi. L’abbiamo evocato per affrontare la questione
in termini plurali. Plurilingui questi nostri incontri lo sono anche nella misura in cui, negli anni
passati, abbiamo sentito interventi in occitano, abbiamo discusso in francese e poi,
ovviamente, intorno ai lauti buffet che ci sono stati offerti bastava aprire le orecchie per vedere
come il plurilinguismo percorreva anche il Convegno nei momenti informali.
Quindi trovo particolarmente apprezzabile che quest’anno gli “Amici della Scuola Latina”
abbiano deciso di affrontare questo tema, finalmente in una prospettiva linguistica e non più
sul terreno di incursorie affermazioni, per lo più basate su impressioni, o comunque di
considerazioni di tipo occasionale.
Il valore della scelta è, secondo me, tanto più alto in quest’anno - ovviamente tutti parlano dei
150 anni, anch’io devo evocarli - nel senso che in un anno in cui si ragiona, oltre che
festeggiare, sulla breve storia di questa nostra Italia, il tema pare particolarmente rilevante
poiché, per i patrioti che a fine Ottocento si immaginavano questa Nazione, l’elemento
linguistico era un elemento centrale sul livello della produzione simbolica. Il legame linguanazione è più risalente, però diciamo, che si salda nel Settecento e nell’Ottocento. Noi
abbiamo scrittori come Foscolo, che scrive:
“Amate la vostra Patria e non contaminerete con merci straniere la purità, le ricchezze, le
grazie natie del vostro idioma”.
Naturalmente il Manzoni, famosissimo, nell’“Ode marzo 1821”, in due versi enumera una
sorta di manifesto del nazionalismo:
“Una gente che libera tutta,
O fia serva tra l’Alpe ed il mare;
Una d’arme, di lingua, d’altare,
Di memorie, di sangue e di cor”
Il coro non è unanime, perchè è interessante notare, per esempio, come Tommaseo, che era
autore di un importante dizionario, alla voce “italiano”, nel lemma “lingua italiana”, scrive:
“Quella che è o vuolsi che sia comune a tutta la nazione” - siamo tra il 1865 e il 1869 - e poi
continua: “La lingua italiana non è che scritta. Le lingue d’Italia e i linguaggi son parecchi”.
È abbastanza lapidario, riconosciamo in lui una certa lucidità, per quanto, magari, ancora un
po’ di pessimismo.
Com’è andata poi in Italia lo sappiamo, hanno avuto ragione quegli altri, tant’è che io vi sto
parlando in italiano, tutti voi capite, le cose che sono scritte, a parte le scritte bilingui, sono
tutte scritte in italiano, e quindi ha avuto successo.
Per quanto riguarda le minoranze – ecco, perchè fare questo discorso? – perchè le minoranze,
molto spesso, hanno mutuato nelle forme i discorsi, gli inviti di Foscolo. Ecco che allora “non
contaminare con merci straniere le purità, le ricchezze, le grazie natie del nostro idioma” si è
declinato come “non italianizzate il vostro dialetto”, in un momento in cui, quando finalmente
in qualche modo anche le minoranze hanno avuto sufficienti ricchezze culturali e forse anche

Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�economiche, hanno potuto iniziare ad immaginarsi come comunità autonoma e addirittura
anche come nazione.
Ovviamente, nel caso delle nazioni immaginate delle minoranze linguistiche, il successo è
stato minore che per l’Italia, ma la cosa non ci turba, non ci deprime più di tanto, anche
perchè, se no, non saremmo qui, e secondo me ci stimola ad intraprendere delle strade diverse.
Ed ecco che mi avvicino al tema della Giornata di oggi.
Il primo passo che, secondo me, è da fare, consiste un po’ nello sbarazzarci della semplicistica
equivalenza “lingua-identità”, per spostare piuttosto il centro sul repertorio linguistico, come
reale elemento caratterizzante una cultura che abbiamo ereditato e che tramandiamo.
“I concetti di eredità o di patrimonio possono essere la dinamica predisposizione fondata
sulle progressive sedimentazioni, perdite e aggiunzioni, anche e soprattutto eterogenee, di un
bagaglio da lasciare ai posteri. In termini linguistici e in riferimento al popolo valdese, il
bagaglio culturale da lasciare ai posteri sarà costituito dai molti codici e dalle molte varietà
di codice dei quali il suo repertorio è ricco, dai valori da esse veicolate, dalle valenze di
identità sana, cioè aperta e plurale, che il plurilinguismo porta con sé”.
Sono parole di Tullio Telmon, il professore di cui ho parlato prima, che chiudono un suo bel
saggio pubblicato nel volume Heritage(s), che raccoglie una riflessione iniziata con un
convegno della Società di Studi Valdese nel 2006, che ha costituito un momento di riflessione
sulla formazione, la trasmissione del patrimonio culturale.
In questa prospettiva io penso che l’angolo visuale dal quale noi ci poniamo, che è questo qui,
l’angolo delle nostre Valli, è un angolo un po’ privilegiato, perchè noi qui ci troviamo sui
confini o meglio ancora, noi qui ci troviamo a cavallo di vari confini, confini confessionali,
confini di lingue, persino confini statali volendo, perchè non è tanto distante il confine con la
Francia.
Ecco quindi che dovremmo essere predisposti a ragionare su come funziona, come si
organizza il plurilinguismo. Di come funziona nelle Valli valdesi: allora è chiaro che le lingue
che entrano in gioco sono l’italiano, il francese, nel “polo alto”, diciamo, il linguaggio e le
lingue di cultura ufficiale e poi l’occitano, naturalmente ed anche il piemontese. Queste lingue
convivono da lungo tempo, ma nel corso dei secoli si sono organizzate in modo diverso, nella
loro posizione.
Se nel 1530 ed all’inizio del 1500, l’occitano era la lingua in cui si scrivevano, erano stati
scritti i testi raccolti proprio all’inizio di quei decenni del Cinquecento per supportare la
riflessione che avrebbe dovuto condurre al Sinodo di Chanforan nel 1532, in cui i valdesi
hanno deciso di aderire alla Riforma, in realtà ecco che la situazione è cambiata rapidamente,
perchè nel 1532 i valdesi decidono di “sganciare” soldi per finanziare la traduzione della
Bibbia in francese, traduzione di Olivetano, cugino di Calvino. A metà del Cinquecento, tra il
1555 e il 1564, su 51 pastori che sono alle Valli, 34 vengono da fuori e 26 sono francofoni,
perchè sono francesi o di origine svizzera. Ecco quindi che il francese si impone come lingua
di cultura.
Successivamente arriva però anche l’italiano, come lingua dello Stato, si diffonde, anche come
lingua dell’evangelizzazione, per quanto riguarda i valdesi.
All’inizio del Novecento la situazione è un po’ quella che descrive Edmondo De Amicis
quando viene in visita alle Valli e dice: “parlavano tutti il francese, i valdesi colti parlano
quasi sempre quella lingua fra loro”. Tuttavia osservava anche acutamente: “ora, peraltro, in
quella predilezione del francese c’entra anche un po’ di compiacenza, l’idea di parlare una
lingua che tutti gli altri italiani vicini vorrebbero conoscere e che essi conoscono meglio di
tutti”. E diciamo, che gli fa eco in questa osservazione esterna, l’affermazione interna di Émile
Comba, importante storico valdese, che, invece, nella dedica della sua opera, quella del 1898,
scrive “Les Vaudois d’Italie sont un peuple bilingue. Ils ne s’en excusent pas. J’ai la
conviction que sans la connaissance du français la foi de nos générations passées se serait

Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�mal alimentée et que sans celle de l’italien notre union à la patrie italienne serait paralysée.
Nous avons besoin de ces deux langages comme de nos demains”.
I linguisti che poi vengono in visita notano tutti questa cosa qua, esprimendosi in realtà poi in
modo diverso, perchè Haber, Scheuermeier, Pellis, lo constatano abbastanza positivamente
colpiti, Morosi, nel descrivere la situazione, dice che “il francese, i valdesi, speriamo per
poco, la usano come loro lingua ufficiale e letteraria”, ecco che in Italia non era vista così bene
neanche tra linguisti raffinati come il Morosi.
Gli studi poi successivi degli anni Ottanta mostrano in realtà un’organizzazione del repertorio
completamente diversa, perchè il francese e l’italiano si è diffuso come in tutta Italia come
lingua sia per gli usi formali e colti e sia della quotidianità e, parallelamente, il piemontese,
che negli anni del boom economico era diventato lingua di prestigio rispetto al patouà, che
faceva abbastanza rima con miseria, è tornato a perdere terreno, anche perchè non serviva più
a quegli usi di parlato colloquiale, che ormai erano svolti dall’italiano e il francese inizia una
discesa dal polo alto, fino a un polo basso o bassissimo, nel senso che da lingua di cultura,
diventa la lingua, là dove si è conservato (penso a Comuni come Villar, Bobbio Pellice,
probabilmente anche qua nella bassa valle), la lingua della famiglia, la lingua privata, come
nelle famiglie di Bobbio Pellice in cui addirittura sono le donne tra di loro che con i figli
parlano in francese, ma al di fuori parlano occitano.
E, chiaramente, si crea una situazione in cui il francese è poco spendibile in una conversazione
formale o in un uso scritto, perchè le competenze vengono a mancare e per esempio, rispetto
alla generazione dei nostri nonni, che quantomeno in ambito valdese hanno fatto il catechismo,
ma anche in generale in ambito scolastico hanno imparato il francese, le nuove generazioni
che ancora lo parlano, difficilmente sono in grado di avere uno stile più controllato.
Mi succede di far delle interviste a Villar Pellice, una signora di 80 anni che parlava un ottimo
francese, a fronte di una nipote, la quale parlava anche francese e aveva un eloquio molto più
inframmezzato di tutte le varie cose in occitano, in italiano che siamo soliti sentire. Lei era in
grado di scegliere tra uno stile più controllato e uno meno, ma, diciamo, che la nostra
situazione la conosciamo abbastanza bene, anche se solo a livello di impressioni o di
conoscenze di questo tipo.
L’occasione invece di questo convegno, il motivo per cui abbiamo invitato queste due
studiose, è di allargare le nostre conoscenze sul versante, da un lato, teorico, perchè
plurilinguismo è una parola che usiamo un po’ “allegramente”. Dietro il plurilinguismo si
nascondono diverse configurazioni possibili e io credo che, sempre nell’ottica di attuare delle
politiche linguistiche, sia nella scuola, sia al di fuori della scuola, che abbiano un senso, cioè
che aderiscano bene alla realtà e per questo riescano ad essere incisive, credo che sia
necessario acquisire delle competenze anche di tipo teorico.
Per questo abbiamo chiesto a Daniela Calleri che, come è già stato detto, è professoressa
all’Università di Torino, dove insegna linguistica generale e che si occupa di psicolinguistica,
in particolare e di tutto quanto ha a che vedere con l’acquisizione delle lingue. A lei, infatti.
abbiamo chiesto di esporci un po’ questo aspetto della questione che, secondo me, è molto
importante avendo a che fare con dei bambini nelle scuole elementari, che sono
potenzialmente bilingui, come coltivare, per esempio, questo aspetto.
A Silvia Dal Negro, invece, che proviene dalla Libera Università di Bolzano, dove è andata a
stare avendo abbandonato in realtà il Piemonte dove stava, all’Università di Vercelli, da non
tantissimo tempo, abbiamo chiesto di parlarci un po’ della situazione anche di altre minoranze
linguistiche, perchè noi, questa è una cosa che i valdesi fanno spesso, ma non solo, però da
queste parti si fa abbastanza spesso, è ad esempio pensare che la scuola, noi avevamo più
alfabetizzati storicamente rispetto agli altri, e poi appena ampli la prospettiva scopri che tutte
le Alpi erano più alfabetizzate degli altri. Ad Alagna, a fine ‘700, l’analfabetismo era quasi
scomparso tra gli uomini e a metà Ottocento era scomparso anche tra le donne. Quindi ecco
che confrontarsi con realtà “altre” può essere utile: plurilinguismo, il quadrilinguismo di cui ci
“gloriamo”, in realtà è una condizione abbastanza diffusa, se non a quattro codici, almeno a
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�più di due o tre in tutte le Alpi e ci sono minoranze che ci battono, con casi in cui addirittura
entrano in gioco cinque diversi codici.
Per cui abbiamo chiesto a lei, che oltretutto segue da vicino numerosi progetti di politica
linguistica anche in ambito alemannico, tra i walser e in ambito, appunto, trentino, di farci un
po’ una panoramica di casi.

Daniela Callieri
Normalità del multilinguismo nell’acquisizione del linguaggio
Dunque, il mio intervento s’intitola Normalità del multilinguismo nell’acquisizione del
linguaggio. Però, prima di affrontare il problema, forse è il caso di vedere un pochino più da
vicino alcuni di questi termini. Io mi scuso se forse già in precedenti incontri avete già
affrontato questi problemi, anche da un punto di vista teorico, e quindi li conoscete già bene,
sarà semplicemente un ripasso.
Io ho usato il termine multilinguismo, che è assolutamente sinonimico di plurilinguismo, che
forse è più comune, ma che non può essere distinto in nessun modo, teoricamente rilevante,
dal termine, ancora più comune, che è bilinguismo. Gli studi sul plurilinguismo sono iniziati
come studi sul bilinguismo, ma questo prefisso “bi” in realtà non è particolarmente
significativo, non è che si studiassero, in realtà, solo repertori in cui ci fossero esattamente due
lingue. Per molto tempo bilinguismo ha significato estensione del repertorio, cioè il contrario
di monolinguismo, molto semplicemente. E sicuramente la bibliografia sul bilinguismo è
abbastanza sterminata, attualmente, ma appunto non va intesa come esattamente su un
repertorio costituito da due lingue, ma semplicemente, appunto, dall’estensione del repertorio.
Forse va subito detto che c’è una differenza forte, sostanziale, forse ne parlerà poi Silvia Dal
Negro, tra un bilinguismo sociale e un bilinguismo individuale.
Bilinguismo sociale significa zona in cui il repertorio è costituito da più lingue. Il bilinguismo
individuale, invece, ha a che vedere con il repertorio di ciascun componente della comunità. I
due problemi, che a tutta prima sembrerebbero strettamente legati, sembrerebbe che
bilinguismo sociale significhi anche bilinguismo individuale, invece questo rapporto non è
affatto necessario, nel senso che molto spesso in zone di bilinguismo sociale, le persone non
sono bilingui, possono non essere bilingui. Ripeto che la parola bilingue significa
semplicemente estensione del repertorio, non dovete prenderlo come esattamente come due
lingue, ma in generale.
Quindi i due fenomeni possono benissimo non coincidere e quello che ci interessa più da
vicino è, naturalmente, il bilinguismo individuale.
Naturalmente nelle zone di bilinguismo sociale ci sono poi dei rapporti, degli incroci tra
bilinguismo sociale e tra bilinguismo individuale estremamente complessi e interessanti, però
le due cose non coincidono necessariamente. Ma, appunto, ci interessa da vicino il bilinguismo
individuale, cioè il repertorio, il largo repertorio di ciascuna persona. Sul bilinguismo, come
ho detto prima, o multilinguismo appunto, c’è una ricchissima bibliografia, anche perchè il
problema ha interessato studiosi che si rapportavano a ambiti naturalmente abbastanza vicini,
ma anche sostanzialmente diversi. Sicuramente i linguisti, ma anche psicologi, psicolinguisti,
sociolinguisti, neurolinguisti. Ed anche, più recentemente, gli studiosi di scienze cognitive.
Perchè, appunto, il bilinguismo ha stretti rapporti, naturalmente, con il funzionamento della
società, che può essere o no bilingue come abbiamo detto prima, e quindi entrano in gioco
sociologia e sociolinguistica, ma anche problemi di intelligenza e problemi relativi al
funzionamento proprio del nostro cervello e quindi ambiti neurolinguistici, psicolinguistici,
ecc.
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�Le definizioni di bilinguismo o plurilingismo, che sono state date nel tempo, sono abbastanza
diverse. Una definizione molto generale è “facoltà di un parlante di dominare
contemporaneamente due o più lingue”. Una definizione di questo tipo, però, se notate, è una
definizione alquanto vaga e ci sono definizioni che si pongono un po’ ai due poli opposti
dell’accezione di una definizione come quella che abbiamo visto prima, cioè abbiamo delle
accezioni più forti o più deboli di bilinguismo, multilinguismo. Da un lato un’accezione in
qualche modo debole è definire bilingue o multilingue semplicemente chi parli più di una
lingua; in questo senso, sostanzialmente, siamo tutti bilingui, multilingui.
D’altro lato, però, ci sono delle definizioni invece, o delle accezioni, più forti e sono quelle
relative a chi parla perfettamente due o più lingue. E su questo “perfettamente” però, si può
aprire un dibattito infinito su cosa significhi, ma qualcosa naturalmente diremo.
Una definizione molto comune, che sicuramente vi è nota, è “il bilingue o multilingue è quello
che ha più di una lingua materna”. Ma anche l’accezione di “lingua materna” in realtà è
qualcosa che, da un lato, è noto, la lingua materna è quella che abbiamo sentito
immediatamente dalla nascita intorno a noi, ma anche qui ci possono essere accezioni
abbastanza diverse.
Lingua materna o “L1” - nella bibliografia viene spesso notata come L1, semplicemente potrebbe essere “la/le lingua/e appresa per prima”, quindi precocità di entrata, precocità di
input.
Oppure, “lingua dominante, funzionalmente dominante”, cioè la lingua che utilizziamo di più,
questo proprio da un punto di vista strettamente statistico. Ma, ancora “lingua più avanzata,
conosciuta meglio” e qui ci spostiamo un pochettino. Vicino a questo, è “la lingua preferita”,
lingua materna come lingua preferita, potrebbe essere non quella meglio conosciuta, ma quella
emotivamente preferita. E ancora “lingua etnica”, cioè lingua di identificazione socioculturale.
Quindi rispondere in realtà alla domanda di quale sia la lingua madre di ciascuno di noi, ad
esempio, non è poi così facile. In certi casi naturalmente sì, in altri non è così semplice.
Tornando al problema del plurilinguismo, ci sono ancora due accezioni leggermente diverse.
Quando abbiamo detto che il parlante bilingue, plurilingue, quello che è, parla più di una
lingua, non è chiarissimo se si tratta di grado di apprendimento, cioè il parlante bilingue/
plurilingue ha un grado di apprendimento delle sue lingue di un certo tipo e quindi la persona
tra di noi che ha fatto un anno di cinese perchè gli interessava, non è in realtà plurilingue
rispetto a questa lingua. Quindi questa è un’analisi del repertorio rispetto al grado di
apprendimento, quindi sarebbe plurilingue la persona che ha un certo grado di apprendimento.
Oppure invece si potrebbe dire che il plurilingue è quello che ha avuto un modo di
apprendimento particolare e questa è un’accezione molto comune del bilinguismo,
plurilinguismo.
In genere si dice “la persona bilingue è quella che ha sentito immediatamente, dalla nascita,
intorno a sé, due lingue, ha avuto due input diversi,” mettendo un po’ in contrasto il modo di
apprendimento, in qualche modo, naturale, automatico e, quindi, “facile”, della persona che
non ha dovuto studiare le lingue, ma le ha colte dall’input immediatamente e invece ad un
apprendimento di tipo più artificiale, problematico, più o meno difficile, lo sappiamo tutti noi
che abbiamo voluto imparare una lingua seconda e sappiamo che questo modo di
apprendimento è stato diverso dall’altro e ci è costato fatica.
Il caso più tipico e più classico del bilingue/multilingue è la persona che ha avuto due genitori
di lingue diverse o, in ogni modo, anche se non erano di lingue diverse, che gli hanno parlato
lingue diverse fin dalla nascita.
In questo modo il bilingue ha a che vedere con il modo di apprendimento, cioè le sue sono
state due vere e proprie lingue materne, se diamo una certa accezione al termine “lingua
materna”. In questo caso si parla, in gran parte della bibliografia, di bilinguismo naturale,
contrapposto appunto a quello artificiale della persona che ha imparato in un secondo
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�momento, e questo secondo momento può andare dai tre anni fino ai settant’anni e anche
dopo, ha dovuto imparare una lingua seconda.
Ci sono poi naturalmente altri casi di bilinguismo, in questo momento storico in particolare è
comune il così detto bilinguismo alloglotto, in cui il bilingue parla una lingua diversa da quella
del luogo in cui sta - è il caso tipico dell’immigrato.
Quindi i casi di bilinguismo sono molto diversi l’uno dall’altro, ad esempio il bilingue
all’interno di una comunità monolingue, oppure bilingue in comunità plurilingue, con
coincidenza o no delle lingue della comunità perchè il bilingue in comunità multilingue o
plurilingue può, però, non essere bilingue nelle lingue della comunità, questo è un caso
relativamente comune.
E naturalmente ciascun caso ha una sua storia diversa, a seconda dei rapporti con la comunità,
dei rapporti che le sue lingue hanno con le lingue della comunità. Quindi come vedete il
panorama è estremamente variegato, estremamente mosso.
Quindi, c’è un’ampia gamma di casi che stanno dietro al bilinguismo, al plurilinguismo, ad
esempio un caso molto comune distingue un bilinguismo attivo da un bilinguismo passivo. Il
bilinguismo attivo è quello che ha nel suo repertorio attivo, la persona parla due lingue; il
bilinguismo passivo, assolutamente comune, è quello in cui la persona ha la possibilità di
parlare in una o alcune lingue e invece, però, capisce perfettamente altre lingue. Questo è caso
assolutamente tipico in gran parte dell’Italia nelle zone in cui si sono persi i dialetti, pensiamo
per esempio alla grande città, pensiamo a Torino, è il caso anche mio, è il mio caso personale,
io sono una bilingue passiva, nel senso che parlo solo l’italiano, tralasciamo le lingue seconde,
ma sono bilingue passiva perfetta nel piemontese, nel senso che capisco il piemontese, ma non
lo parlo.
E la coincidenza perfetta tra bilinguismi attivi e passivi non è poi così comune, ci può essere
un repertorio molto ampio anche di multilinguismi passivi, con una zona più ristretta di
plurilinguismi attivi, invece. Sicuramente capita sempre che la zona passiva sia più ampia di
quella attiva.
Ci possono anche essere diversi gradi di competenza all’interno delle lingue del repertorio,
alcuni hanno parlato di ambilinguismo: questo è un termine che definirebbe il bilingue
perfetto, il cosidetto “bilingue perfetto”, secondo alcuni autori, cioè quello che ha veramente
due lingue materne. Oppure un bilinguismo equilibrato, in cui le due lingue, che hanno
competenza attiva, hanno però dei contatti, delle interferenze. Da un bilinguismo non
equilibrato, in cui c’è una lingua fortemente dominante, un’altra è conosciuta, ma l’altra è
dominante, da un semilinguismo, nel senso che le lingue non sono conosciute perfettamente.
Quello che mi sembra che sia venuto fuori fino ad adesso abbastanza chiaramente è che il
plurilinguismo/bilinguismo è sempre molto instabile, cioè ci sono nella vita di una persona,
che abbia un repertorio ampio, ci sono continui movimenti. Dipende da tutta una serie di
fattori, alcuni li abbiamo già citati, rapporti tra le lingue conosciute e le lingue della comunità
invece in cui si abita, ma anche dal peso dell’input in ciascun periodo della vita di una
persona. In certi periodi l’input della lingua A può essere molto ampio e quindi la persona ha
una competenza attiva molto “allegra”, poi invece in un altro periodo la persona, per esempio,
si sposta, ecco che l’input defluisce e quindi ecco che la lingua da perfettamente attiva diventa
mediocremente attiva eccetera.
Ma anche dalla frequenza di utilizzazione, non solo da ciò che ci arriva, ma anche da ciò che
noi utilizziamo; tanto più, lo sappiamo, noi usiamo una lingua, tanto più è pesante nel nostro
repertorio, meno la utilizziamo, più la perdiamo o diventa in ogni modo laterale, periferica, nel
nostro repertorio.
E questo lo ripeteremo ancora, perchè è un fatto importante, tutti gli studi concordano sul fatto
che anche all’interno di un buon plurilinguismo c’è quasi sempre una lingua dominante, una
lingua che in qualche modo, come dire, fa da “casco” sulle altre, quella che soddisfa a tutti i
requisiti che prima abbiamo citato quando abbiamo parlato di lingua materna. Se una lingua
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�soddisfa tutti quei requisiti, questa sarà quasi sicuramente la nostra lingua dominante. Questo
non è assolutamente necessario, ma sembra che sia un caso statisticamente molto forte, il fatto
che ci sia sempre “la” lingua e poi altre sotto.
Dunque, vediamo, invece, qualcosa rispetto all’acquisizione, visto che è qui poi che vogliamo
andare sostanzialmente a parare. Non entriamo in merito, perchè non abbiamo tempo, sulle
teorie relative all’acquisizione, questo significa, detto un po’ volgarmente, che non si sa con
assoluta precisione, come avvenga l’acquisizione di una lingua. Ci sono varie teorie che
sostengono fatti abbastanza diversi. Ciò nonostante tutte le teorie tengono conto fortemente dei
fattori di input, anche teorie fortemente mentalistiche e innatistiche, che sostengono il fatto che
noi, in qualche modo, siamo programmati per parlare e non possiamo non parlare, non è che
noi acquisiamo una lingua, dicono addirittura che non possiamo non acquisirla, siamo fatti per
parlare. Ciò nonostante anche queste teorie non negano il peso dell’input. Una persona che
non sente input intorno a se, non parla. Questo è il grosso problema delle persone sorde, che
non hanno avuto una diagnosi precoce e in cui la lingua entrerà tardi, molto semplicemente,
non sono mute, molto semplicemente non hanno input, non gli arriva lingua.
Quindi l’acquisizione, naturalmente, ha a che vedere con livelli della lingua diversi, quindi
possiamo parlare di un’acquisizione di tipo fonetico, cioè il bambino si specializza nei suoni
della sua lingua madre o delle sue lingua madri, se ha più di una lingua madre. Il nostro
apparato fonatorio ci permette di produrre un numero molto alto di foni, che noi non
utilizzeremo più. Il bambino a sei mesi utilizza molti più foni di quanti utilizzerà poi a un anno
e mezzo, perchè a un anno e mezzo si è già specializzato nei suoni della sua lingua madre.
Quindi, da questo punto di vista, il bambino taglia fuori tutta una serie di possibili produzioni,
restringe il suo ambito, non lo allarga come in altri livelli della lingua, lo restringe. A sei mesi
produce una serie di suoni incredibile, noi se ci mettiamo lì a riprodurli abbiamo delle
difficoltà, invece a un anno e mezzo, sostanzialmente, riproduce solo quelli della sua lingua
madre.
Da un punto di vista, invece, morfologico, naturalmente dall’input che sente intorno a sé
analizza questo input e utilizzerà poi le categorie grammaticali che sono presenti nella lingua o
nelle lingue che sente intorno a sé.
L’acquisizione sintattica significa appunto che anche dall’input che sente intorno a sé, riuscirà
a capire qual è il giro di frase tipico della sua lingua madre. Ad esempio, ordine delle parole,
capirà che l’ordine delle parole dell’italiano è soggetto-verbo-oggetto, mentre se parla l’arabo
sarà di tipo diverso, e quindi, anche qui, in qualche modo, da questo punto di vista, restringe il
suo ambito, cioè utilizza solo l’ordine permesso dalla/e lingue madri. E da un punto di vista
lessicale è lo stesso, utilizza gli elementi lessicali che gli vengono offerti dall’input.
Allora a questo punto ci si chiede come funziona un bilingue da un punto di vista
dell’acquisizione della lingua e sostanzialmente credo che la domanda sia: l’acquisizione di un
bilingue o plurilingue- è la stessa cosa, è uguale o è diversa da quella di un monolingue?
È una domanda a cui non è facilissimo rispondere, ma su cui c’è, appunto, ormai un’ampia
bibliografia. Le risposte sono state, fino ad ora, di due tipi leggermente diversi, quindi hanno a
che vedere con due teorie leggermente diverse.
O si pensa che i bambini inizialmente utilizzino un solo sistema linguistico, molto complesso,
che comprende le due lingue, che poi, lentamente, si sdoppierà e andrà a confluire nel sistema
della lingua A e nel sistema della lingua B. Oppure possiamo pensare che, invece, le due
lingue, o le tre o le quattro (è esattamente la stessa cosa), siano distinte fin dall’inizio.
La prima ipotesi, cioè quella di un unico sistema, ipotizza tre stadi successivi. Ipotizza che
inizialmente il bambino costruisca un unico sistema, in cui entrambe le lingue confluiscano;
poi inizia a separarle, ma inizia a separarle in modo diversificato, nel senso che separa prima il
lessico, quindi le parole di una lingua e le parole di un’altra lingua, ma applicando le stesse
regole alle parole della lingua A e della lingua B e solo in un terzo momento - questo è il terzo
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�stadio - ciascun lessico abbia anche la sua grammatica. Quindi: unico sistema, sdoppiamento
del sistema, ma solo da un punto di vista lessicale e poi, invece, arrivo ai due sistemi.
L’altra ipotesi, invece, è che, già da subito, immediatamente, il bambino costruisca due o più
sistemi diversificati, con codificazioni diverse nelle due lingue e non necessariamente parallele
e questo è abbastanza interessante, su questo ci sono parecchi dati. Ad esempio si è visto che
l’utilizzo dei casi, le lingue che hanno casi, come il latino, ma come il tedesco, il russo ecc.,
implicano una certa difficoltà per il bambino. Il termine “difficoltà” in acquisizione
psicolinguistica è un termine che in genere si cerca di non usare, ma in ogni modo, è per
intenderci, è un peso cognitivo in più l’uso del caso, diciamo meglio così. Si è notato che, ad
esempio, nell’utilizzo delle preposizioni e quindi dell’utilizzo della messa a punto degli oggetti
all’interno del “qui e ora” del bambino, là dove la lingua utilizza solo preposizioni prive di
casi, il bambino arriva a questa soluzione prima, che non in un caso in cui la lingua implichi
una preposizione con un caso particolare. Quindi bambini bilingui ad esempio, inglese - serbo
croato (sono degli esempi tratti da un autore, Slobin) utilizzano prima le preposizioni in
inglese e poi, più tardi, in serbo croato. Lo sviluppo cognitivo naturalmente è uno solo, non si
può pensare che ci sia uno sviluppo cognitivo nella lingua A ed un altro sviluppo cognitivo
nella lingua B, non è così. Significa allora che le “difficoltà” di ciascuna lingua fanno in modo
che l’acquisizione della lingua A e della lingua B non sia parallela. Pensate ad esempio
all’utilizzo dei tempi verbali, l’utilizzo del passato significa che il bambino ha maturato
cognitivamente l’idea che tutto non è “qui e ora”, ma che esiste qualcosa che non c’è più, ma
che è esistito. Questo implica uno sviluppo cognitivo di un certo tipo, infatti, i bambini non
utilizzano tempi al passato, se non a due anni e mezzo-due anni, non prima.
Le diverse lingue nelle codificazioni, ad esempio, del tempo passato, possono differire
notevolmente ed ecco che una lingua, la lingua A, che ha avuto un input uguale alla lingua B,
sarà utilizzata prima rispetto a certi fenomeni e la lingua B un pochino più tardi. Questo
significa che i due sistemi sono già inizialmente diversificati - significherebbe questo, sarebbe
appunto la prova di questa seconda teoria, del fatto che i due sistemi si differenziano
immediatamente.
Gli studi naturalmente hanno a che vedere anche con i rapporti delle due lingue l’una con
l’altra e qui viene fuori un problema grosso, che è il problema del così detto transfert, che
credo tutti abbiano notato nei bambini bilingui, significa, molto semplicemente, che il
bambino trasferisce sulla lingua A, ad esempio, una regola della lingua B, o viceversa. Oppure,
utilizza, ad esempio, una parola della lingua A, ma con la morfologia della lingua B e così via,
questi sono i problemi di “transfer”, che nei bambini bilingui sono relativamente comuni.
Questo significa che, le due lingue hanno dei rapporti tra loro, anche là dove noi siamo
d’accordo con la seconda teoria di cui abbiamo parlato, cioè dei due sistemi diversificati,
questo non significa che tra le due lingue non ci siano dei contatti. I contatti ci sono sempre. E
questo, appunto, è il problema del “transfert”, che per lungo tempo è stato, in qualche modo,
demonizzato, specialmente in ambito scolastico.
Il fatto che le due lingue, già inizialmente, appartengano a due sistemi ben diversificati,
sembrerebbe anche comprovato da studi di tipo neurologico, che hanno analizzato pazienti
afasici, cioè pazienti che non potevano più parlare per problemi vari, problemi di patologie
molto gravi naturalmente, pazienti bilingui, in cui si è notato, molto chiaramente, che il
recupero delle lingue, recupero che naturalmente può avvenire, non è quasi mai parallelo, nel
senso che in genere, inizialmente si recupererà una lingua. Anche un bilingue perfetto, con due
lingue materne, inizialmente recupererà sempre una lingua e poi un’altra. E sembrerebbe che
questa lingua recuperata per prima sia, appunto, la sua lingua materna, specialmente quella
marcata da un peso emotivo particolare.
In ambito scolastico, in particolare, ci si è chiesti se il bilinguismo possa essere negativo, sia
per lo sviluppo cognitivo, sia per l’acquisizione della/e lingua/e. E da questo punto di vista,
ormai, tutti gli studiosi rispondono in modo negativo a questa domanda, però ci sono stati
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�periodi storici diversi, fino agli anni cinquanta circa, in cui si rimarcavano fortemente gli
aspetti negativi, perchè si notava e questo, fino ad un certo punto è vero, che fino ad una certa
età i bilingui/plurilingui fanno degli incroci, dei “bisticci”, fanno quello che abbiamo chiamato
prima “transfert”, trasferiscono regole da una lingua all’altra, segni da una lingua all’altra. Poi
negli anni sessanta si è cominciato a dire che gli effetti erano neutri, cioè non esistevano
effetti, adesso invece, ultimamente, si da una valutazione sostanzialmente positiva al
plurilinguismo, cioè si notano degli effetti sostanzialmente additivi e non il contrario.
In particolare rispetto ad alcuni ambiti, rispetto al problema dell’arbitrarietà, ad esempio. Tutte
le lingue sono arbitrarie, nel senso che non c’è nessun rapporto naturale tra la parola e il
concetto definito dalla parola, tant’è vero che lingue diverse utilizzano parole diverse rispetto
agli stessi concetti, quindi totale arbitrarietà.
L’arbitrarietà per i bambini, fino ad una certa età, è problematica, nel senso che - se qui ci
sono degli insegnanti lo sanno benissimo, specialmente insegnanti di scuole precoci - che ad
esempio il bambino pensa che una parola corta denomini necessariamente una cosa piccola e
una parola lunga denomini necessariamente una cosa grande. Questo verso i due-tre anni è
normale. Poi naturalmente il bambino arriverà, eccetera.
I bilingui che hanno input invece in lingue diverse e in cui la parola corta nella lingua A
corrisponde invece magari a una parola lunga nella lingua B, arrivano al concetto di
arbitrarietà della lingua molto prima, quindi avrebbe un peso positivo da un punto di vista
cognitivo, in relazione all’acquisizione del concetto di arbitrarietà. Ma anche, secondo alcuni,
potrebbe essere positivo rispetto ad un certo pensiero divergente, cioè al contrario del
conformismo, in qualche modo, ma anche, e questo è forse più importante, una certa
sensibilità comunicativa. Ciascuna lingua ha le sue regole, non solo grammaticali, ma anche
comunicative, pensate ad esempio ai pronomi che si utilizzano, pronomi di cortesia, utilizzare
solo il “tu”, il “voi”, il “loro”, lingue che hanno solo il “tu” o solo il “voi”, noi utilizziamo due
pronomi diversi eccetera. Questi sono problemi, come dire, di rapporto, interni alla lingua.
Anche rispetto a questi problemi più di sensibilità comunicativa sembra che il bilingue si
muova meglio e prima del monolingue.
Da un punto di vista psico-linguistico, il problema è stato visto in particolare in questo senso.
Il bilingue-plurilingue si trova ad avere più di un sistema linguistico a sua disposizione. Il
lavoro che deve fare è un lavoro abbastanza complesso, nel senso che, avendo più di un
sistema, deve in continuazione, ma naturalmente dipende dalle situazioni, attivare e disattivare
certi sistemi. Se io parlo con lei e parlo in italiano, devo disattivare l’altro sistema che ho, ma
se parlo con lei e invece parlo in tedesco, ecco che attivo un sistema e disattivo l’altro e così
via. Questo è un lavoro cognitivo piuttosto complesso, ma che, a quanto pare, servirebbe
proprio ad una maggiore “plasticità”. Come dire, non possiamo certo dire che un plurilingue è
cognitivamente superiore ad un altro, questo no naturalmente, ma serve ad una certa plasticità.
Gli svantaggi, parliamo anche velocemente dei possibili svantaggi, sono più di ordine sociale
che di ordine strettamente linguistico, questo credo che sia assolutamente banale. Sono relativi
all’integrazione della persona, ci può essere rifiuto di una delle lingue, molto spesso di quella
esterna alla comunità, se siamo all’interno di una comunità monolingue, per problemi di
conformismo. Il bambino si sente diverso dagli altri: un bambino, un compagno di mio figlio,
che aveva una madre inglese e la madre lo andava a prendere a scuola parlandogli in inglese, a
un certo punto lui le ha chiesto di non parlargli più assolutamente in inglese a scuola, perchè si
sentiva diverso dagli altri e voleva essere come gli altri.
Oppure ci può essere anche il rifiuto della lingua d’origine e qui parliamo specialmente di
problemi di immigrazione, per problemi di integrazione, la lingua d’origine viene scartata,
viene sentita come lingua della povertà, molto spesso. Oppure, ci può essere la perdita del
bilinguismo-multilinguismo per mancanza di trasmissione da parte dei genitori e questo è
successo pesantemente in tutta Italia con la perdita dei dialetti, i genitori non hanno più
parlato, non hanno trasmesso, c’è stato un gap generazionale, un gap di trasmissione. E in
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�genere, lo sappiamo bene, della lingua di minor prestigio, minor prestigio sociale, qui non
centrano più nulla i problemi strettamente linguistici, siamo all’interno di problemi sociali.
Naturalmente un altro fatto, dicevamo prima, che in qualche modo può essere negativo, sono i
problemi strettamente linguistici di “transfert”. Tra una lingua e l’altra ci possono essere
prestiti, prestito è in genere una parola che prestata dalla lingua A alla lingua B, o interferenze,
laddove la regola della lingua A va a finire nella lingua B, oppure anche le così dette
commutazioni di codice, che significano che il discorso viaggia su due piani, metà nella lingua
A e metà nella lingua B.
Il buon risultato del plurilinguismo/bilinguismo è determinato, quindi, da tutta una serie di
fattori, che non sono strettamente linguistici. Il fattore linguistico è semplicemente
l’abbondanza di input, cioè la persona, per essere un buon bilingue/multilingue, deve avere
abbondanza di input e per una buona acquisizione di più lingue ci deve essere abbondanza di
input, quindi “molta lingua” al bambino. E, invece, fatti non linguistici hanno a che vedere
naturalmente con lo statuto delle lingue nel paese o anche nel gruppo, all’interno del quale si
trovano i bilingui o i multilingui.
Torniamo alla parola “normalità”, normalità del multilinguismo: questo credo che sia
abbastanza chiaro, ormai è il monolinguismo ad essere relativamente poco comune, in
particolare nella situazione italiana, laddove, e linguisticamente questo è molto corretto,
trattiamo i dialetti come lingue, perchè da un punto di vista strettamente linguistico sono
sistemi linguistici a tutti gli effetti.
In particolare, nel mondo globalizzato, con presenza di lingue franche, ormai l’inglese è
diventata, in qualche modo, lingua franca, lingua che tutti, più o meno, conosciamo. Ma,
d’altra parte, si nota anche che all’interno di lingue come l’inglese, si notano differenziazioni
interne, non solo l’inglese americano, che non è più l’inglese britannico da molto tempo, ma
sono nati molto inglesi diversi. Quindi, anche le lingue che sembrano assolutamente
generalizzate, poi, in realtà, hanno una dispersione e una differenziazione interna.
C’è un aumento di attenzione verso le lingue di cultura minoritaria, successo anche di lingue
sostanzialmente, chiamiamole regionali, certo non bisognerebbe dirlo, come il catalano,
eccetera, che sono diventate lingue di gran successo, quindi questa possibilità di lingue
minoritarie, in qualche modo, invece di assurgere a lingue nazionali addirittura c’è eccome.
Naturalmente contro ci sono anche delle forze centripete e sappiamo tutti che le lingue
muoiono a velocità altissima e su questo i mezzi di comunicazione di massa possono avere un
peso. Da un lato, lo sappiamo, possono appiattire moltissimo, ma dall’altro, invece, no,
possono essere utilizzati eccome, da questo punto di vista, come anch’essi entrare nell’input
così importante per fondare veramente la competenza nelle lingue.

Matteo Rivoira
Bene io ti ringrazio per la puntualità estrema e per la chiarezza di questa bella lezione che,
sicuramente, ha dato a tutti noi un sacco di elementi e ha suscitato curiosità rispetto a quelle
che sono le vicende di ognuno e ognuna di noi. Pensavo alla mia: sì sono bilingue, però una è
entrata a quattro anni, ma come è entrata, come si configura ecc. ecc.

Pausa

Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�Matteo Rivoira
Silvia Dal Negro è una profonda conoscitrice della realtà dei walser, che sono quelle colonie
alemanniche del Piemonte settentrionale della Val d’Aosta. Ha dedicato molti anni di studio
alle problematiche di questa minoranza, poi confrontandola anche con la realtà di altre
minoranze. Con lei, con il suo intervento, entriamo un po’ più nella dimensione della pratica
del bilinguismo.

Silvia Dal Negro
Plurilinguismo de facto e de jure
Grazie a Matteo e grazie anche per l’invito, grazie anche a chi mi ha preceduta prima, Daniela
Calleri, che ha dato un inquadramento teorico molto chiaro e molto rigoroso, che mi
permetterà di spaziare in modo un po’ meno rigoroso, forse, e di portare parecchi esempi.
Quindi, l’intervento che vi propongo io sarà forse un po’ più pratico di quello precedente. Mi
ricollego, però, direttamente, ad una cosa che è stata detta prima, cioè questa differenza
importante tra il bilinguismo sociale e bilinguismo individuale, sulla quale, appunto, si è
soffermata anche la professoressa Calleri.
Il mio intervento sarà, infatti, giocato un po’ su questa ambiguità: in particolare, io mi
interesso di bilinguismo sociale, cioè di comunità nelle quali c’è più di una lingua, più di un
dialetto, anche casi estremi, come nel caso dei walser, però qui parlerò più della situazione di
Bolzano, che è per me anche abbastanza nuova da qualche anno, ma che è molto esotica, e
penso che voi la conosciate poco, per cui può essere interessante.
Quindi bilinguismo sociale come insieme delle lingue parlate in una società, che non sempre o
non del tutto coincide con il bilinguismo e/o il plurilinguismo individuale. Quindi questa
differenza tra quello che è bilinguismo, plurilinguismo de jure, cioè per legge, le lingue che
per legge sono compresenti in un territorio e il bilinguismo/plurilinguismo de facto, cioè
quello che “di fatto” la gente fa, parla, conosce, ecc.
Parto da una piccolissima premessa: negli ultimi anni - anche qui mi ricollego a quanto ha
detto Daniela Calleri - c’è stata un’esplosione sia degli studi sul plurilinguismo, che hanno
seguito quelli sul bilinguismo, non cambiando poi più di tanto - ma anche sull’atteggiamento,
cioè il plurilinguismo come “bellissimo, tutti siamo plurilingui, e quindi siamo più bravi, più
belli, più intelligenti, ecc.”, è stato quasi come una rivalsa rispetto a epoche nelle quali il
bambino bilingue, la persona bilingue era, in qualche modo, vista negativamente.
E allora, con il mio spirito di contraddizione che mi contraddistingue, mi chiedo, e tanti adesso
se lo stanno chiedendo, ma il plurilinguismo o il bilinguismo, è sempre “bello”? Scusate
questo aggettivo un po’ semplice, ma per mettermi dalla parte anche delle persone quotidiane,
che vivono le situazioni di bilinguismo o plurilinguismo sulla loro pelle. Ci accorgiamo che da
quello che - userò in questo intervento molti dati anche presi da interviste, da inchieste fatte
sul campo con parlanti di situazioni diverse, molte soprattutto dall’area nella quale io adesso
mi trovo a lavorare, cioè quella di Bolzano e dell’Alto Adige più in generale.
Vediamo un paio di interventi, diciamo di punti di vista di persone che sono, di fatto, bilingui
e perchè il bilinguismo (o plurilinguismo), non è sempre, necessariamente positivo.
Un caso tipico è quello, ad esempio, dei bilingui alloglotti, di cui si è parlato prima, quindi
persone che sono bilingui perchè provengono da un altro paese, vengono in Italia, poniamo, e
sono, di fatto, magari molto piccoli o addirittura nati in Italia oppure vengono, come il caso di
questa ragazza Albanese, che è arrivata in Italia, in particolare a Bolzano, in età di scuola
materna o primi anni della scuola elementare, per cui molto piccola.
E l’intervistatrice, che poi, di fatto, sono io, dice:
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�“Ma allora, è un vantaggio essere bilingue?”
“No, non credo.”
“Ma come, tu non sei fortunata ad essere una persona bilingue?”
E lei, effettivamente, dice con le sue parole quello che sente dire, quello che sa: in realtà un
albanese in Italia non è fortunato ad essere bilingue, anzi, per tutta la sua vita le è stato detto
“cerca di dimenticare l’albanese, tu adesso devi imparare l’italiano”. Difatti lei dice: “quando
sei qui...” - Poi nella provincia di Bolzano c’è quest’insistenza molto forte sul bilinguismo
italiano-tedesco - “... è bene essere bilingue, quando sai l’italiano e il tedesco, ma l’albanese
che centra?”
Quindi, qui abbiamo il primo atteggiamento: non tutti i bilinguismi sono positivi, nell’ottica
anche dei parlanti, attenzione, delle persone stesse che sono bilingui.
Un secondo punto di vista è quello che invece viene da una situazione di alloglossia
tradizionale, come può essere anche la vostra, quindi è il caso delle comunità minoritarie e
walser, del Piemonte orientale e settentrionale.
Qui abbiamo un altro punto di vista sul plurilinguismo/bilinguismo più come pratica, cioè sul
fatto di avere due lingue e far fatica a dividerle nel discorso. Adesso qui il testo è in dialetto
tedesco, però sotto avete la traduzione, noi in quasi tutte le situazioni che io conosco di
bilinguismo de facto, quindi dove le lingue si praticano contemporaneamente, ci sono dei
termini negativi, interrogatori, per nominare le situazioni in cui le lingue si usano
contemporaneamente. Noi diciamo “minestra di ricotta”, che esattamente non credo sia un
grande piatto gustoso, un po’ italiano e un po’ tedesco, una schifezza di fatto! Quindi, anche
qui questa signora, portando avanti questo luogo comune, in qualche modo blocca l’uso della
lingua minoritaria e degli usi bilingui delle nuove generazioni, che in qualche modo si sentono
fortemente criticate di questi usi bilingui eccetera, perchè sono visti come negativi, come cose
non da fare.
Quindi prima abbiamo visto che dato che non tutte le lingue valgono uguale, i bilinguismi fatti
da una lingua povera e una lingua invece accettata, non sono neanche valutati come bilingui,
difficilmente vengono chiamati bilingui. I bilinguismi praticati, anche questi, se è un uso misto
delle lingue, anche questo non è necessariamente positivo.
Vediamo invece in questa definizione, piuttosto antipatica direi, di una parlante, di una
ragazza di Bolzano fra l’altro, persona che frequenta la scuola professionale per estetiste, come
lei stessa, bilingue, si definisce all’inizio di questa intervista di gruppo: dice “io sono
bilingue”.
Bene, dopo che tutte queste altre persone non lo erano, lei era bilingue, finalmente, e dà questa
definizione del bilinguismo, che possiamo chiamare anche “prototipico”, anche nella mente
dei parlanti o nell’accettazione politica o culturale. Il bilingue “prototipico” o il “bilingue
perfetto” è quello che ha due lingue materne, come lei, che queste due lingue sono perfette, le
sanno tutte e due perfettamente - allora dovete immaginare il tipo di persona, tutte e due
perfette, tutte e due non mischiate - l’abbiamo visto anche prima, le due lingue devono essere
padroneggiate perfettamente e le due lingue devono essere due lingue utili, due lingue
spendibili sul territorio. E quali siano due lingue spendibili sul territorio dipende sempre da
situazione a situazione. L’esempio che ha fatto la collega prima era molto significativo, perchè
le lingue che parlava il bambino compagno di suo figlio, erano l’inglese e l’italiano. Cosa c’è
di più spendibile dell’inglese? Niente. Però nella scuola che frequentava quel bambino,
l’inglese valeva zero, tanto come l’albanese nella società di Bolzano. Per cui il bilinguismo per
cui uno si può vantare, devono essere due lingue parlate perfettamente o nell’ottica del
parlante, non mescolate e, in qualche modo, spendibili, utili sul territorio nel quale si vive.
Questa era una piccola premessa. Questo è quello che possiamo dire, che è quasi alla base del
bilinguismo e plurilinguismo de jure, cioè questo è quello che i parlanti, anche semplici, anche
non necessariamente colti o che si occupano di queste cose, hanno come idea del bilinguismo,
del plurilinguismo de jure, così come deve essere.
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�Adesso invece, andiamo a vedere di cosa parlerò, questo giusto per avere un’idea di come sarà
la prossima mezz’ora.
Vediamo come il bilinguismo viene rappresentato, che tipi diversi di plurilinguismo/
bilinguismo – anch’io userò i due termini quasi in sovrapposizione – nel paesaggio linguistico,
cioè nel mondo che ci circonda, cosa vediamo, come le lingue vengono rappresentate in modo
diverso in contesti diversi. Come dal bilinguismo più “ufficiale”, in qualche modo, noi
possiamo “modellizzare”, cercare di rappresentare i casi più complessi nei quali le lingue in
gioco sono di più. Poi esempi di bi e pluri linguismo de jure, de facto, dal punto di vista
sociolinguistico, vedremo esempi soprattutto del caso di Bolzano, uso linguistico, quindi
prima l’aspetto sociolinguistico, cioè le lingue quali sono, come entrano in gioco, come noi le
consideriamo, le vediamo e come effettivamente vengono usate.
Benissimo, bilinguismo de jure, cioè per legge: un contesto di bilinguismo sociale per legge,
classico in Italia, è rappresentato sicuramente dall’Alto Adige.
In Alto Adige, le lingue ufficialmente riconosciute sono in realtà tre: il tedesco, l’italiano e il
ladino. Lascerei da parte per il momento, forse del tutto, il ladino, per il quale abbiamo un
trilinguismo ufficiale solo nelle valli ladine, di fatto; per il resto dell’Alto Adige abbiamo un
bilinguismo sociale di tipo “classico”. Classico: cosa vuol dire? Possiamo riscontrare casi di
questo tipo anche altrove, in Europa, oppure fuori dall’Europa, come ad esempio in Canada,
ma anche in altri territori in Europa, dove entrambe le lingue devono essere presenti in tutto il
discorso pubblico ufficiale, scritto in particolare, in parte anche parlato e effettivamente è
molto dispendioso, il bilinguismo de jure portato avanti seriamente come in Alto Adige,
qualsiasi cosa dura il doppio che nel resto del mondo, questa bellissima situazione di stasera
sarebbe esattamente lunga il doppio, perchè finita così, parte in tedesco, identico, ma si rifà
tutto. Le due lingue devono avere identico spazio, misurato al centimetro, la presenza di una
lingua prima dell’altra dipende dalla maggioranza della popolazione nel comune nel quale
viene messo il cartello, (per cui noi possiamo sapere che in questo...). Allora, in quasi tutto
l’Alto Adige il tedesco è di maggioranza rispetto all’italiano, quindi in val Senales il tedesco
sicuramente è di maggioranza rispetto all’italiano e qualsiasi cartello, per quanto provvisorio,
per quanto, così... deve essere per forza in due lingue, anche se probabilmente, chi è
interessato a questo cartello forse sono solo i tedescofoni, ma forse no, ci sono anche italiani,
ma ci può essere anche un turista americano, però questo non importa, l’importante è che ci
siano sempre il tedesco e l’italiano.
Vediamo invece un esempio di bilinguismo de facto, classico, anche questo.
Qui ci troviamo sul lago Maggiore, sempre in Piemonte, provincia di Verbania, paese di
Canobbio, bellissimo posto, diciamo de jure monolinguismo italiano, tra l’altro in una zona
dove il dialetto è poco presente, possiamo anche dire, però una zona in cui i tedeschi sono
molto presenti come turisti. Allora un qualsiasi panettiere di Canobbio se vuole vendere il suo
pane sa che, da un lato, deve solleticare il gusto del turista che vuole una scritta un po’ antica,
ma dall’altra parte deve anche dire “guarda che qua si compra il brot”, cioè il pane.
Attenzione, c’è una grossa differenza tra un’insegna di questo tipo e il cartello di prima: qua si
vede il bilinguismo/plurilinguismo de facto, cioè io, panettiere devo passare un’informazione
importante, quindi si chiama il forno che è una cosa antica, ma l’importante è che i tedeschi
vedano cosa si compra qua. Il cartello di prima non era importante, ci dice qui ci sono due
comunità, tutte e due valiamo uguale, io voglio la mia lingua, tu la tua, la mia viene prima
perchè siamo di più eccetera. È molto diverso il cartello, pur essendo le lingue le stesse,
esattamente le stesse, hanno un valore completamente diverso.
Oggigiorno in Italia abbiamo tantissimi altri esempi di bilinguismo, hanno valori molto
diversi, si possono ipotizzare un sacco di cose, l’inglese entra moltissimo nel paesaggio
linguistico italiano.
A chi è rivolto? Questo non è rivolto ad un pubblico internazionale necessariamente, ci
sarebbero mille cose da dire anche su queste due lingue. Alla fine, qual è la lingua
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�effettivamente sottostante a quest’insegna, probabilmente l’inglese, probabilmente l’italiano,
non diremmo mai “indiana bigiotteria o bigiotteria indiana”, se volessimo. Questo per dire che
il bilinguismo è de facto, in qualche modo, è molto più pervasivo di quello che noi pensiamo,
della situazione più classica, che uno si immagina, dell’Alto Adige, dove magari il
bilinguismo vero potrebbe mancare, in certi aspetti.
Vediamo un altro piccolo esempio di come il bilinguismo sia, in qualche modo, un
bilinguismo immaginato, cioè ci sono delle volte delle lingue, in particolare l’inglese, ma non
solo, che sono presenti, ma perchè danno prestigio o si pensa che diano prestigio.
Allora in questo caso, veramente, è tristissimo, mi spiace che sia la città dalla quale vengo, una
lavanderia che poi ha chiuso, ad un certo punto e che pensando di dare un tocco
d’internazionalità, l’ha chiamata “quic sec”, però con questo “quic” scritto in modo
assolutamente improbabile.
Questo perchè l’ho chiamato “lingue reificate”? In questo modo l’inglese c’è nella mente dei
parlanti, cioè l’inglese c’è come oggetto, ma nessuno di quella lavanderia probabilmente ha
mai parlato inglese o ha mai visto l’inglese, né è rivolto ad un pubblico internazionale,
com’era nell’esempio brot nella scritta del panettiere.
Questo delle lingue reificate è particolarmente interessante nel caso delle lingue di minoranza:
in questo caso abbiamo una lingua internazionale per finta, ma nell’ambito delle minoranze
linguistiche questo è molto presente. Per gentilezza nei confronti dei miei ospiti, ho evitato
l’occitano, anche se in questo caso ci potrebbero essere molti esempi, e invece ho punito i miei
amici walser, dove a Macugnaga, dove ormai il walser è pochissimo parlato, se non per nulla
più parlato, tuttavia una bell’insegna in legno, con scritta antica, chiamata walser laden, cioè
negozio walser, non può mancare e penso che molti di voi conoscano questo tipo di oggetti.
Anche qui la scritta bilingue così detta, non ha niente a che vedere con il bilinguismo dell’Alto
Adige, qui è semplicemente dire “guarda che noi siamo anche un po’ walser” e quindi la
lingua è lì per se stessa, è un bilinguismo un po’ particolare, una delle due lingue non è detto
che sia parlata, ma è lì come simbolo.
Questo nella situazione di oggi, con molte minoranze linguistiche nuove, a differenza di quelle
reificate, dove queste nuove minoranze linguistiche sono del tutto assenti perchè non hanno
nessun riconoscimento giuridico, quindi è un bilinguismo che assolutamente non è de jure, la
lingua spesso è presente nei luoghi, in qualche modo, devianti. Quindi se prima il negozio
poteva disporre della sua insegna in legno eccetera, vediamo l’albanese, come a Bressanone,
dove non ha nessun valore, ce l’ha detto la ragazzina albanese poche slide fa, tuttavia
l’albanese in Alto Adige è la terza minoranza linguistica, viene prima dei ladini, è
presentissimo sul territorio, però non ha nessuna visibilità se non in scritte devianti. Spesso i
ragazzini albanesi, giocando anche sul luogo comune del fatto di essere i “cattivi” della
società, allora lo fanno davvero, i cattivi, per cui ci sono molte insegne scritte, quindi qui c’è
un bel cuore, “amore” per gli albanesi, e sopra un bellissimo “scheisse”. Quindi abbiamo qui
le lingue per se stesse, che si auto dicono, un po’ come si faceva una volta, I was here, io sono
stata qua, ci sono qua anch’io. È presente non tanto per comunicare qualcosa in un’altra
lingua, ma per comunicare la lingua stessa.
Andiamo forse a qualcosa di un pochettino più astratto.
Dunque, abbiamo capito che nelle società, quindi nelle comunità in cui ci troviamo, ci sono
più lingue di quelle che ci vogliono far credere, ci sono più lingue di quelle che ufficialmente
sono dichiarate, di quelle che ufficialmente son presenti.
Se in Alto Adige, il discorso pubblico ufficialmente prevede le due lingue, o tre nel caso del
ladino, in realtà le lingue possono essere molte di più, dialetti in primis, lingue di minoranza
non riconosciute, come può essere l’albanese o tante altre, anche molto consistenti.
Per il linguista che deve cercare di spiegare, di capire la realtà e comunicarla agli altri, è
necessario sviluppare dei modelli, qualcosa che faccia ordine a questa varietà, a questo
pluralismo.
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�Una delle possibilità è quella di lavorare sul concetto di repertorio linguistico, che è anche
stato citato poco fa e considerare, innanzitutto - tradizionalmente repertorio linguistico viene
definito come (queste sono proprio definizioni standard) “l’insieme delle lingue parlate da una
comunità”, attenzione, si deve fare un’analisi, una riflessione su quali sono le lingue che sono
parlate dalla comunità nella quale mi trovo. Oppure a priori decidere qual è la comunità che mi
interessa, mi potrebbe interessare, ad esempio, la comunità occitanofona di questa valle e
ragionare solo in termini di questi. Ma quali sono le lingue, qual è il repertorio linguistico di
questa comunità, oppure mi interessa rappresentare l’intera comunità nel senso del comune o
della valle, e allora devo però considerarle tutte. Devo chiedermi qual è la gerarchia tra le
lingue, cioè come si pongono l’una rispetto all’altra e anche un po’ delle riflessioni, questo fa
parte della definizione standard di repertorio, anche l’atteggiamento dei parlanti verso le
lingue, un po’ quello che si diceva all’inizio a mo’ di premessa, quindi non tutte le lingue
valgono uguali, non tutti i bilinguismi valgono uguali.
In base a queste analisi, sono stati individuati dalla sociolinguistica, (immagino che molti di
voi lo sappiano, ho scoperto che molti sono laureati in lingue, in lettere, quindi...) dei tipi
classici di repertorio, che sono: il bilinguismo sociale, noto come due lingue, che possono
essere utilizzate in tutti gli ambiti d’uso e possono o devono, come nel caso di Bolzano; la
diglossia, in cui invece le lingue sono sovrapposte l’una all’altra, e non c’è possibilità di
compenetrazione tra i codici; e la dilalia, che è un po’ la situazione tipica italo-romanza di
oggi, per cui l’italiano si può parlare in tutti i contesti e il dialetto o i dialetti o la lingua di
minoranza non standardizzata, solo nei contesti bassi.
Tuttavia, sempre di più, si è vista la necessità di sviluppare modelli più complessi, che rendano
conto della complessità della situazione, perchè questi tre modelli classici tendenzialmente
erano modelli a due lingue. Infatti, vedete in questo prefisso “bi” o “di” era sempre la stessa
cosa, sempre di due si tratta. Quindi, sono modelli che sono utili per rappresentare situazioni
con due codici alla volta.
In realtà un po’ la situazione è più complessa, nella realtà contemporanea, ma non solo
contemporanea, insomma ci siamo accorti che le comunità sono più che bilingui, ha portato a
sviluppare modelli più complessi.
Vi faccio vedere un esempio, che vedremo solo così, volante, senza entrare nei dettagli.
Qualche anno fa, insieme a un collega, Gabriele Iannaccaro, che si occupa anche di
sociolinguistica, di pianificazione linguistica nell’area di minoranza, avevamo studiato una
griglia, che dovrebbe permettere, ha permesso a noi perlomeno, di analizzare – di fatto è una
griglia analitica, è come uno schema, un promemoria, che dovrebbe condurre la persona che
analizza, che può essere un linguista, ma anche un operatore sul territorio, lo sportellista,
l’insegnante eccetera, a riflettere meglio sulla situazione socio linguistica della sua comunità.
Per cui qui c’è l’esempio di tre comunità di area più o meno walser, più una confinante con
l’area walser, però diciamo lombardo-piemontese, come situazione italo-romanza e non
walser, dove però il walser è presente in alcuni punti di vista.
E ci si può chiedere una serie di cose, posso passare molto velocemente, dalle domande più
banali, che, però, tanti banali non sono, del tipo “i codici usati” - e questo vuol dire fare una
forte auto critica, cioè ragionare con attenzione sulla situazione locale – “Quali sono i codici
che io sento a Pomaretto, a Rimella, a Formazza eccetera? Quali sono davvero le lingue in
gioco?”. Ad esempio nelle comunità walser, in modo più o meno ampio, i dialetti locali sono
presenti, in particolare a Rimella il piemontese è fortemente presente, è importante, sebbene
sia fuori da qualsiasi legge sulle minoranze, sia fuori dagli interventi della comunità, però noi
non faremo mai un lavoro serio se non rifletteremo sul fatto che a Rimella, di fatto, il
piemontese è presente, non solo, ma è il codice probabilmente principale, e qui vediamo, al
punto sette, “codice in ascesa, in espansione”, è il codice che davvero sempre di più si usa,
sempre di più si parla, ecc.

Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�Poi ci possiamo chiedere quali sono i codici - “H” vuol dire “codici alti”- questo è un
servilismo verso l’inglese, high, i codici alti. Il codice alto in tutte queste comunità è l’italiano
e basta, non ci sono altri codici alti, di fatto.
Quali sono i “codici bassi”, quali sono le lingue che possiamo usare per parlare tutti i giorni in
famiglia ecc.? Ad esempio a Rimella l’italiano non c’è. Questo è un esempio, alla fine Rimella
è un tipico paesino piemontese di montagna, se vogliamo dirlo, dove un tempo si parlava
walser. Di fatto questa è la descrizione forse, mentre a Formazza l’italiano è ben presente,
Formazza invece è quello che potrebbe essere un tipico paesino lombardo di montagna, dove
si parla molto italiano.
Quelli che il mio collega chiama “Wunsch sprachen”, “codici ideologici”, cioè qual è la lingua
che uno magari ha, anche se non viene parlata, ma sogna in qualche modo. A Formazza si
sogna un pochino forse, o si sognava, il tedesco standard, come possibilità per i contatti con la
Svizzera, molto forti, eccetera.
Quali sono le lingue che la popolazione considera “lingue”? Cioè che se gli si chiede “che
lingue si parlano qua?” Allora, a Rimella, sicuramente si può dire l’italiano, ma a Fornazza il
walser è visto a volte come una lingua.
Quali sono invece quelli che consideriamo dialetti? Eccetera eccetra.
Si fanno poi una serie di riflessioni, ad esempio il punto dieci “codice non autonomo”, cosa
vuol dire? Codice non autonomo vuol dire una lingua o un dialetto, che da solo non possiamo
più usare, di fatto. Ovvero, il walser a Rimella è parassitario, come un’edera che si attacca
totalmente al piemontese, nessuno sarebbe in grado di fare un discorso in rimellese e basta. Un
codice che è parassitario, pur essendo walser, è walser e piemontese insieme, sempre.
“Codici oggetto di attenzioni”: di fatto sono i codici protetti dalla Legge 482 o comunque
protetti dalle comunità locali eccetera. Chiaramente questa tabella l’abbiamo compilata noi,
non è che se la sian compilata da sole le comunità, l’abbiamo compilata noi esternamente.
Ovviamente il walser, inteso come lingua pura, come diceva quella signora, non “la minestra
di ricotta”, solo il walser, che però, forse non esiste, almeno a Rimella e nel caso di Baceno,
che è una comunità ossolana, dove si parla un dialetto di tipo, di fatto, lombardo, però il codice
oggetto di attenzione è il walser, per una serie di motivi che non entriamo. Però voi sapete,
anche per l’area del franco provenzale (i peccati non sono sempre dei walser), ci sono stati dei
riconoscimenti più estesi delle aree di protezione di minoranza linguistica, per cui, anche in
questo territorio, che di fatto è un paese di mezza valle, tipicamente “italiano”, per una serie di
motivi storici, il walser, in qualche modo, viene tutelato, non si sa in che senso, comunque.
Codici, vado all’ultimo criterio che può essere interessante, non si capisce subito, “codici
endocomunitari”: cosa vuol dire?
È un po’ simile, potrebbe essere simile a quello che ha detto prima la collega parlando di
lingue etniche, cioè che hanno una valenza etnica - locale, in questo caso. Cioè, localmente
cos’è che vediamo come lingue nostre? Come dicevamo prima, a Rimella walser e
piemontese, nel senso di walsesiano, sono i nostri dialetti, mentre a Fornazza l’ossolano, anche
se si parla, non è sicuramente nostro, ma è la lingua degli altri, mentre l’italiano con coloriture
regionali è di fatto la lingua che viene percepita come lingua locale, per cui si riconoscono le
persone per l’accento in italiano, questo già significa dire “questo è l’italiano nostro”, che è lo
stesso che si parla, fra l’altro, nella mezza valle o bassa valle.
Questo è un esempio, ce ne possono essere tanti altri, io stessa ne avevo fatto uno molto più
semplice prima di lavorare con il collega Iannaccaro, semplicemente un mancolist per
riflettere in modo analitico su “che cosa c’è nella mia comunità”, “i codici come sono fra di
loro, come funzionano?” Cercando di essere più oggettivi possibile (se possibile), il più
distanziati possibile, perchè lo so che è un argomento molto emotivo, soprattutto per chi fa
parte della comunità, se uno non ne fa parte, come nel mio caso, non è grave mettere che il
walser non si parla più, però capisco che per la stessa comunità può essere difficile. Però più è
analitica la griglia, più in qualche modo si riesce a cogliere la sottigliezza e la differenza fra
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�luoghi diversi, per l’occitano sarebbe molto interessante, perchè è un territorio molto ampio,
con situazioni molto diverse e quindi non basta dire “qui si parla occitano”, come in qualche
modo magari vuole la retorica, ma “in che modo è diversa una valle da un’altra, in che modo è
diverso un paese di bassa, media e alta valle?”, eccetera.
Torniamo velocemente ad alcuni esempi più nel concreto sulla differenza, appunto, tra il
concetto di bi/plurilinguismo de jure, quindi in qualche modo, riconosciuto ufficialmente e
come questo bi e pluri linguismo invece possiamo ricavarlo nella realtà, nell’uso quotidiano.
Allora in Alto Adige, per farvi un po’ di esempi da quest’area, che può essere interessante per
la sua particolarità nel territorio italiano - in Alto Adige esiste ogni dieci anni, legato al
censimento della popolazione, quindi anche quest’anno ci sarà questo evento, c’è il conteggio
dei gruppi etnico linguistici, anonimo, anche se poi in realtà ognuno che vuole dire di far parte
di un gruppo, deve dichiararlo esplicitamente, ma molti non lo fanno, comunque alla base di
tutta l’autonomia di tutto l’Alto Adige c’è il concetto della proporzionale. La proporzionale
significa che in base alla proporzione etnico linguistica della popolazione, si assegnano poi
tutte le cose, cioè gli incarichi politici, i soldi per le case popolari, i contributi per ristrutturare
la casa e così via. Attenzione, questa come negli Stati Uniti, si tratta di una auto dichiarazione,
cioè io posso benissimo scrivere che faccio parte di un gruppo tedesco o ladino come adesso è
molto di moda, adesso tutti sono ladini perchè è visto come gruppo intermedio. È un’auto
dichiarazione, non ha nessuna concretezza, naturalmente c’è una fortissima pressione politica
perchè ognuno di questi gruppi dichiari a favore del proprio. La questione interessante sono ad
esempio le persone che non si riconoscono in questi tre gruppi, o perchè sono di famiglia
bilingui, quelli che in Alto Adige si dicono i “mistilingui”, che sono quasi un partito politico
anche loro, adesso, perchè questa è una situazione che credo solo in medio oriente ci possa
essere, dove la politica sia strettamente legata all’etnico, all’aspetto etnico. Le votazioni
politiche sono anche votazioni etniche alla fine. I mistilingui cosa fanno? Devono scegliere
uno dei due, per forza, la possibilità sono solo tre quadratini da compilare: ladino, tedesco e
italiano. Poi c’è “altro”, dopo che uno ha scritto altro deve decidere con quali si aggrega,
quindi io potrei essere albanese e però mi aggrego ai tedeschi o agli italiani, dipende dove si
mangia di più, come sempre.
Quindi abbiamo il cosiddetto bilinguismo dell’Alto Adige, il bilinguismo sociale de jure in
realtà non corrisponde minimamente al bilinguismo individuale o bilinguismo de facto,
riguarda semplicemente come si decide che dei gruppi etnico linguistici si spartiscono il potere
e il territorio, punto e fine. Va benissimo anche questo perchè non sembra ci fossero molte
altre possibilità al momento in cui è stato approvato l’ultimo statuto per l’autonomia nel 1972,
che è quello De Gasperi - Gruber, nel quale si è definito in modo definitivo tutta questa
regolamentazione delle lingue e dei gruppi e della convivenza dei gruppi etnico linguistico.
Voi sapete che alla base dell’autonomia e del così detto bilinguismo dell’Alto Adige c’è la
questione della scuola che, come sempre nei contesti di minoranza, la scuola è il luogo
centrale, dove anche l’ideologia, positiva o negativa, viene propagata e la scuola è lì dove la
lingua viene difesa. Allora visto che l’Alto Adige il problema della scuola e della scuola
tedesca era stato un grosso shock dal punto di vista culturale nell’epoca dell’annessione
all’Italia, soprattutto nel fascismo, è sulla scuola soprattutto che si è giocata la partita. Per cui
per difendere questa minoranza che era stata fortemente maltrattata in epoca poi molto recente,
si è arrivati ad una situazione che è incredibile della scuola, cioè nella provincia di Bolzano,
forse voi non lo sapete ve lo dico io adesso, ci sono tre tipi di scuole diverse: la scuola italiana,
la scuola tedesca e la scuola ladina. Solo la scuola ladina è davvero, paradossalmente,
bilingue, in realtà trilingue, ma è paritetica, cioè c’è l’insegnamento in italiano, in tedesco,
simile, forse, alla scuola in Val d’Aosta. La scuola italiana e quella tedesca sono due scuole
diverse, sono due sistemi scolastici paralleli, separati completamente, nei quali “è garantito
l’insegnamento nella lingua materna degli alunni, con insegnanti di lingua materna” – questo
concetto di lingua materna in Alto Adige è pazzesco, cioè, pur essendo un concetto discutibile,
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�difficile da definire, si vive parlando di lingua materna dalla mattina alla sera e, la seconda
cosa, che è anche molto interessante e che per una minoranza come la vostra possa parecchio
strano è che tutti e due i gruppi linguistici, cioè la così detta minoranza tedesca e sia la
maggioranza nazionale italiana, devono imparare l’altra lingua. Per cui c’è un certo numero di
ore obbligatorie di tedesco nella scuola italiana e di italiano nella scuola tedesca, cioè non solo
gli alloglotti, i tedeschi a dover imparare l’italiano, ma sono anche gli italiani a dover imparare
il tedesco. Tutto questo purtroppo con un grosso peso ideologico e politico, che fa sì che poi,
effettivamente, questo bilinguismo individuale sia ancora molto di là da venire, non per tutti,
in modo diverso ecc. ecc.
Un aspetto però interessante che non abbiamo ancora considerato è che in tutto questo
discorso ufficiale non si fa altro che parlare di italiano e di tedesco, ma qual è la vera realtà?
Quali sono se noi dovessimo compilare una griglia come quella che ho elaborato col collega,
che avete visto prima, la realtà dei fatti è un po’ diversa. Se voi prendete invece delle tabelle
basate non tanto sul censimento, ma questa è una rilevazione statistica fatta dall’Astat, che è la
sede locale dell’Istat, perchè tutto è locale, e sono dei questionari che non hanno valenza
politica, poi tutto lo ha, però insomma, servivano veramente, si chiamava “barometro
linguistico”, serviva un po’ per vedere la situazione linguistica e sociolinguistica dell’Alto
Adige, per cui le persone potevano rispondere anche più di una lingua e poi veniva chiesto che
lingue si usano nei diversi contesti.
La tabella che vi ho copiato è una tabella che è interessante perchè riguarda le lingue usate sul
luogo di lavoro, che sarebbe anche un contesto formale, ma dove anche c’è l’informalità, dove
anche la gente poi parla eccetera. Ecco come vedete, in Alto Adige è così, tutto viene fatto due
volte, per cui voi, se non sapete il tedesco, guardate a destra, dove dividiamo la popolazione in
sesso, età, gruppo linguistico, cioè rispetto a quanto tu dichiari come gruppo linguistico e zona
di abitazione.
Allora, quali sono le lingue davvero parlate, sul luogo di lavoro, in un qualsiasi ufficio,
poniamo, negozio, fabbrica di Bolzano? L’italiano per il 75% e il dialetto tedesco per il 75%.
Quindi sono le due lingue di fatto parlate a Bolzano e in Alto Adige. Il tedesco, molto tutelato,
scende a un 54%, il dialetto italiano, come possiamo immaginare, però un rilevante 7,6%,
considerando che gli italiani sono pochissimi e a Bolzano si dice che non esistano i dialetti; il
ladino, ancora peggio, 4,5% e un bel 12,5% di inglese, che può essere perchè, se chiedono
anche a me che lingua parlo sul lavoro, mi può capitare di usare l’inglese, se devo fare una
telefonata con un collega.
Andiamo a vedere un po’ più nel dettaglio: se andiamo a prendere il gruppo linguistico
tedescofono cioè quelli che si identificano, quando si chiede “qual’è la tua lingua madre?”,
rispondono il tedesco, al 90% sul lavoro usa il dialetto, cioè usa una varietà di bavarese, che
non è tutelata per legge peraltro, perchè non c’è nessun interesse dal punto di vista politico di
tutelare il dialetto bavarese, però usa questa lingua e al 68,6%, sempre di tedeschi, usa
l’italiano. Quindi, di fatto, quello che non si può tanto dire, in Alto Adige c’è quasi una
situazione di dilalia, o di diglossia di fatto, con italiano e dialetto tedesco, sono le due lingue,
in realtà, in Alto Adige, per muoversi, conoscere persone, essere nella società bisogna
conoscere l’italiano e il dialetto tedesco. Il tedesco tutto sommato non è che sia poi così
importante. E possiamo vedere come questa tendenza, in realtà, continua ad esistere, se vedete,
è aumentata; lì avete le fasce di età, più di sessanta, 40-59, 19-39, potete vedere una cosa
abbastanza interessante, come l’uso dell’italiano sia di fatto aumentato nelle generazioni più
giovani, il classico bolzanino relativamente giovane passa abbastanza, se è del gruppo tedesco
soprattutto, passa abbastanza velocemente dal dialetto tedesco all’italiano. Sono quelle le due
lingue che contano poi nella comunicazione quotidiana seppure siano fuori dal discorso
pubblico, questo è una realtà che è diversa, è il de facto e non è il de jure che dicevamo prima.

Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�Possiamo vedere un altro caso studio. La ricerca invece fatta su scala più bassa è questa,
semplicemente ve la faccio vedere come esempio di cose che si possono fare nella scuola,
anche in contesti molto diversi. Era un gruppo di ricerca che lavorava in realtà sulle lingue
immigrate a Bolzano, nella città di Bolzano e ci interessava sapere quanto fosse diffuso il
plurilinguismo tra i ragazzi, gli studenti, abbiamo scelto una scuola volutamente con molti
immigrati, un istituto professionale, di lingua italiana, quindi una delle scuole del gruppo
italiano, diciamo così e una delle domande abbastanza interessanti che avevamo fatto
all’inizio, in realtà l’aveva proposta una mia collaboratrice, era quella non tanto di chiedere c’era anche la domanda su qual è la tua lingua madre? Qual è la lingua del tuo paese
d’origine? – ma in realtà lo studente, il ragazzo doveva schematizzare una forma di biografia
linguistica. Questo è molto utile per far sì che le persone, anche i ragazzi, anche i ragazzi in
una scuola professionale riflettano sul proprio plurilinguismo, molti non sono consapevoli di
sapere tante lingue, li incentivavamo a dire “più ne sai più sei bravo”, in qualche modo, per cui
si era fatto uno schemino, dove si vedeva la storia del ragazzo, da bebé fino ai vent’anni,
diciamo e si chiedeva al ragazzo semplicemente di scrivere il nome della lingua di fianco e poi
di riempire con la biro il segmento interessato. Cioè, quello l’aveva fatto la ragazza che
lavorava con me su se stessa, lei era bergamasca, per cui il dialetto bergamasco dagli zero ai
vent’anni e così via.
Alcune lingue nella vita si perdono, come dicevamo prima, alcune lingue si imparano più tardi
e poi ce le portiamo avanti, altre iniziano con la nascita, ecc. ecc. E così avevamo fatto. Non
entriamo assolutamente in questa tabella, qui tra l’altro, sono molte meno di quelle che sono
venute fuori, perchè un lavoro di questo tipo stimola il plurilinguismo, per cui i ragazzi spesso
vengono visti appunto come la ragazza albanese, quindi parla l’albanese, la ragazza macedone,
quindi parla macedone, ma non è vero è della minoranza albanese della Macedonia e in più sa
anche un po’ di turco ecc. ecc. Questo è molto interessante, perchè si scoprono possibilità, si
scopre che l’inglese è diffuso, perchè ci sono tantissimi ragazzi asiatici, ad esempio, del sub
continente indiano, che poi usano di fatto l’inglese fra di loro. Si scopre, come si può
immaginare, che l’arabo è molto diffuso in modi diversi, si scopre che ci sono delle lingue che
sono molto percepite dagli studenti in generale, ma che in realtà non parla nessuno, perchè si
immagina, ad esempio il pakistano non esiste, però in venti ci hanno detto che si sente
tantissimo il pakistano. Ci sono delle lingue che si sentono molto, semplicemente perchè sono
molto rumorose, come può essere l’arabo, come può essere anche l’albanese, i ragazzi sono
molto aggressivi, parlano a voce alta eccetera. Di fatto sono pochi in classe, però sembra che
siano tantissimi e così via. I cinesi nessuno li sente, nessuno li vede, per cui non ci sono. Cose
di questo tipo permettono in qualche modo di riflettere sul plurilinguismo da punti di vista
diversi e, soprattutto, stimolano la pluralità, non ognuno legato alla sua lingua, ma ognuno
legato ad ampi repertori, che possono essere anche in sovrapposizione l’uno con l’altro.
Io credo che queste cose qui non potremo vederle, tutto quello che abbiamo visto fino ad
adesso era plurilinguismo de jure e de facto possiamo chiamare, nelle dichiarazioni degli usi,
cioè “che lingue parli? Che lingue hai imparato?”, “che lingue usi, che lingue si usano da te in
famiglia? Sul territorio?, “che lingue vedo io attorno?”.
Un’altra cosa è andare a guardare come effettivamente la gente parla e cosa succede di questo
bilinguismo che esiste sul territorio, ma a seconda di com’è il bilinguismo sul territorio, nei
segmenti, nel nostro parlato, succedono cose abbastanza diverse, per cui il tedesco e l’italiano
in Alto Adige, o meglio, il dialetto tedesco non si sente mai di fatto, se non qualche italiano
che se l’è studiato, però, di fatto, nel parlato dell’Alto Adige si sente il dialetto tedesco, con
dentro tanto o poco italiano, a seconda della situazione, abbastanza poco in questi esempi,
dove soprattutto l’italiano entra fuori dalla frase stessa, tendenzialmente molte bestemmie,
molta, quelle che si chiamavano una volta, le parolacce, le bestemmie le ho tolte per rispetto al
luogo, le parolacce ne ho lasciata qualcuna.

Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�Più si scende nel territorio e andiamo nella direzione verso il confine col Trentino, dove
effettivamente ci sono molti parlanti che sono effettivamente bilingui italiano, tedesco e
soprattutto dialetto tedesco, dialetto trentino, italiano e tedesco in parte, abbiamo dei fenomeni
più vicini al transfer di cui parlava la collega e più vicini alla trasformazione della lingua, che
non nel resto. Per cui se prima lo studente usava questa espressione alla fine della frase, ma in
realtà il suo italiano era limitato a poco più di quello, abbiamo casi di famiglie bilingui vere e
proprie dove “basta iest” “adesso basta” “volt, aspetta aspetta papi”, cioè “volt” vuol dire
aspetta e poi lo ridice in italiano, penso che anche molti di voi si riconoscano anche in questi
usi. Addirittura a Bronzolo, dove il tedesco è quasi come a Rimella, è totalmente legato
all’italiano, per cui addirittura nelle congiunzioni, vengono utilizzate frequentemente nel
parlare tedesco, per cui abbiamo “perchè” inserito all’interno della frase, fino ad arrivare ai
casi pazzeschi dei walser, dove, appunto, come dicevamo prima, è impossibile anche dire qual
è la lingua della comunicazione.
Chiudo forse con l’esempio della Val d’Aosta, in un racconto di un anziano, probabilmente lui
si definirebbe ufficialmente un walser di Issime, per concludere un aneddoto della sua infanzia
“Voila il nonno ist disparù”, per cui lui gli ha chiesto “ma che lingua stai parlando?” “il
tedesco”.
Con questo concludiamo, forse, queste sono più adatte per la discussione dopo...
Per concludere questa piccola chiaccherata e visto che mi era stato detto che bisognava dare
degli input anche forse a chi è nella scuola o chi opera sul territorio, quello che mi sembra di
poter dire qui, o anche in altri contesti analoghi a questo, cercare di conoscere di più, cioè è
fondamentale prima di agire, conoscere, cercare di studiare e conoscere il territorio, sembra
una banalità, ma come sa anche Matteo spesso non è così. Lo sviluppo di una consapevolezza
linguistica e sociolinguistica, secondo me, è un compito dell’educazione sociolinguistica
generale, nelle aree minoritarie, ma anche nel resto del territorio nazionale. L’esperienza che
abbiamo fatto in quella scuola professionale di Bolzano dove c’erano studenti, veramente sono
gli ultimi, quelli bocciati in qualsiasi altra scuola, persone che vengono da tutto il mondo, quel
tipo di lavoro che abbiamo fatto li ha stimolati tantissimo e hanno imparato a riflettere sulla
loro esperienza personale e sull’esperienza della micro comunità che si crea, dandogli anche
un po’ più forza.
Per cui tante attività che si possono fare con i ragazzi a scuola, sono quelle di osservazione, ad
esempio osservare il paesaggio linguistico, che possono essere le scritte, i cartelli, come vi ho
fatto vedere prima, è molto semplice, ma anche osservare, nel senso di ascoltare, osservare con
le orecchie, capire quali sono le lingue che si sentono, senza pregiudizi, se si sente l’albanese
più del ladino, diciamolo, non succede niente di male. Riflettere sulla propria biografia
linguistica, quindi autoriflessione, che è sempre un momento importante, uno riflette su tante
esperienze proprie, può riflettere anche sull’esperienza linguistica, qual è la prima lingua che
ho imparato, poi cos’ho imparato dopo, ne ho dimenticata qualcuna eccetera, confrontare le
esperienze con gli altri e in qualche modo imparare, allenarsi a descrivere gli oggetti
linguistici. Gli oggetti linguistici possono essere i cartelli, ma possono essere anche dei piccoli
pezzettini di trascrizione, piccolissimi anche, sui quali possiamo ragionare e renderci conto
che questi usano perchè, questi altri usano... e così via.

Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�Tavola rotonda
Matteo Rivoira
Ora gli organizzatori del convegno hanno previsto un dibattito strutturato. Una tavola “rotonda
rettangolare”, in cui è previsto che chi muoverà i primi stimoli del dibattito venga qui e ponga
le sue domande alla professoresse.
L’idea è che l’argomento sia particolarmente rilevante dal punto di vista di chi maggiormente
è attivo sul territorio - perchè è vero che da dieci anni c’è la legge 482 e si portano avanti dei
progetti, ma la legge 482 ha delle rigidità che tutti conosciamo e spesso obbliga a mettere in
piedi dei progetti che poco o nulla hanno a che vedere con la realtà, o comunque non vi
aderiscono perfettamente. Però, ci sono delle persone che da più lungo tempo agiscono sul
territorio in azioni di promozione linguistica o culturale: sono questi, soprattutto i maestri e le
maestre che lavorano nelle valli, che hanno a che fare con questi aspetti.
Quindi a loro abbiamo chiesto di iniziare con delle domande e magari con un racconto delle
loro esperienze. Io vi chiederei di presentarvi e spiegare un po’ dove avete lavorato, che cosa
avete fatto.
Silvana Marchetti (insegnante all’Istituto Gouthier di Perosa Argentina)
È difficile intervenire, perchè in realtà quello che noi abbiamo fatto nelle scuole, partendo
appunto dalla legge 482, che ci ha dato di fatto il de jure, cioè il fatto di dire “adesso si può
insegnare una lingua minoritaria perchè è riconosciuta”, “possiamo metterla nel nostro
curriculum, lo possiamo fare nelle ore curricolari” e non più dopo o in orari strani, e quindi,
giuridicamente, è una lingua – io parlo dell’occitano, del patouà - che possiamo insegnare a
scuola, però come? Cioè, che lingua è, come si può insegnare?
Quando noi, dieci anni fa, ci siamo trovati come gruppo - io parlo dell’Istituto Gouthier, che
copre la val Germanasca e la val Chisone – e noi abbiamo fatto un gruppo di lavoro per vedere
che cosa proporre e ci siamo scontrati subito sul che fare. C’era qualcuno che diceva “si
insegna come una lingua straniera”, perchè non tutti lo parlano, “si fa ricerca storicogeografica sul territorio”, “si fanno ricerche linguistiche sui proverbi” eccetera. Cioè, ognuno
si poteva inventare un po’ quel che voleva e fare progetti anche molto diversi. Però in realtà,
poi, alla fine, dopo dieci anni, dire che cosa possiamo fare con una lingua minoritaria nella
scuola primaria - perchè noi parliamo di scuola primaria - risulta molto diversificato e forse
anche molto difficile, alla fine, da quantificare.
Cioè, quello che ci avete raccontato, se posso dirlo, non c’entra niente con quello che noi
facciamo a scuola, perchè la teoria è una cosa e poi la pratica è un’altra e come ognuno di noi
si sbroglia poi a fare qualcosa è molto diverso e non sappiamo neanche se facciamo bene o
male, perchè sbagliamo a presentarla come seconda lingua e quindi a insegnarla come si
insegna, per esempio, il francese o l’inglese o il cinese, che ne so. Oppure è giusto?
Per esempio ecco, questa è la prima domanda che vorrei porre.
Sandra Pasquet (insegnante in Val Pellice)
Io ho fatto l’insegnante in Val Pellice per tutta la mia carriera e forse la situazione della Val
Pellice è un po’ diversa, perchè la presenza del francese è stata forte, quindi, in realtà il
francese c’è stato prima della 482; l’occitano, la tutela dell’occitano è stata poi una cosa
successiva. E sul francese questo territorio aveva pensato ad una tutela maggiore nel
dopoguerra, i comuni si erano attivati. Quando io ero bambina il francese si faceva due volte la
settimana, era una scelta fatta. Dopo di che, con i tempi pieni, lo si è introdotto, perchè c’erano
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�le competenze; mi riallaccerei qui a quello che ha detto Silvana, cioè è tutto molto legato alle
disponibilità degli insegnanti.
Allora – e lo è stato anche nel tempo - tu sai il francese? Tu sai il patouà? Allora quest’anno si
fa lì. Sì, però io lo voglio fare, tu non lo vuoi fare...Insomma è tutto molto molto legato. Sul
francese, in particolare, che aveva come minimo una cosa un pochino più strutturata, per cui
era previsto per questi territori di avere la tutela, cioè l’insegnamento del francese come
seconda lingua accanto all’italiano ecc. ecc., si era partiti abbastanza bene, si erano coperte
abbastanza le valli e si faceva il francese come seconda lingua, in qualche caso si era vista una
coabitazione di francese ed inglese - che tutto sommato, non pareva dare esiti così terribili, e
non so, chiedo alla psicolinguista se questo era così terribile come qualcuno ha voluto dirci.
Comunque, con Moratti e Gelmini, tutto è andato a carte quarantotto, perchè “l’inglese per
tutti”, di fatto, non si è tradotto in un inglese per tutti, perchè un anno c’è inglese, un anno c’è
l’insegnante, un altro anno te lo taglio, l’anno dopo non c’è più, confusione totale. Fatto sta
che si sono persi i distacchi di questi insegnanti, quindi a noi ne era rimasta una... Per
esemplificare, che forse rende l’idea, in Val Pellice, a Luserna, c’erano due persone distaccate
per l’insegnamento – parlo della scuola primaria – per l’insegnamento del francese, uno è stato
tolto. L’anno scorso si era recuperato un posto dato dall’ufficio scolastico, l’ufficio scolastico
aveva ridato questo posto, dicendo “questo posto verrà comunque ridato”, questa persona dice
“benissimo, lo faccio”. Ad agosto “a no non c’è più il posto”, cioé, comunicata la disponibilità
di questa persona, non c’è più il posto. Questa persona torna sulla classe, facciamo l’orario,
questa va su questa classe e la settimana scorsa arriva la comunicazione che il posto c’è di
nuovo, la tizia ritorna a fare l’inserimento. Questa per caso ci sta, la mia collega che era una
che insegnava il francese diceva “meno male che io non ho fatto questa scelta”, altrimenti fai il
via vai.
Dopo di che, questo vuol dire che se noi pensiamo di tutelare una lingua, o lo si fa come vien
fatto in Alto Adige, in modo strutturato, serio, per cui c’è una continuità, oppure veramente è
tutto molto lasciato così... Allora io faccio un po’ di occitano nella mia classe, faccio francese
perchè lo so, però in una situazione di estrema confusione. Il francese, per esempio, che era la
lingua tutelata, l’occitano non lo era mai stato, sino agli anni settanta, tutto sommato, forse,
non c’era tutta questa necessità di tutelarlo, perchè di fatto ancora abbastanza diffuso nei paesi
montani, l’emergenza è venuta fuori in questi ultimi trenta-quarant’anni, però non ce
l’avevamo come insegnamento, si trattava di qualcosa di nuovo. E lì appunto si può pensare
sul come perchè eccetera.
Il francese che invece c’era, è scomparso e sta scomparendo del tutto.
Mauro Martin (ex-insegnante a Finestrelle)
Io ho insegnato per trentanove anni nella scuola elementare e negli ultimi venticinque a
Fenestrelle. Ho conseguito l’abilitazione di insegnare il francese nel 1992 e, operando in una
pluriclasse, abbiamo sempre svolto il nostro insegnamento a vantaggio di tutto il plesso, nel
senso che se io dovevo fare tre ore di francese nella mia classe, non facevo tre ore di francese
nella mia classe, ma due nella mia e due nella classe delle colleghe, rimettendoci ancora,
perchè essendo insegnanti specializzati, qual era il risvolto della medaglia? Che oltre al tuo
programma, alle tue materie, dovevi aggiungere il francese, non avevi un vantaggio, ma
semmai uno svantaggio di dover sottrarre delle ore per la lingua italiana, la storia - io ho
sempre fatto italiano e storia nel corso della mia carriera, quasi sempre - per inserire questo
insegnamento del francese.
Comunque, le cose hanno funzionato per un certo periodo di tempo nel nostro istituto in modo
abbastanza buono, perchè c’era un certo numero, c’erano due specialisti che operavano fissi,
uno su Perosa e uno che girava per le Valli e poi c’erano diversi insegnanti specializzati che
facevano l’insegnamento del francese nella propria classe almeno o, come nel mio caso, a
vantaggio di tutto il plesso e questo ha funzionato abbastanza bene.
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�Per quanto riguarda l’occitano la situazione di Fenestrelle è sempre stata molto particolare.
Fenestrelle capoluogo, in particolare, è un centro dove l’occitano è estinto da almeno
cinquanta anni, tranne due o tre persone anziane che abitano nei quartieri di Champs, cioè “la
Repubblica”, oppure è parlato da quelli che, scesi dalle frazioni, come Puy, Pequerel, io che
sono sceso da un’altra frazione su Mentoulles, hanno conservato questa tradizione di lingua
occitana, perchè per noi l’occitano è stata la nostra lingua materna, l’italiano abbiamo
incominciato ad impararlo dalla scuola elementare con pochissime occasioni di praticarlo
prima, quindi la nostra lingua materna è proprio l’occitano e basta.
Ora i miei interventi, quando ho dovuto insegnare per fare l’occitano a scuola a Fenestrelle,
dove non trovavo un bambino che conoscesse, che sapesse parlare la lingua occitana, ma tutti
avevano sentito di qualcuno che ancora conosceva qualche parola di occitano, che cosa
dovevo fare? Cercare di fargli prendere coscienza che l’occitano era stato un momento della
loro storia e che faceva parte comunque del loro patrimonio culturale, perchè anche se non
sapevano più parlare l’occitano in modo fluente a livello colloquiale, potevano riscoprirne dei
termini, attraverso gli oggetti del lavoro, la cultura che avevano alle spalle, la cultura materiale
dei nonni e delle famiglie.
Un altro modo molto semplice per fare entrare un elemento di occitano è di infilargli una
canzoncina, fargliela imparare e qualche cosa rimane, perchè queste cose rimangono. Anche il
francese, se si impara attraverso un canto, una filastrocca e viene praticato e ripetuto, serve
molto di più di tante altre cose.
Ora, dopo che sono andato in pensione, ho continuato a fare degli interventi con la legge 482,
in base al contributo che viene erogato alla scuola, ancora sempre su Fenestrelle. Qual è il
problema? Che all’inizio dell’anno i miei colleghi mi dicono “guarda che quest’anno ci devi
fare francese, ci sono sei ore”, va bene, incominciamo a fare queste sei ore, poi a metà anno
“sono saltate fuori altre sei-otto ore”, cioè una programmazione seria, che abbia un senso non
si riesce a mettere in campo.
Quello che rincresce è che, effettivamente, un’occasione per praticare un po’ di
plurilinguismo, chiamiamolo così, sta andando sempre più persa, anche se di fatto, i bambini
continuano ad essere più plurilinguisti di quanto noi immaginiamo, in quanto noi cerchiamo
invece di renderli monolinguisti, ma in realtà non lo sono così tanto.
Sandra Pasquet
Rifacendosi al lavoro che è stato fatto nella scuola professionale di Bolzano, era una
riflessione che era stata fatta anche da mie colleghe, per cui tu facevi attività in occitano, in
realtà servivano per lo più ai bambini rumeni. No, non è un paradosso, per lo meno da un
punto di vista linguistico evidentemente no, e io l’ho poi sperimentato con una bambina cinese
per esempio. Il fatto di fare qualcosa in occitano, più ancora che il francese, faceva sentire che
la diversità di una lingua non è un problema, cioè l’avere un’altra lingua può essere un
elemento di fierezza o comunque di dignità e quindi anche la tua lingua materna ha una dignità
e questo mi pare sia importante e pare sia un paradosso però la tocchiamo con mano sempre.
Un altro problema credo che siano un po’ le resistenze che hanno a volte i nostri colleghi: “se
facciamo francese e occitano, quando mi rimane il tempo per fare italiano?”.
Oppure la resistenza forte è anche quella “eh ma non riesce a parlar bene italiano, cosa gli
vado a fare ancora un’altra lingua?”.
Quando invece, forse, non è proprio così disturbante, così problematico, avere una seconda
lingua anche per chi ha delle difficoltà.
Elena Breusa (ex-insegnante in Val Germanasca)
Posso intervenire? Finora abbiamo fatto parlare gli insegnanti, ci sono anche i genitori, ci sono
le comunità. A Bardonecchia c’è un particolare tipo di problema, a Prali invece c’è il problema
opposto, nel senso che a Prali si parla ancora il patouà, i bambini parlano il patouà e quindi
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�non lo devono imparare a scuola, quindi l’insegnamento del patouà non serve. Il paradosso è
questo, c’è una ricchezza e la lasciamo andare a perdere, tanto noi il patouà lo conosciamo già.
Questo è secondo me l’elemento su cui bisogna puntare, capire che c’è una ricchezza che si va
perdendo perchè noi non la sappiamo cogliere.
Matteo Rivoira
Mi rendo conto che, in realtà, i problemi sono quelli di sempre e anzi semmai peggiorano.
Sarebbe interessante approfondire anche l’aspetto della differenza tra le due situazioni, quella
del francese e dell’occitano, cosa c’è dietro è abbastanza evidente, da un lato una lingua che
sai già che devi insegnare come lingua straniera, anche a quelli che magari già la parlano, con
la sua norma, la sua codifica; sull’occitano invece è tutto un po’ da creare, da inventarsi, c’è
più spazio per la fantasia. Secondo me questa differenza non dovrebbe esser percepita in modo
troppo problematico, perchè alla fine ha un riscontro negli usi reali della lingua.
Vi lascerei intanto reagire, poi apriamo a domande dal pubblico.
Daniela Calleri
Dunque, inizio io, ma credo che forse abbia più cose da dire Silvia Dal Negro.
Certi problemi sono squisitamente scolastici, su questo purtroppo abbiamo poco da dire, tanto
ci arrivano dall’alto... Da un lato forse bisognerebbe tenere un pochino separate due cose. Una
conoscenza della lingua di tipo metalinguistico, cioè osservazioni sulla lingua che già si sa; ma
in ogni modo bisognerebbe partire, mi sembra, proprio da quello che diceva lei, cioè dalla
conoscenza esatta del territorio, perchè appunto, giustamente - la signora diceva - ci sono
situazioni in cui il patouà non è parlato, non è presente e allora si opera in un certo modo.
Altre situazioni, come quella di Prali, in cui invece il patouà è presente e si opera in un altro
modo. E non si può dire “si insegna il patouà”: dipende dalle situazioni. Insegnarlo come
lingua seconda ha del tutto senso? Ha senso? Cosa rimarrà? Invece laddove naturalmente è
presente nella comunità, allora l’insegnamento può essere simile a quello dell’italiano, cioè
una conoscenza di tipo metalinguistico, l’italiano non lo insegnate mica no? lo sanno. Il
patouà, dove lo sanno, si fa lo stesso tipo di lavoro.
Forse il problema che bisognerebbe porsi, e a Torino se ne è parlato - la situazione di Torino
credo che la sappiate, pochissimi parlano, dei bambini poi, nessuno, parla il piemontese insegnare il piemontese che senso ha? (l’insegnamento del piemontese come lingua seconda).
Al di là del fatto che, quale piemontese? E forse questo si riproduce in quale patouà? Non è
mica tutto lo stesso immagino, è tutto diverso. Quindi, credo che bisognerebbe partire
dall’analisi delle situazioni, della zona, ma proprio del comune, se non addirittura della
borgata e poi decidere che cosa fare di fronte ad una certa situazione.
Silvia Dal Negro
Una cosa che mi è venuta in mente, rispondo all’ultima che ha detto lei, rispetto ai cinesi e ai
rumeni: prima per la velocità non ho detto una cosa che, però, è abbastanza interessante. A
fronte di tutti questi ragazzini immigrati con genitori plurilingui e, in certi casi, problemi
complessissimi, è stato interessante che è venuta fuori un’enorme dialettofonia italiana.
Perchè? Questi ragazzini italiani, in forma ormai minoritaria in questa scuola, tutti, a questo
punto, dicevano di sapere almeno un dialetto, tutti. Per cui è stato abbastanza interessante,
dicevo “ma come?”, noi sembravamo gli unici sciocchini che sapevamo solo l’italiano! E’
stato interessante perchè si è creata come una sorta di ruota positiva, per cui va bene, chi ne sa
di più ancora meglio.
Sul fatto “o si fa come strutturato come in Alto Adige o non si salva niente”, attenzione,
perchè anche la situazione dell’Alto Adige, che ha un sacco di difetti, mi sembra di averli
abbastanza espressi, comunque lì perchè è una cosa ben diversa. Lì si può fare perchè c’è una
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�comunità maggioritaria che è tedescofona, peraltro è dialettofona, ma tedescofona, che ha
chiesto a gran voce - la comunità, non l’insegnante, il provveditorato eccetera - è la comunità
che dice “adesso sono andati via i fascisti – per modo di dire - e vogliamo la nostra scuola
tedesca e gli italiani non li vogliamo”. Quindi è una questione, se vogliamo è un effetto della
conoscenza approfondita della comunità e di una scelta politica. Non so quanti siano disposti
di dire “qua vogliamo una scuola occitana nella quale si fanno tre ore la settimana di italiano”,
credo che non nessuno la voglia una situazione del genere.
Sulla questione invece che è molto interessante, io non sono insegnante a scuola, quindi di
fronte a quello che dite voi noi rimaniamo a bocca aperta, però a buon senso, mi sembra che
l’insegnante di occitano o di walser o di qualsiasi altra lingua di minoranza, è molto più
fortunato, paradossalmente, dell’insegnante di italiano o di inglese o di francese, perchè in
qualche modo non ha quella responsabilità che, alla fine, la scuola primaria, se il bambino
scrive ancora con un sacco di errori di ortografia, non ha imparato ad esprimersi bene eccetera,
in una lingua standard, in particolare l’italiano, si trova le ire di tutti e in più ha anche una
responsabilità, diciamo, civile, “io cosa ho fatto in questi anni, sono una bestia, perchè ho fatto
cilecca su delle persone che ora sono nel mondo, cosa faranno?”.
Invece poter lavorare con una lingua di minoranza ci dà, volendo, molta più libertà e mi
ricollegherei a quello che ha detto Daniela Calleri - la riflessione linguistica sulla lingua o
sulla situazione nei casi in cui non c’è nulla e quindi sulla situazione, sui ricordi, ma anche
dove c’è la lingua, la riflessione sulla lingua. È un esercizio interessantissimo, che fa bene fra
l’altro all’italiano, al francese, a tutto il resto, lo sappiamo benissimo. Soltanto se si tira fuori
una sola riga di una canzona, una riga di un proverbio oppure una riga da un’intervista con un
nonno qualsiasi e si riflette e si guarda, ma banalmente lo faccio a lezione con gli studenti
universitari del primo anno, su un dialetto qualsiasi – Dici: “bene come dici nel tuo dialetto
“piove”?” “i pieuv”, in italiano dico “piove”, allora lì si apre tutta questa enorme differenza sul
fatto che, in italiano, un verbo come piovere non vuole il soggetto, invece in trentino o in
lombardo sì. Caspita, lì è una lezione di grammatica italiana, ma si parte dall’esempio del
dialetto e questo si può fare, volendo... Certo è difficile, ma è riflessione sulla lingua, e questo
lo può fare il bambino cinese, lo può fare il bambino che non conosce più l’occitano, a
maggior ragione lo può fare il bambino che sa l’occitano, forse. La riflessione sulla lingua è
che poi non c’è l’obbligo che poi devi uscire e fare il Cambridge Certificate in inglese o simili.
Cristina Chioni (Sportello linguistico Comunità Montana del Pinerolese)
Se non ci sono delle domande comincerei a farvene una io. Credo che sia fondamentale la
riflessione sulla lingua, l’indagine sociolinguistica ecc. Il problema, rispetto per esempio ai
fondi della legge 482, è che non vengono finanziate le ricerche, o quantomeno non è quella
l’ottica, mentre sarebbe proprio uno strumento che dovrebbe essere alla base per poi poter
costruire una programmazione sensata, efficace ed efficiente. Da dove trovare dei fondi?
Daniela Calleri
Riguardo a Torino soldi non ce ne sono più per l’università, quindi non c’è problema. La
ricerca è praticamente sparita, forse qui è un po’ diverso.
Silvia Dal Negro
La ricerca che si può fare a scuola, non richiede fondi rilevanti.
Daniela Calleri
Si tratta di due casi differenti: una ricerca universitaria richiede dei fondi, una ricerca fatta
invece rispetto alla classe, ai bambini della classe, si può fare senza grossi fondi.
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�Cristina Chioni
Io sto però pensando non tanto all’ambito scolastico, ma a quello di una intera comunità. Io
lavoro per lo Sportello linguistico della Comunità Montana del Pinerolese, quindi si tratta di
una programmazione a livello di interventi di tutela, di promozione, un po’ più ad ampio
spettro. Non si tratta quindi solo di una ricerca, di un lavoro a livello scolastico.
Silvia Dal Negro
Questo tipo di ricerche, anche ad ampio raggio, non è costosissimo, non voglio essere
contraddittoria: se parti dall’attività dello Sportello, ci si può rivolgere a questo tipo di
ricerche, che possono rientrare anche nella normale attività.
Cristina Chioni
Il problema è che non sono proprio finanziate dalla 482, che è la legge che ci permette di
esistere.
Matteo Rivoira
Qua c’è un paradosso, nel senso che, come non si possono finanziare i convegni di studio sui
capitoli della 482, così non si possono finanziare indagini conoscitive, perchè ad un certo
punto la situazione si da per assodata, allora l’attività invece prevista dalla legge è, invece, per
esempio, la traduzione degli atti della burocrazia dell’amministrazione. Quell’attività lì è
chiaramente un’attività di rilevanza simbolica, bassissima peraltro, perchè poco o nulla visibile
e tu non puoi rendicontare all’interno di un progetto, che vive della logica dei progetti, quindi
dove è presente la voce “rendiconto”, tu non puoi rendicontare l’attività di ricerca, da un lato.
Dall’altro lato è vero che in Piemonte, forse rispetto ad altre situazioni, viviamo in un contesto
in cui l’Università ha appoggiato una ricerca importante, che è stata quella condotta dall’IRES,
capitanata dal professor Telmon e da Consuelo Ferrier, che però è rimasta l’unico esempio,
questa ricerca, su tutto il Piemonte, condotta, anche lì, con i mezzi che erano, che comunque
erano quelli che erano, per cui nella scelta del campione vi sono stati dei limiti, ma è l’unica
inchiesta che è stata fatta nelle aree di minoranza e adesso risale al 2006. Però non è partito un
osservatorio, per esempio, della lingua. A livello universitario ci sono dei colleghi vostri che
“incidentalmente” si occupano per i cavoli loro, nel senso per le loro piste di ricerca, ma non
esiste un istituto che ha come programma il monitoraggio di una realtà e che, secondo me,
sarebbe un’attività di altissimo valore civile, perchè il problema, qual è? Che in questo
contesto e voi magari, gli insegnanti più - conosco le vostre attività - seri e attenti si pongono
tutta una serie di problemi e evitano le azioni inutili, ma conoscete meglio di me scuole dove
sono stati prodotti materiali di nessuna rilevanza, di nessuna utilità, che però erano tutti
colorati, hanno speso un sacco di soldi e allora, dal mio punto di vista, manca anche un modo
di controllare, di monitorare, ma anche di dare consigli e eventualmente censurare iniziative
negative. Il problema è che si è invischiati in un giogo tale per cui ci sono le associazioni
locali che si spacciano per rappresentanti delle minoranze linguistiche quando magari non
hanno poco o nessun contatto col territorio, qua la situazione per fortuna è diversa, ma penso a
vallate di Cuneo. Ci sono soldi che arrivano, vengono investiti non si sa bene come, gli enti,
Regione e Provincia, cercano di accontentare l’associazionismo, l’università un po’ ci sta
dentro, ma di più se ne lava le mani, ma anche per quello che diceva prima, cioè figuriamoci,
ti tagliano i fondi sulla ricerca, figuriamoci la ricerca in ambito linguistico e dialettologico, per
carità siamo i primi ad essere tagliati. Però è anche vero che la Regione, fino ad adesso, ha
finanziato in modo forte le ricerche dialettologiche, non si può dire che la Regione non
investe, ma non ha un controllo. Dall’altro lato, in più, secondo me, c’è che a livello di
formazione degli insegnanti, un tempo che è ancora breve. Dieci anni di legge, poi magari
avete iniziato prima, ma servono a sperimentare delle cose e se prima ancora di dieci anni, non
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�solo non ti danno la possibilità di aumentare, crescere, ma ti tolgono anche quello che magari
avevi, penso al francese nelle valli Chisone e Germanasca, che era una realtà, io mi ricordo
alle elementari si faceva francese comunque e figuriamoci, se tolgono quello, è chiaro che gli
interventi sul patouà saranno ancora meno, ancora più lasciati allo spontaneismo, che tanto
spesso va bene, tante volte va male.
Silvana Marchetti
Sì, però io vorrei soltanto aggiungere una cosa. Il problema del bilinguismo o plurilinguismo,
cioè il problema di dire esiste una realtà in cui non c’è solo l’italiano, o il francese o l’inglese,
ma c’è questa lingua che è antica, che rimane, che è parlata, perchè, voglio dire, in Val
Germanasca forse, è una realtà un po’ diversa, ma veramente il patouà è parlato anche dai
bambini e sembra anche un pochettino in risalita. Io voglio sperare che questo sia anche un
risultato di quello che è stato fatto in dieci anni, in cui a scuola si è detto che parlare patouà
non è un peccato, anzi tutto quello che è stato detto che una lingua, due lingue materne o
comunque una lingua materna del territorio, poi l’italiano comunque si impara, perchè è
obbligatorio, è quasi automatico, ma se c’è l’altra sotto è una ricchezza, allora noi l’abbiamo
ripetuto fino alla nausea in questi dieci anni e anche prima, voglio dire. Magari ha dato dei
risultati e famiglie giovani che parlano patouà ai loro bambini ci sono. Il problema è che sono
meno gli insegnanti che hanno la preparazione, la competenza, che hanno le competenze per
poter parlare l’occitano come lingua madre.
Allora il problema è: finiti le insegnanti tipo io, lei... dopo di noi...? Insegnanti come noi, ce ne
sono, ce n’è qualcuno di giovane che parla bene il patouà, ma magari non fa l’insegnante e
allora salta fuori questo problema, cioè come si può mantenere l’insegnamento. Alla fine noi
ci siamo anche convinti che, se tu dai anche un valore alla lingua e lo insegni anche come
lingua, è un valore aggiunto e allora noi, alla fine, siamo anche riusciti a produrre un libro di
testo e si producono materiali eccetera, con l’idea che, comunque, se c’è già un materiale lo
può utilizzare anche chi forse non lo parla proprio benissimo, però si può partire di lì eccetera.
Il problema è trovare anche i sostituti e creare le persone plurilingui, che poi siano disponibili
ad insegnarlo, a trasmetterlo anche nella scuola, perchè nelle famiglie, penso, che la situazione
possa progredire da sola, nella scuola...
Elena Breusa
Vorrei dire una cosa riguardo alla mia esperienza di quando io, da bambina, andavo a scuola e
ho avuto la grande fortuna. Noi della Val Germanasca probabilmente abbiamo avuto degli
insegnanti che, oltre a conoscere il francese e l’italiano, conoscevano anche il patouà.
Pensando a quell’esperienza, quando nelle nostre classi si faceva il francese e si faceva il
patouà, io ricordo ancora una canzoncina che mi era stata insegnata in francese dalla mia
insegnante, in seconda elementare, e le maestre ci raccontavano le leggende in patouà. Quindi
allora si faceva scuola come si deve e non si chiedeva il permesso per portare fuori i bambini,
ma si prendevano i bambini e si portavano... adesso siamo troppo vincolati... Cioè devo
portare fuori i bambini a vedere l’arcobaleno e devo chiedere il permesso... Siamo in una terra
libera, dobbiamo toglierci queste catene... insegniamo il francese, il patouà, quello che
vogliamo, nel rispetto di tutti...
Daniela Calleri
Sembrerebbe che da un punto di vista generazionale ci sia stato un buco e che poi, invece,
qualcosa torni fuori. Oggi ci siete voi della vostra età, che conoscevate il patouà ecc., poi forse
quelli della generazione dopo, poco nulla, e poi forse qualcosa sta tornando...

Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�Sandra Pasquet
Ma forse bisognerebbe fare un discorso di altitudine, almeno per la Val Pellice. In val Pellice
dai 700 metri in su il patouà si è mantenuto, in bassa valle no.
Mauro Martin
In Val Chisone neppure, perchè ci sono stati altri fattori, di mobilità...
Daniela Calleri
Questo fatto generazionale... Avete, come lei diceva, mi sembra, dei risultati, no? Sembra che
dei risultati ci siano. Può darsi che un minimo ritorno indietro ci possa essere.
Matteo Rivoira
Io credo che già possa essere un risultato riuscire a tamponare, laddove la situazione locale lo
permette. Un’amministrazione come Bobbio Pellice, dove il patouà, se non è usato dai
bambini, lo sarà presto, perchè magari è la lingua che diventa la lingua dell’adolescenza. Prali,
per esempio, dove si possono veramente ancora fare dei discorsi diversi, questo sicuramente è
già un risultato.
In generale riuscire, aver riuscito, rispetto alla riflessione di Silvana, aver riuscito a cambiare,
aver la percezione, comunque, di aver cambiato, in qualche modo, la polarità
dell’atteggiamento rispetto a una lingua, secondo me, a fine carriera è un risultato, quando poi
verrà, tra chissà quanti anni. Secondo me, a fronte di una narrazione di una situazione tutto
sommato deprimente, come, per carità, viviamo in tempi in cui è tutto un po’ così, questo
risultato mi sembra un risultato positivo, non è che bisogna sempre per forza martellarsi le
dita, che è un atteggiamento di cui andiamo abbastanza fieri, oltre che praticarlo
costantemente. Ecco, in quel modo, l’ottimismo della volontà ha il suo spazio per muoversi e
per esempio questo libro che avete pubblicato è molto carino, molto bello.
Sandra Pasquet
Tra l’altro stanno venendo fuori altri materiali, recente questa cosa di mettersi in rete, le due
valli, per un finanziamento 482 per la produzione di materiali, sono arrivate cose molto belle a
Prarostino, a San Germano…
Tatiana Barolin (Sportello linguistico della Val Pellice)
Quello che forse è mancato in questi anni in cui ci si è arrabattati, per cui varrebbe la pena di
investire, è una formazione, diciamo, di chi deve operare su questa tutela, anche a livello
psicologico. Nel senso, io che devo tutelare questo dialetto, come posso pormi, mi pongo in
maniera diversa, perchè se devo tutelare il francese io mi posso basare su una lunga letteratura
scritta e orale, se io devo tutelare il dialetto, perchè adesso il patouà è un dialetto, per cui non
mi posso basare su una letteratura scritta, mi posso basare, diciamo, se un repertorio
abbastanza limitato. Io faccio l’esempio della Val Pellice dove si canta in francese, ma non si
canta in patouà.
Per cui io personalmente faccio dei laboratori dove canto delle canzoni, ho preso delle
musiche che i bambini conoscevano e le ho inventate. Però, anche li, uno può essere più
portato ad inventare una canzone, mentre un altro no. Le generazioni come me che, comunque,
si avvicinano a dei bambini che hanno una storia diversa, magari, dai bambini di quaranta anni
fa, per cui, come mi posso porre davanti a questi bambini che magari riscoprono, grazie ai
nonni, grazie ai genitori, ricominciano a parlare questo idioma, come psicologicamente posso
incuriosirli ad imparare questa lingua, tenendo presente che non posso usare gli schemi che
uso per l’italiano, l’inglese, la matematica?
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�Io ho fatto dei corsi per i bambini, ma mi baso proprio sull’inventiva, voglio dire, non tutti
siamo portati...
Sandra Pasquet
E poi Tatiana, quale patouà? C’è anche questa difficoltà enorme.
Tatiana Barolin
Infatti, quale variante?
Sandra Pasquet
Perchè io ho provato, la prima volta che sono andata a Bobbio, a parlar patouà, mi hanno
zittita subito e non se ne è parlato più!
Tatiana Barolin
E bisogna specificare quale versante, quello al sole o quello che non prende sole? Tutto un
altro paio di maniche.
Sandra Pasquet
Effettivamente io avessi dovuto fare qualcosa a Bobbio, sarebbe stato un problema, quelle
poche cose che si facevano...
Tatiana Barolin
... queste poche persone che sanno il dialetto, quando gli insegnanti della scuola primaria che
sanno il dialetto saranno in pensione e quindi il patouà magari sarà tutelato fuori dall’orario
scolastico, chi si occuperà di questo?
Silvana Marchetti
Perchè secondo me, quello che non bisogna dimenticare è che dobbiamo rivolgerci ai bambini
e non solo agli adulti, anche nella tutela delle lingue, perchè è bellissimo quello che fa’ la
Scuola Latina, gli Sportelli ecc., per gli adulti, per i ragazzi, però quando nella scuola primaria
non si farà più questa tutela, secondo me toccherà anche agli Sportelli occuparsi dei bambini.
Cristina Chioni
Ed è una delle ottiche in cui stiamo lavorando, cerchiamo di tenere presente anche questa cosa,
infatti i nuovi adesivi che abbiamo realizzato per promuovere la presenza e la tutela delle due
lingue sono già rivolti ad un pubblico infantile, quindi anche la grafica stessa vuole, diciamo,
incuriosire i bambini, si lavora secondo questa linea, quest’ottica.
Daniela Calleri
Quello che lei diceva, da un punto di vista psicologico... Non c’è niente da dire, se non che il
suo approccio è quello giusto, nel senso che le lingue hanno delle forti diversità l’una dall’altra
ed è questo da tener presente. L’approccio psicologico giusto è solo quello, cioè aver presenti
le diversità, come si pongono una di fronte all’altra, come si pongono rispetto alla lingua
nazionale, qual è il loro peso nella comunità. È questo l’approccio giusto ed è il suo, non ci
sono altri modi. Cioè avere chiara coscienza di che cos’è questa lingua che si va insegnando,
lingua, dialetto, idioma...

Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�Enrica Rochon (insegnante di scuola dell’infanzia)
Volevo solo dire una cosa. Io faccio patouà nella scuola dell’infanzia. Sono l’unica, mi risulta,
nel circondario. Invece credo che sia proprio un livello di scuola in cui puoi spaziare, puoi
fare, puoi mettere tutto insieme, in trasversale, no? e non solo. Un’età in cui i bambini
recepiscono ed apprendono benissimo. Quindi tu ne hai, quando tu sei fortunata, quattro o
cinque che sanno parlare correttamente, se sei un po’ meno fortunato non ne hai nessuno. In
ogni caso spesso ancora ci sono e su questo innesti il lavoro, su questa base qui, ma poi
naturalmente coinvolgi gli altri. Ed è bellissimo come i bambini di quattro-cinque anni, con
mamma e papà siciliano, giocando, perchè poi è questa la cosa, che poi ci giochi e basta,
giocando cercano di imparare a dire la “u”, che a loro non viene e è poi, alla fine, sono
bravissimi e la dicono benissimo, imparano i suoni. Insomma, si possono fare delle cose
bellissime, perchè non hai il legame con le discipline...
Il mio è un po’ un appello, troviamole queste insegnanti di materna, della scuola dell’infanzia,
che ci lavorino, e che abbiano voglia di fare occitano o francese nella scuola dell’infanzia,
perchè secondo me offre proprio un sacco di possibilità e alla scuola dell’infanzia, quando non
hai trenta bambini, sottolineo, quando non hai trenta bambini, lo puoi fare ed è bellissimo.
Matteo Rivoira
Bene, io vi ringrazio, ringrazio le nostre professoresse per essere venute.
Rispetto al discorso della formazione, che ha sollevato Tatiana, che è un grande vecchio
discorso, ecco, due cose però volevo dirle.
Una è che occasioni come questa, sono occasioni di formazione. Noi ci siamo inventati come
occitani, abbiamo scoperto l’occitano, perchè qualcuno nell’università ha detto “ah ma to, da lì
in su si parla... quell’altra lingua che si parla si chiama così”: 1958, Corrado Grassi “Correnti e
contrasti di lingua e cultura nelle Valli cisalpine di parlata provenzale e franco-provenzale”,
poi doveva fare anche la nostra parte ma è rimasto fermo a Cuneo. Questo è un momento
fondamentale, è più importante ancora della fondazione dell’Escolo dòu Po del 1961. Perchè?
Perchè professori come Corrado Grassi e Gasca Queirazza hanno formato generazioni di
professori che poi sono tornate sui territori e hanno diffuso delle categorie. Ora una delle cose
che fa la minoranza abitualmente è prendere quello che gli serve, e questo fa bene, è giusto, e
poi però, a un certo punto, il canale si interrompe, e ne fa quello che vuole e proliferano gli
atteggiamenti talebani. Non si può più dire lingua o dialetto, abbiamo finalmente imparato a
dire che si dice lingua perchè un codice che funziona, ma un conto è dire “è una lingua dal
punto di vista del sistema”, un conto è dire “è una lingua perchè soddisfa tutti i miei bisogni”.
Allora un po’ di tempo fa sono andato a Alagna a presentare un libro, tra i vari suggerimenti
che ho lasciato all’assemblea, uno dei primi è stato quello di non abdicare all’esercizio della
verità. Non basta dire che le cose siano in un certo modo perchè da sole queste lo siano.
L’italiano, è stato detto, è la lingua dell’Italia nel tempo in cui l’italiano lo capivano, se andava
bene bene, il 10% della popolazione, secondo stime più ristrette, il 2,5%. Certo, è diventata la
lingua di tutti, ma c’era una nazione dietro, c’era un’economia, c’era una scuola, c’era una
volontà. Ora, queste cose qua, intorno a noi, non le vediamo, c’è poco da fare, bisogna
percorrere altre strade.
Secondo suggerimento, praticare, esercitare la fantasia e qui sono le cose che proponeva
Tatiana. Esercitare la fantasia vuol dire inventarsi modi altri sfruttando le proprie competenze,
una formazione, la formazione di un’insegnante di lingua minoritaria, tolto forse il caso del
francese, che come appunto diceva, si appoggia su una lunga tradizione, è il luogo delle
possibilità. Deve saper sfruttare le sue competenze, perchè tanto nessuno gliene insegna di
altre, fino ad adesso.
Siamo però più fortunati di un tempo, perchè se io guardo le persone che sono sedute in questa
sala e che si occupano degli Sportelli Linguistici, a vario titolo, sono persone che si sono
formate all’Università, che si sono laureate con tesi di linguistica, con questi professori qui e
Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�che, quindi, hanno tutta una serie di strumenti, conservano ancora il patouà o il francese, nel
caso, e che quindi sono delle ottime persone che possono intervenire in un’ottica nuova, con
un nuovo approccio. Quindi le cose van meglio di un tempo, perchè se cala la competenza,
avete lasciato delle cose che, in qualche modo, possono essere riciclate. E quindi diciamo che,
a conclusione di tutto questo, oggi abbiamo imparato delle cose, abbiamo imparato che le
situazioni che a volte vengono spacciate per rosee – il mito del Trentino chi non ce l’ha? ditelo
laggiù. Certo laggiù funziona che ci sono due comunità che sono anche separate, stiam
parlando di una cosa differente, che sono programmaticamente separate...
E poi ci sono i soldi. Il terzo suggerimento che avevo dato ad Alagna era quello di fare cose
belle, mi hanno denigrato l’aggettivo, bello è un aggettivo un po’ semplice, secondo me non è
per nulla semplice fare cose belle è fondamentale. Quando le hai fatte sei più contento, quindi
evitare di inventare libri orribili, di raccontare storie brutte, bisogna fare delle cose che siano
belle. La bellezza delle cose che si fanno e il senso profondo che sapremo infondere secondo
me farà scattare quell’elemento psicologico di cui abbiamo detto in precedenza. Questa
secondo me è un po’ la conclusione possibile.

Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�ALLEGATO

Immagini dell’Incontro

Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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�GIORNATA DELLE LINGUE MINORITARIE 2011
Convegno "Plurilinguismo e lingue minoritarie"

Daniela Calleri e
Matteo Rivoira
Silvia Dal Negro

Un momento della
tavola rotonda

Incontro 2011 “Plurilinguismo e lingue minoritarie”

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                  <text>Le attività degli Sportelli Linguistici fanno in modo che la popolazione entri in contatto con la lingua storica minoritaria sia nella sua forma orale, sia in quella scritta, ponendo le Pubbliche Amministrazioni nella condizione di corrispondere in lingua minoritaria, ai sensi della L.482/99, garantendo la presenza di personale che sia in grado di rispondere alle richieste del pubblico usando la lingua ammessa a tutela.</text>
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                  <text>Le Attività Culturali di promozione linguistica si propongono l’obiettivo principale di valorizzare e diffondere in maniera efficace studi, materiali e ricerche circa la minoranza linguistica storica, ma anche quello di proporre attività e azioni di diverso genere rivolte sia alla popolazione locale, per riappropriarsi della propria cultura linguistica e della propria identità, con un occhio attento alle nuove generazioni, sia a quella turistica, per poter meglio comprendere la storia dei luoghi che sta visitando.</text>
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                    <text>Semaine
de la langue
française
et de la
Francophonie
- 2023 ••• n
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28
•••
LUSERNA S.G.
PEROSA ARGENTINA
PINEROLO
TORRE PELLICE
VILLAR PEROSA

dal 12 MARZO
al 1° APRILE

�Semaine de la
langue française
et de la Francophonie

28e •••
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Responsabile organizzativo:
Giuseppe Maggi

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12 MARZO - ore 17.00
Tempio Valdese di Luserna San Giovanni

S’IL CHANTE, QU’IL CHANTE
CANTIAMO INSIEME

Il piacere di cantare insieme tra generazioni diverse riscoprendo una
lingua legata al territorio
Con le Corali Valdesi di Pinerolo e Prarostino e gli allievi delle
scuole primarie di Luserna San Giovanni che hanno usufruito del
progetto “Apprendre à travers le chant”
Info: 333.9235716 - ass.musicainsieme@libero.it

17 MARZO - ore 18.00
presso il Vincafè di Torre Pellice
Giovanni Battaglino presenta

PUISQUE J’ÉTAIS, JE SUIS

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A musica

MEMORIA E ATTUALITÀ NEI CANTI OCCITANI
Letture a cura del Circolo LaAV
Info: 333.9235716 - ass.musicainsieme@libero.it

17 MARZO - ore 21:00
Fondazione Centro culturale valdese - Torre Pellice

PARLIAMO
DEL NOSTRO MONDO

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Proiez ferenza
Con

INCONTRO SULL’AMBIENTE E SUL VIVERE L’AMBIENTE
organizzato dalla Fondazione CCV e da La Cantinella - Fucina di
Arti Sceniche APS partendo da alcuni video sull’ambiente e sulla sua
salvaguardia e dal progetto sull’erbario Rostan.
Nel corso della serata si parlerà anche “del novantesimo dell’incontro
al Colle della Croce”, tema introdotto dal video “La rencontre”, del
Circolo Artistico Fa+.
Interventi di Anna Giampiccoli, Micaela Fenoglio, Davide Rosso
Info: 0121.932149 - segreteria@fondazionevaldese.org

18 MARZO - ore 21.00
Teatro Santa Croce di Luserna S. Giovanni

SOUVENIR DE FRANCE

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Una raccolta dei più grandi successi della canzone francese.
Trenet, Piaf, Aznavour, solo per citarne alcuni, artisti che con le loro
indimenticabili canzoni hanno dato lustro alla musica francese.
con Gilberto Bonetto ..................(Piano)
Alessandro Chiappetta .... (Chitarra)
Diego Vasserot ..................(Tromba)
Alessandro Raise .............. (Batteria)
Max la Fonza ............. (Contrabasso)
Paolo Mosele .........................(Voce)
Monia Boaglio .......................(Voce)
Fabio Pasquet ........................(Voce)
Info: 333.9235716 - ass.musicainsieme@libero.it

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INSIEME PER CANTARE E DANZARE
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LA FRANCIA
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20 MARZO - Ore 18.00

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Apmusicale
QUE RESTE-T-IL DE NOS AMOURS?
17 MARZO - ore 18.00

presso Le Tre galline di Luserna S. Giovanni

L’AMORE CANTATO E RACCONTATO

con Monia Boaglio ........................(Voce)
e Alessandro Chiappetta .....(Chitarra)
Letture a cura del Circolo LaAV
Info: 333.9235716 - ass.musicainsieme@libero.it

Palaplan di Perosa Argentina

L’attività gestita dalle insegnanti Magali Gonnet e Patrizia Massel, a cura
dell’Ass. Musicainsieme, rivolto alle classi primarie dell’I.C. “C. Gouthier”
di Perosa Argentina. Il progetto “Apprendre à travers le chant” ha previsto
alcuni incontri finalizzati all’apprendimento di canti e danze di origini
francese, con la partecipazione del Coro di Voci Bianche della Scuola di
Musica Intercomunale della Val Pellice, Chisone e Germanasca.
Info: 333.9235716 - ass.musicainsieme@libero.it

�21 MARZO - ore 17:00
Teatro delle Valli - Villar Perosa

LE FRANÇAIS AU THÉÂTRE
POUR APPRENDRE EN S’AMUSANT

Teaatrzozi
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Le classi terze della scuola media dell’I.C. «Franco Marro» di
Villar Perosa presentano il loro lavoro al termine dei laboratori
teatrali in francese condotti da Emily Scatà e Bruna Frache per
FA+ Circolo Artistico.
Info: 338.7374223 - circolo.artistico.fappiu@gmail.com

24 MARZO - ore 20:30
Sala concerti “ItaloTajo” - Pinerolo

CAHIERS DE LA MÉMOIRE

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26 MARZO - ore 15:00
Zona collinare e centro storico di Pinerolo
Ritrovo ore 14:45, Piazzale di San Maurizio - Pinerolo

TOUR SCOPRICOLLINA:

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Pass

LA PINEROLO FRANCESE TRA STORIA E LEGGENDE
Visita al panoramico percorso ‘Scopricollina’, accompagnati
da una guida turistica professionista, alla scoperta dei luoghi e
delle leggende collegate alle dominazioni francesi.
Tappe presso alcuni personaggi storici realizzati in corten e a quella
che forse fu la polveriera, rara testimonianza di quella che era una
città militare francese, scampata alle demolizioni di fine 1600.
Durata: 3 ore circa. Si consigliano scarpe comode.
Info e prenotazioni: Associazione Pinerolo &amp; Valli Experience
333.3100899 - info@madeinpinerolo.it

CANTI DELLA TRADIZIONE LOCALE IN FRANCESE
con Badia Corale Val Chisone
e Coro voci bianche del Civico Istituto Musicale Corelli
Info: info@bcvc.it

25 MARZO - ore 10:30
Polo culturale Levi / Scroppo - Torre Pellice

SAMEDI EN FAMILLE:

LECTURES EN IMAGE

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Dai libri dello scaffale tematico della Biblioteca Comunale C. Levi nascono
Les histoires pour tous les âges, proposte dalle allieve del laboratorio
di francese del Liceo Valdese di Torre Pellice: orsi che desiderano farsi
amare, una famiglia di maialini e alcuni amici pesci incanteranno tutte le età.
Laboratorio teatrale a cura di Giulia Frache con G. Bovero,
S. Martinale, G. Falco, E. Broglio, docente: Monica Puy
Info: 338.7374223 - circolo.artistico.fappiu@gmail.com

25 MARZO - ore 21.00
Tempio Valdese di Torre Pellice

À LA CLAIRE FONTAINE

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con Coro Valpellice
e Coro La Vie est Belle di Introd Aosta
Due cori con in comune la lingua francese...
un pretesto per incontrarsi musicalmente riscoprendo le proprie
tradizioni territoriali.
Info: 333.9235716 - ass.musicainsieme@libero.it

1 APRILE - ore 20:30
Teatro del Forte - Torre Pellice

UNE BELLE HISTOIRE

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Co

Il trio torinese Mélo-Coton pesca nel vastissimo repertorio della
musica francese, scegliendo brani che fanno muovere il corpo
ed aprire la mente: è un viaggio musicale a metà strada tra un
concerto e un cabaret, attraverso letture, spigolature ironiche,
“pillole” di saggezza, aneddoti...
Giustina Iannelli ........................ (voce, chitarra)
Elisa Aragno ..................... (flauto traverso, cori)
Donatella Gugliermetti ....(chitarra, percussioni)
Info: 338.7374223 - circolo.artistico.fappiu@gmail.com

�1 APRILE - ore 20:30
Teatro del Forte - Torre Pellice

LA BANDA DEL RIUSO

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Promosso da IL RIUSO in collaborazione con l’Ass. Balancè, il
CORTOMETRAGGIO racconta in modo ironico, le gesta di una
banda di “supereroi ecologici”, una specie di task force dei
corretti comportamenti da tenere in ambito ecologico.
Soggetto, sceneggiatura e regia: ....... Anna Giampiccoli
Riprese e montaggio video: ................Stefano Filiddani
Info: 338.7374223 - circolo.artistico.fappiu@gmail.com

DAL 18 MARZO AL 2 APRILE
Aperto sabato e domenica 10-12/15-18
Chiesa Sant’Agostino - Pinerolo
Aperto il sabato e la domenica 10-12 /15-18

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MOSTRA E PRESENTAZIONE LIBRO

LA TUTELA DELLA MINORANZA
LINGUISTICA STORICA FRANCESE
L’Unione Montana del Pinerolese è impegnata, fin dal
2001, nell’ideazione e realizzazione di progetti volti a tutelare
e promuovere la lingua e la cultura della minoranza linguistica
storica francese.
L’Unione Montana del Pinerolese è stata delegata da 27
comuni delle Valli Pellice, Chisone e Germanasca e di Pinerolo
quale ente capofila per la gestione di progetti in attuazione
della Legge nazionale n° 482/99 “Norme in materia di tutela
delle minoranze linguistiche storiche”.
Grazie ai fondi ministeriali in collaborazione con la
Regione Piemonte e le realtà locali, si attuano sul territorio
le seguenti azioni di tutela della minoranza linguistica storica
francese:

“BONJOUR MON AIMABLE BERGÈRE...”
Voci e canti della Val San Martino

VIDEO “LE FRANÇAIS DE MA VALLÉE”
La Cantinella - Fucina di Arti Sceniche APS

CAHIERS DE LA MÉMOIRE
I QUADERNI DI FAMIGLIA su cui la gente alpina usava annotare
le canzoni e il ricordo dei testimoni di antiche melodie della
tradizione locale in piemontese, nella parlata provenzale alpina, e
soprattutto in francese, lingua praticata nelle Valli valdesi almeno
fino al primo quarto del secolo scorso.
Con Badia Corale Val Chisone
Info: info@bcvc.it

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Sportelli Linguistici
Corsi di Formazione linguistica
Valorizzazione della toponomastica
Attività di promozione linguistica culturale

Tra le varie attività culturali proposte si è deciso di
proseguire e sostenere la semaine du français a cui il territorio
ha sempre aderito ancora prima della promulgazione della
Legge 482/99. Fin dal 1991 viene organizzata una settimana
d’incontri, eventi e proiezioni per scoprire la francofonia sul
nostro territorio e festeggiarla insieme al resto del mondo
che nello stesso periodo da oltre 26 anni, con la Semaine
internationale du Français et de la francophonie rende omaggio
alla lingua francese.
Per questo importante evento l’Associazione
Musicainsieme, a cui è stato affidato l’incarico di promuovere
la “Semaine de la langue française et de la Francophonie”
edizione 2023, in collaborazione con altre associazioni e/o
enti che collaborano con l’Unione Montana del Pinerolese
alla realizzazione dei progetti di tutela e promozione della
minoranza linguistica storica francese, ha realizzato la
presente brochure che raccoglie un calendario di eventi che si
svolgeranno tra il 12 marzo e il 1° aprile 2023.

�Si ringraziano tutti coloro
che hanno collaborato per la riuscita della
SEMAINE INTERNATIONALE DU FRANÇAIS
ET DE LA FRANCOPHONIE
ÉDITION 2023
Per info:
ASSOCIAZIONE MUSICAINSIEME
SPORTELLO LINGUISTICO ITINERANTE
Via Roma 41 - Luserna San Giovanni - 0121.329705
ass.musicainsieme@libero.it
www.assmusicainsieme.it
SPORTELLO LINGUISTICO DI COORDINAMENTO
DELL’UNIONE MONTANA DEL PINEROLESE
Corso J. Lombardini, 2 - 10066 Torre Pellice (TO)
Tel. 0121.209604
Responsabile: Dott.ssa Alice Ricca
E-mail: sportellolinguistico@umpinerolese.it
www.umpinerolese.it
SPORTELLO LINGUISTICO DEL PINEROLESE
CASA BONADÈ BOTTINO
Responsabile Dott.ssa Teresa Dolcetti
Piazza San Donato 4 - Pinerolo
0121.329705 - 333.9235716
SCUOLA DI MUSICA DELLA VAL PELLICE,
DEL PINEROLESE E VAL CHISONE GERMANASCA
Via Roma, 41 - Luserna San Giovanni - 10062 (TO)
Via Tibaldo Niero, 1 - Perosa Argentina - 10063 (TO)
Via dei Mille, 1 - Pinerolo - 10064 (TO)
0121.329705 / 333.9235716 / 335.7827403
www.assmusicainsieme.it

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                  <text>Le Attività Culturali di promozione linguistica si propongono l’obiettivo principale di valorizzare e diffondere in maniera efficace studi, materiali e ricerche circa la minoranza linguistica storica, ma anche quello di proporre attività e azioni di diverso genere rivolte sia alla popolazione locale, per riappropriarsi della propria cultura linguistica e della propria identità, con un occhio attento alle nuove generazioni, sia a quella turistica, per poter meglio comprendere la storia dei luoghi che sta visitando.</text>
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                <text>Samedi et dimanche avec le francais, la musique et le chant  '23 - Brochure</text>
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                <text>Brochure degli eventi della rassegna Samedì et Dimanche</text>
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                    <text>25/03/2023
SABATO / SAMEDI
COMUNE DI
LUSERNA S. GIOVANNI

H. 21

TORRE PELLICE
TEMPIO VALDESE

CORO “LA VIE EST BELLE”
di INTROD (AO)
dir. Annarosa RONC

CORO VALPELLICE
di TORRE PELLICE (TO)
dir. Ugo CISMONDI

ALLA CHIARA
FONTANA

In una primavera appena sbocciata ecco
giungere la sera della “Bellezza” dove
tutto prende forma attraverso le voci di
chi racconta, con le melodie del tempo
infinito, attimi di vita portati dal vento fin
giù nella valle profumata di tiglio, da
sempre generosa e sincera.
E sarà il cantare ancora, nei ricordi dei
giorni che dolcemente scompaiono per
lasciare spazio alle ombre della sera, di
fontane, di acqua, di pastore, di montagne… e sarà la festa dei buoni.

Semaine
de
la
langue
•••
28e
française
n
éditio
•••
et de la
Francophonie

À LA CLAIRE
FONTAINE

Dans un printemps à peine fleuri, le soir
de la "Beauté" arrive où tout prend forme
à travers les voix de ceux qui racontent,
avec les mélodies du temps infini, des
moments de vie portés par le vent jusque
dans la vallée parfumée de tilleul,
toujours généreuse et sincère.
Et ce sera le chant encore, dans les
souvenirs des jours qui disparaissent
doucement pour laisser place aux
ombres du soir, de fontaines, d’eau, de
berger, de montagnes... et ce sera la fête
des gentils.

�UN PARCOURS LINGUISTIQUE: ses raisons

UN PERCORSO LINGUISTICO: i motivi

Pour réaliser ce parcours linguistique, historique et
culturel, nous avons choisi, dans les paroles des
chansons, un certain nombre de mots-clés et
expressions plus ou moins connues, d’usage
courant ou désuètes, sophistiquées ou du jargon,
sérieuses ou bizarres que nous avons traduites,
expliquées o développées en note de bas de page.
Outre les textes et leur traduction, vous trouverez
donc, en bas de la page, une sorte de glossaire
linguistico-culturel. Les mots qui le composent ne
sont que des exemples d’une langue-culture
extrêmement riche. Nous nous plaisons de penser
que, par curiosité, vous vous aventurerez dans les
pages d’un dictionnaire, ou vous trouverez le temps
de flâner parmi les avenues littéraires de cette belle
langue sœur.

Per realizzare questo percorso linguistico, storico e
culturale, abbiamo isolato dai testi francesi delle
canzoni alcune parole-chiave ed espressioni, più e
meno conosciute, d’uso corrente o desuete,
sofisticate o gergali, serie o bizzarre che abbiamo
tradotto, spiegato, espanso in nota.
Oltre ai testi e alla loro traduzione, troverete quindi
a piè pagina una sorta di glossario linguisticoculturale. Le parole che lo compongono non sono
che piccoli “assaggi” di una lingua veicolo di una
cultura straordinariamente ricca.
Ci piace pensare che, spinti da una qualche
curiosità, vi avventurerete a vagabondare, come
abbiamo fatto noi, tra le pagine di un dizionario o a
passeggiare tra le aiuole letterarie di questa nobile
lingua nostra consorella.

À LA CLAIRE FONTAINE

ALLA CHIARA FONTANA

Dans un printemps à peine fleuri, le soir de la
"Beauté" arrive où tout prend forme à travers les
voix de ceux qui racontent, avec les mélodies du
temps infini, des moments de vie portés par le vent
jusque dans la vallée parfumée de tilleul, toujours
généreuse et sincère.
Et ce sera le chant encore, dans les souvenirs des
jours qui disparaissent doucement pour laisser
place aux ombres du soir, de fontaines, d’eau, de
berger, de montagnes... et ce sera la fête des
gentils.

In una primavera appena sbocciata ecco giungere la
sera della “Bellezza” dove tutto prende forma
attraverso le voci di chi racconta, con le melodie del
tempo infinito, attimi di vita portati dal vento fin giù
nella valle profumata di tiglio, da sempre generosa
e sincera.
E sarà il cantare ancora, nei ricordi dei giorni che
dolcemente scompaiono per lasciare spazio alle
ombre della sera, di fontane, di acqua, di pastore, di
montagne… e sarà la festa dei buoni.

�À LA CLAIRE FONTAINE1 – ALLA CHIARA FONTANA

1

À la claire fontaine m’en allant promener
J’ai trouvé l’eau si belle que je m’y suis baigné
À la claire fontaine m’en allant promener.
Il y a longtemps que je t’aime
Jamais je ne t’oublierai.

Alla chiara fontana mentre passeggiavo
Ho trovato l'acqua così bella che ho fatto il bagno
Alla chiara fontana mentre passeggiavo.
È da tanto tempo che ti amo
Non ti dimenticherò mai.

J’ai trouvé l’eau si belle que je m’y suis baigné
Sous les feuilles d’un chêne je me suis fait sécher
J’ai trouvé l’eau si belle que je m’y suis baigné.
Il y a longtemps que je t’aime
Jamais je ne t’oublierai.

Ho trovato l'acqua così bella che ho fatto il bagno
Sotto le foglie di una quercia mi sono asciugato
Ho trovato l'acqua così bella che ci ho fatto il bagno.
È da tanto tempo che ti amo
Non ti dimenticherò mai.

Sur la plus haute branche le rossignol chantait
Chante rossignol, chante, toi qui as le cœur gai
Sur la plus haute branche le rossignol chantait.
Il y a longtemps que je t’aime
Jamais je ne t’oublierai.

Sul ramo più alto l’usignolo cantava
Canta usignolo, canta, tu che hai il cuore allegro
Sul ramo più alto l’usignolo cantava.
È da tanto tempo che ti amo
Non ti dimenticherò mai.

À la claire fontaine è una canzone francese tradizionale che è molto popolare in Canada, specialmente nelle regioni in
cui si parla in francese, prima fra tutte il Québec. Il canto deriva da un poema anonimo scritto tra il XV e il XVIII secolo:
secondo l'etnomusicologo canadese Marius Barbeau, la canzone era stata composta da un giullare del XV o XVI secolo,
mentre secondo il giornalista canadese James Huston l'aria e le parole sarebbero state composte da uno dei primi
viaggiatori canadesi. In occasione di questo concerto, il brano è proposto nella versione elaborata da G. Cerruti.

�LA ROSE 2 – LA ROSA

2

Si l’amour est une rivière,
Où coule un flot d’ennui
Si l’amour est une pierre,
Qui blesse un cœur épris
Si l’amour est un tricheur,
Un piège, une folie
Ton amour est une fleur,
Et toi, tu es la vie.

Se l'amore è un fiume,
Dove scorre un flusso di noia
Se l'amore è una pietra,
Che ferisce un cuore innamorato
Se l'amore è un imbroglione,
Una trappola, una follia
Il tuo amore è un fiore,
E tu, tu sei la vita.

Quand un cœur est indocile,
Il use un peu sa chance
Quand un rêve est trop fragile,
Il perd d’espérance
C’est celui qui se défile,
Qui trouve le silence
Mais l’amour est comme une île,
Et toi la providence.

Quando un cuore è indomabile,
Usa un po' la sua fortuna
Quando un sogno è troppo fragile,
Perde la speranza
È lui che si tira indietro,
Che trova il silenzio
Ma l'amore è come un'isola,
E tu la provvidenza.

Quand tu es seul, pendant la nuit,
Oublié sur ton chemin
Croyant que l’amour est un fruit,
Pour les chanceux et les plus forts
Souviens-toi : pendant l’hiver,
Sous la neige, une graine repose
Le soleil aide la terre,
Et au printemps renaît la rose.

Quando sei solo, di notte,
Dimenticato sulla tua strada
Credendo che l'amore sia un frutto,
Per i più fortunati e i più forti
Ricorda: durante l'inverno,
Sotto la neve, un seme riposa
Il sole aiuta la terra,
E in primavera rinasce la rosa.

La rose è un brano musicale scritto da Amanda McBroom e reso celebre da Bette Midler, che lo pubblicò come singolo
nel 1980 con il titolo The Rose, estraendolo dalla colonna sonora del film omonimo diretto da Mark Rydell. Nel 1983 il
brano è stato inciso come cover e singolo da Conway Twitty. Nel 1991 The Hothouse Flowers insieme a The Dubliners
hanno registrato e pubblicato il brano in versione celtic rock, inserendolo nell'album 30 Years A-Greying dei The
Dubliners. Il brano è stato poi registrato da LeAnn Rimes per il suo album You Light Up My Life: Inspirational Songs,
uscito nel 1997. Infine, anche il gruppo Westlife ha pubblicato il brano nel 2006 come singolo estratto dal loro disco di
cover The Love Album. La versione proposta qui, però, è quella di J. Knowles.

�À LA SANTÉ DE NOÉ3 – ALLA SALUTE DI NOÈ
À la santé de Noé 4
Patriarche digne
Qui fut le premier
À planter l’arbre de la vigne
Noé qui n’aimait pas l’eau
Se construit un grand bateau
Qui fut son refuge
Au temps du déluge.

Alla salute di Noè
Patriarca degno
Che fu il primo
A piantare l'albero della vite
Noè che non amava l'acqua
Si costruì una grande barca
Che fu il suo rifugio
Al tempo del diluvio.

Quand la mer Rouge 5
Apparut à la troupe noire
Pharaon et tous ont cru
Qu’il fallait la boire
Mais Moïse 6 savait bien
Que l’eau n’était pas du vin
Il passa toute
Sans en boire goutte.

Quando il mar Rosso
Apparve alla truppa nera
Il Faraone e tutti hanno creduto
Che lo si dovesse bere
Ma Mosè sapeva bene
Che l'acqua non era vino
Lui la oltrepassò tutta
Senza berne un goccio.

Mais pour nous tous
Qui croyons ce que croit l’église
Bien que très loin nous soyons
D’être comme Moïse
Imitant cet homme divin
Laissons l’eau pour boire du vin
La troupe infidèle
Aura l’eau pour elle.

Ma per noi tutti
Che crediamo ciò che crede la chiesa
Anche se siamo molto lontani
D'esser come Mosè
Imitando quest'uomo divino
Lasciamo l'acqua per bere il vino
La truppa infedele
Avrà l'acqua per lei

3
A la santé de Noé è una canzone pubblicata per la prima volta nel 1912 in Valle d'Aosta e risulta provenire dal collegio
di Motte-Servolex, un piccolo comune a pochi chilometri da Chambéry, in Savoia. L'aria sulla quale sono state scritte le
parole è molto antica e si trova incisa nel cd Caléna dal Corou de Berra diretto da Michel Bianco. Il brano è intitolato
Nouvé Grassenc, il Natale di Grasse, e racconta in dieci strofe il viaggio e i doni che gli abitanti di Grasse e dei villaggi
vicini portano a Gesù bambino.
4
Noé, in ebraico Noach, è un importante patriarca biblico, il più importante dopo Adamo e prima di Abramo. Descritto
nel libro della Genesi come un uomo retto che viveva seguendo la legge di Dio, Noè fu scelto dal Signore per mettere in
salvo dal Diluvio universale (inviato da Dio per sterminare l’umanità corrotta), assieme alla sua famiglia, tutte le specie
animali e quindi, dopo il Diluvio, di divenire il capostipite di una rinnovata umanità.
5
La mer Rouge, il Mar Rosso, è un mare del Vicino Oriente compreso tra l'Africa nord-orientale e la penisola araba sudoccidentale, comunicante a nord-ovest con il mar Mediterraneo attraverso il canale di Suez, e con l'Oceano Indiano a
sud-est tramite lo stretto di Bab el-Mandeb. Qui, però, il brano si riferisce molto probabilmente al Nilo, le cui acque
nella Bibbia si mutano in sangue a causa di una delle dieci piaghe d’Egitto.
6
Moïse, in italiano Mosè, in ebraico Moshé, fu la guida del popolo ebraico secondo il racconto biblico dell'Esodo. Il nome
stesso è spiegato nella sua importanza nel testo biblico: il nome "Mosè", come una derivazione dalla radice mos-,
collegata al campo semantico dell’acqua (più precisamente “estrarre dall’acqua”), per cui ne derivano due spiegazioni
etimologiche: alcuni studiosi spiegano questo nome in senso passivo, come colui che è stato estratto dall’acqua, ovvero
colui che è stato scelto da Dio; altri, invece, sostengono un senso attivo, vedendo Mosè come colui che estrae, nel senso
di salvatore, liberatore. Nella lingua egizia, per di più, Mosè potrebbe significare “fanciullo” o anche “figlio,
discendente”, come nei nomi propri Thutmose, “figlio di Toth”, o Ramose, “figlio di Ra”.

�LA CHANSON DU VIGNERON7 – LA CANZONE DEL VITICOLTORE
Le vin nouveau bout dans mon tonneau,
La senteur emplit la maison !
Et dans mes fûts le bon soleil d’automne
A mis tout l’or de ses rayons !
Ohé, là-bas, mes camarades,
Rentrez tous au fond du cellier
Nous en boirons maintes rasades
J’en verse à qui veut en goûter.

Il vino nuovo nella mia botte,
Il profumo riempie la casa!
E nei miei fusti il buon sole d'autunno
Ha messo tutto l'oro dei suoi raggi!
Ehi, laggiù, compagni miei,
Tornate tutti in fondo alla cantina
Ne berremo molti bicchieri
Lo verso a chiunque voglia assaggiarlo.

À ta santé, bon vigneron
Le vin bannit tout front sévère,
Laissons la peine et la raison
Au fond du verre.

Alla tua salute, buon viticoltore
Il vino bandisce ogni fronte severa,
Lasciamo il dolore e la ragione
Sul fondo del bicchiere.

LA CHANSON DU VENT 8 – LA CANZONE DEL VENTO

7
8

Ecoutez la chanson du vent,
Qui cour sifflant par la montagne
Chuchote dans le bois dormant,
Puis dans le ciel s’envole gaiement.

Ascoltate la canzone del vento,
Che corre soffiando tra le montagne
Sussurra nel bosco addormentato,
Poi in cielo prende il volo allegramente.

Sur le petit sentier s’en va d’un pas léger
Du soir jusqu’au matin, malin
Sifflote dans les prés, rivages et vieux chalets,
Sur les rameaux de sapins, coquin.

Sul piccolo sentiero avanza con un passo leggero
Dalla sera fino alla mattina, furbo
Fischia nei prati, sulle rive e nei vecchi chalet,
Sui rami di abeti, mascalzone.

Ecoutez la chanson du vent,
Qui cour sifflant par la montagne
Chuchote dans le bois dormant,
Puis dans le ciel s’envole gaiement.

Ascoltate la canzone del vento,
Che corre soffiando tra le montagne
Sussurra nel bosco addormentato,
Poi in cielo prende il volo allegramente.

S’amuse dans les rues, sur les trottoirs battus,
Dans les vallons sinueux, heureux
Galope sur les monts, s’enfuit vers l’horizon,
Va balayer les cieux, joyeux.

Si diverte per le strade, sui marciapiedi sconfitto,
Nelle valli tortuose, felici
Galoppa sui monti, fugge verso l'orizzonte,
Va a esplorare il cielo, gioioso.

Ecoutez la chanson du vent,
Qui cour sifflant par la montagne
Chuchote dans le bois dormant,
Puis dans le ciel s’envole gaiement.

Ascoltate la canzone del vento,
Che corre soffiando tra le montagne
Sussurra nel bosco addormentato,
Poi in cielo prende il volo allegramente.

Gaiement, gaiement !

Allegramente, allegramente!

La chanson du vigneron è un canto popolare qui proposto secondo l’elaborazione di Sergio Gianzini.
La chanson du vent è un canto popolare qui proposto riprendendo la versione di G. Cerruti.

�LE BERGER 9 – IL PASTORE
Une petite chanson à un pauvre berger,
Qui part avec son troupeau et de gros souliers.
Qui va, le cœur serré, loin trois mois
Et à qui le monde ne songe pas.

Una piccola canzone a un povero pastore,
Che se ne va con il suo gregge e delle grosse scarpe.
Che va, col cuore stretto, via per tre mesi
E al quale il mondo non pensa.

Tu resteras là-haut sur les sommets
Et tu n’auras pas de congés, pas de congés.

Tu resterai lassù sulle cime
E non avrai ferie, non avrai ferie.

Sur toi tu verras seulement le ciel
Et tu rêveras à Saint Michel,
Aux amis retrouvés, à la descente
Quand les brebis dévaleront la pente.

Su di te vedrai soltanto il cielo
E sognerai San Michele,
Agli amici trovati, alla discesa
Quando le pecore scenderanno il pendio.

La clochette annoncera la fin de saison !
Et le troupeau prêt à une nouvelle toison.

La campanella annuncerà la fine della stagione!
E il branco pronto per una nuova tosatura.

ALLONS DANSER 10 – ANDIAMO A BALLARE

9

Allons danser, allons jouer
La lune a mis ses lampions de lumière
Viens mon ami, viens ma jolie
Courrons dans les chemins gris de la nuit.

Andiamo a ballare, a giocare
La luna ha messo le sue luci
Vieni amico mio, vieni mia cara
Corriamo sui sentieri grigi della notte.

Accours, mon cœur, la fête du bois nous invite
Accours, mon cœur, au son de ma vieille chanson.

Accorri, amore mio, la festa del legno ci invita
Accorri, amore mio, al suono della mia vecchia canzone.

Allons danser, allons jouer
La lune a mis ses lampions de lumière
Viens mon ami, viens ma jolie
Courrons dans les chemins gris de la nuit.

Andiamo a ballare, a giocare
La luna ha messo le sue luci
Vieni amico mio, vieni mia cara
Corriamo sui sentieri grigi della notte.

Entends, mon cœur, la flûte échappée du grand chêne
Entends, mon cœur, rôder le vent froid des marais.

Ascolta, amore mio, il flauto fuggito dalla grande quercia
Ascolta, amore mio, il vento freddo delle paludi.

Allons danser, allons jouer
La lune a mis ses lampions de lumière
Viens mon ami, viens ma jolie
Courrons dans les chemins gris de la nuit.

Andiamo a ballare, a giocare
La luna ha messo le sue luci
Vieni amico mio, vieni mia cara
Corriamo sui sentieri grigi della notte.

Bonjour mon cœur, bonjour ma fée, bonjour ma belle
Bonjour mon cœur, bonjour mon ami de la nuit.

Buongiorno amore mio, mia fata, mia bella
Buongiorno amore mio, buongiorno amico della notte.

Allons danser, allons jouer
La lune a mis ses lampions de lumière
Viens mon ami, viens ma jolie
Courrons dans les chemins gris de la nuit.

Andiamo a ballare, a giocare
La luna ha messo le sue luci
Vieni amico mio, vieni mia cara
Corriamo sui sentieri grigi della notte.

Le berger è una canzone popolare con musica di R. Cognazzo e parole di T. Charles.
Allons danser è un brano composto sulla musica di Guy Plettener e arricchito dalle parole di Thérèse Loup.

10

�LA VIE EST BELLE 11 – LA VITA É BELLA
Vois, l’amour qu’on a, viendra
Vois, l’espoir plus beau qu’il y a
Quand dans l’azur l’esprit s’élève
Tel qui cherche la lumière aves la joie de devenir partout.

Vedi, l'amore che abbiamo, verrà
Vedi, la speranza più bella che ci sia
Quando nell'azzurro lo spirito si eleva
Cercando la luce con la gioia di andare ovunque.

Vois, l’amour qu’on a, viendra
Vois, l’espoir plus beau qu’il y a
Dans les cœurs qui recherchent la liberté, c’est ça.

Vedi, l'amore che abbiamo, verrà
Vedi, la speranza più bella che ci sia
Nei cuori che cercano la libertà, è questo.

Et quand je vois le maître là, je réponds à son regard
Ce regard qui m’affranchi de tout
Ce dont j’avais plus peur.

E quando vedo il maestro lì, rispondo al suo sguardo,
Quello sguardo che mi libera da tutto
Ciò di cui avevo più paura.

Vois, l’amour qu’on a, viendra
Vois, l’espoir plus beau qu’il y a
Quand dans l’azur l’esprit s’élève
Tel qui cherche la lumière aves la joie de devenir partout.

Vedi, l'amore che abbiamo, verrà
Vedi, la speranza più bella che ci sia
Quando nell'azzurro lo spirito si eleva
Cercando la luce con la gioia di andare ovunque.

Vois, l’amour qu’on a, viendra
Vois, l’espoir plus beau qu’il y a
Dans les cœurs qui recherchent la liberté, c’est ça.

Vedi, l'amore che abbiamo, verrà
Vedi, la speranza più bella che ci sia
Nei cuori che cercano la libertà, è questo.

11

La vie est belle è una canzone composta a partire dal celebre brano musicale composto da Nicola Piovani per il
famosissimo film La vita è bella, realizzato nel 1997, diretto e interpretato da Roberto Benigni. Questa versione propone
il brano di Piovani con le parole di L. Condina.

�À LA CLAIRE FONTAINE12 – ALLA CHIARA FONTANA
À la claire fontaine m’en allant promener
J’ai trouvé l’eau si belle que je m’y suis baigné.
Il y a longtemps que je t’aime
Jamais je ne t’oublierai.

Alla chiara fontana mentre passeggiavo
Ho trovato l'acqua così bella che ho faƩo il bagno.
È da tanto tempo che Ɵ amo
Non Ɵ dimenƟcherò mai.

Sous les branches du chêne je me suis essuyé
Sur la plus haute branche le rossignol chantait.
Il y a longtemps que je t’aime
Jamais je ne t’oublierai.

SoƩo i rami della quercia mi sono asciugato
Sul ramo più alto l’usignolo cantava.
È tanto che Ɵ amo
Non Ɵ dimenƟcherò mai.

Chante rossignol, chante, toi qui as le cœur gai
Tu as le cœur à rire, moi je l’ai à pleurer.
Il y a longtemps que je t’aime
Jamais je ne t’oublierai.

Canta usignolo, canta, tu che hai il cuore allegro
Tu hai il cuore che ride, io che l'ho che piange.
È tanto che Ɵ amo
Non Ɵ dimenƟcherò mai.

J’ai perdu ma promise sans l’avoir mérité
Pour un bouton de rose que je lui refusai.
Il y a longtemps que je t’aime
Jamais je ne t’oublierai.

Ho perso la mia promessa senza meritarla
Per un bocciolo di rosa che gli riĮutai.
È tanto che Ɵ amo
Non Ɵ dimenƟcherò mai.

Je voudrais que la rose fut encore au rosier
Et que ma douce amie fut encore à m’aimer
Il y a longtemps que je t’aime
Jamais je ne t’oublierai.

Vorrei che la rosa fosse ancora in rosa
E che la mia dolce amica mi amasse ancora
È tanto che Ɵ amo
Non Ɵ dimenƟcherò mai.

LES PLAISIRS SONT DOUX13 – I PIACERI SONO DOLCI
Les plaisirs sont doux
D’être près de vous, la belle.
Je soupire à vos genoux
Je brûle d’amour pour vous!
Les plaisirs sont doux, demoiselle 14,
D’être près de vous!

I piaceri sono dolci
Nell’essere vicino a lei, bellezza.
Sospiro alle sue ginocchia
Brucio d'amore per lei!
I piaceri sono dolci, signorina,
Nell’essere vicino a lei!

Peut-on voir les yeux,
Sans être amoureux, la belle?
Ils sont doux et gracieux,
Ils sont tout remplis de feu.
Peut-on voir les yeux, demoiselle,
Sans être amoureux?

Si possono vedere gli occhi,
Senza essere innamoraƟ, bellezza?
Sono dolci e graziosi,
Sono totalmente pieni di fuoco.
Si possono vedere gli occhi, signorina,
Senza essere innamoraƟ?

Les plaisirs sont doux, demoiselle,
D’être près de vous!

I piaceri sono dolci, signorina,
Nell’essere vicino a lei!

12

À la claire fontaine è qui riproposto secondo una versione diīerente, riprendendo l’armonizzazione di F. Corsani.

13
Les plaisirs sont doux è un brano della tradizione valdostana cantato qui sulla base dell’armonizzazione di Gianni
Malatesta.
14
Demoiselle, in italiano “signorina”, è un termine attestato già a parƟre dal XVIII secolo derivante dal laƟno volgare
domnicella, diminuƟvo di dominica, da domina, maîtresse de maison (“padrona di casa”). A parƟre da questa parola
laƟna si è venuto a creare anche il termine francese dame, “dama”, dal quale deriva a sua volta l’espressione madame
o Madame, in cui l’aggeƫvo possessivo si è unito al sostanƟvo andando a creare un termine indipendente ancora
corrente al giorno d’oggi nella lingua francese.

�LA FÊTE DU VILLAGE 15 – LA FESTA DEL VILLAGGIO
Annette et Chérubin 16
S’aimant à la folie,
Vont unir pour la vie
Leur avenir demain.
Aujourd’hui qu’on apprête
Cornemuse et musette
Et que chacun répète
Au son du tambourin.

Annetta et Cherubino
Amandosi alla follia,
Uniranno per la vita
Il loro futuro domani.
Oggi che si prepari
Cornamusa e musetta
E che ognuno ripeta
Al suono del tamburello.

C’est aujourd’hui la fête du village,
Préparez-vous, fillettes au blanc corsage,
Venez, dansez, car sous ce vert feuillage,
Chaque garçon s’est donné rendez-vous
Amusez-vous, faites les fous.

È oggi la festa del villaggio,
Preparatevi, ragazze dal corpetto bianco,
Venite, danzate, che sotto questo verde fogliame,
Ogni ragazzo si è dato appuntamento
Divertitevi, fate i pazzi.

Pour terminer gaîment
La fête printanière,
Il faut d’un rosier
Le doux couronnement,
On la dit jeune et belle,
Et puis surtout fidèle,
Beaucoup de demoiselles
N’en pourraient dire autant.

Per concludere felicemente
La festa primaverile,
È necessaria con delle rose
La dolce incoronazione,
Si dice che sia giovane e bella,
E poi soprattutto fedele,
Di molte ragazze
Non si potrebbe dire lo stesso.

C’est aujourd’hui la fête du village,
Préparez-vous, fillettes au blanc corsage,
Venez, dansez, car sous ce vert feuillage,
Chaque garçon s’est donné rendez-vous
Amusez-vous, faites les fous.

È oggi la festa del villaggio,
Preparatevi, ragazze dal corpetto bianco,
Venite, danzate, che sotto questo verde fogliame,
Ogni ragazzo si è dato appuntamento
Divertitevi, fate i pazzi.

15

La fête du village è un brano popolare eseguito questa sera secondo l’armonizzazione proposta da G. Cerruti.
Chérubin, in italiano “cherubino”, è un nome che deriva dal sostantivo “cherubino”, un tipo di angelo presente
nell'Ebraismo come anche nel Cristianesimo. Il termine deriva dall'ebraico keruv (al plurale, in ebraico, keruvim), ma la
sua etimologia risalirebbe all'assiro Karabu, ovvero “che è propizio” o “benedicente”.

16

�BONSOIR MES AMIS 17 – BUONASERA AMICI MIEI
J’entend la voix de la patrie
Elle m’appelle pour le combat.
Tambour battant la générale,
C’est aujourd’hui le jour du départ.

Sento la voce della patria
Mi sta chiamando per la battaglia.
Tamburo che batte il generale,
Oggi è il giorno della partenza.

O bonsoir, mes amis,
O bonsoir mes amis,
O mes amis bonsoir !

O buonasera, amici miei,
O buonasera amici miei,
O miei amici buonasera!

À peine entré dans la bataille,
Du premier coup je fus blessé.
D’une blessure si profonde,
Mon sang coulait de tous côtés.

Appena entrato in battaglia,
Dal primo colpo fui ferito.
Da una ferita così profonda,
Il mio sangue colava ovunque.

O bonsoir, mes amis,
O bonsoir mes amis,
O mes amis bonsoir !

O buonasera, amici miei,
O buonasera amici miei,
O miei amici buonasera!

Apportez-moi une écritoire,
Avec de l’encre et du papier blanc.
C’est pour écrire à ma maitresse,
Qu’elle se cherche un autre amant.

Portatemi uno scrittoio,
Con inchiostro e carta bianca.
È per scrivere alla mia amata,
Che si cerchi un altro amante.

O bonsoir, mes amis,
O bonsoir mes amis,
O mes amis bonsoir !

O buonasera, amici miei,
O buonasera amici miei,
O miei amici buonasera!

17

Bonsoir mes amis è una canzone popolare qui proposta secondo l’armonizzazione di F. Corsani.

�VOICI VENIR LA NUIT18 – ECCO VENIRE LA NOTTE
Voici venir la nuit
Là-bas dans la campagne,
Et le soleil s’en fuit
À travers la montagne.

Ecco venire la notte
Là fuori, nella campagna,
E il sole fugge via
Attraverso la montagna.

Et l’on entend
Les montagnards
Chanter dans la prairie.
Un refrain doux et joyeux
Qui charme les amies.

E si può sentire
I montanari
Cantare nella prateria
Un ritornello dolce e gioioso
Che incanta le amiche.

La cloche du hameau
Retentit en cadence
Le son du chalumeau
Nous invite à la danse.

La campana del borgo
Risuona cadenzata
Il suono della fiamma
Ci invita alla danza.

Et l’on entend.
Les montagnards.
Chanter dans la prairie.
Un refrain doux et joyeux
Qui charme les amies.

E si può sentire
I montanari
Cantare nella prateria
Un ritornello dolce e gioioso
Che incanta le amiche.

Voici la fin du jour
Et les jeunes bergères
Repensent à leurs amours
En disant leurs prières.

Ecco la fine del giorno
E le giovani pastorelle
Ripensano ai loro amori
Dicendo le loro preghiere.

Et l’on entend.
Les montagnards.
Chanter dans la prairie.
Un refrain doux et joyeux
Qui charme les amies.

E si può sentire
I montanari
Cantare nella prateria
Un ritornello dolce e gioioso
Che incanta le amiche.

18

Voici venir la nuit è un canto popolare della Valle d’Aosta cantato questa sera riproponendo l’armonizzazione di G.
Uvire.

�MON PÈRE AVAIT CINQ-CENTS MOUTONS 19 – MOI PADRE AVEVA CINQUECENTO PECORE
Mon père avait cinq-cents moutons
Dont j’étais la bergère.

Mio padre aveva cinquecento pecore
Di cui ero la pastorella.

Le premier jour je l’ai mis à l’herbe
Le loup m’en a pris quinze.

Il primo giorno le ho portate a pascolare
Il lupo ne ha prese quindici.

Un beau monsieur passant pas là
Me paya la quinzaine.

Un bel signore che passava di là
Mi pagò una quindicina.

Quand je tondrai mes blancs moutons
Vous en aurez la laine.

Quando toserò le mie pecore bianche
Ne avrete la lana.

Ce n’est pas la laine qu’il me faut
C’est ton petit cœur, bergère.

Non è la lana che mi serve
È il tuo piccolo cuore, pastorella.

Mon petit cœur n’est pas pour vous
Je l’ai promis à Pierre.

Il mio piccolo cuore non è per voi
L'ho promesso a Pierre.

BELLE ROSE DU PRINTEMPS20 – BELLA ROSA DI PRIMAVERA
Que fais-tu là-bas, ma jolie bergère?
Belle rose du printemps.

Che fai laggiù, mia cara pastorella?
Bella rosa di primavera.

Combien prends-tu pour ton salaire?
Belle rose du printemps?

Quanto prendi come stipendio?
Bella rosa di primavera?

19

Mon père avait cinq-cents moutons è una canzone precedente al 1850 diffusa su tutto il territorio francese e di cui si
trovano adattamenti e versioni defferenti. In questo caso, il coro propone l’armonizzazione di F. Corsani.
20
Belle rose du printemps è un antico canto valdostano di derivazione trovadorica qui proposto secondo la versione di
T. Usuelli.

�TOURDION 21– TORNEO
Quand je bois du vin Clairet
Ami, tout tourne, tourne, tourne, tourne.
Aussi, désormais, je bois Anjou ou Arbois.

Quando bevo il vino Clairet
Amico, tutto gira, gira, gira, gira.
Anche, ormai, bevo Anjou o Arbois.

Chantons et buvons, à ce flacon faisons la guerre,
Chantons et buvons, les amis, buvons donc!

Cantiamo e beviamo, a questa bottiglia facciamo la guerra,
Cantiamo e beviamo, amici, beviamo allora!

Le bon vin nous a rendu gais,
Chantons, oublions nos peines, chantons.

Il buon vino ci ha resi allegri,
Cantiamo, dimentichiamo i nostri dolori, cantiamo.

Buvons bien, là buvons donc
A ce flacon faisons la guerre.
Buvons bien, là buvons donc
Ami, trinquons, gaiement chantons.
Buvons bien, buvons mes amis,
Trinquons, buvons vidons nos verres.
Buvons bien, buvons mes amis,
Trinquons, buvons gaiement chantons.
En mangeant d'un gras jambon,
À ce flacon faisons la guerre!

Beviamo bene, beviamo allora
A questa bottiglia facciamo la guerra.
Beviamo bene, beviamo allora
Amici, brindiamo, cantiamo allegramente.
Beviamo bene, beviamo i miei amici,
Brindiamo, beviamo i nostri drink.
Beviamo bene, beviamo i miei amici,
Brindiamo, beviamo felicemente e cantiamo.
Mangiando un grasso prosciutto,
A questa bottiglia facciamo la guerra!

LA MUSIQUE DES ALPES 22 – LA MUSICA DELLE ALPI
Par une journée radieuse du mois de juin,
Tout mon troupeau s’en va à la montagne,
Carillonnant, et moi devant,
Heureux comme un enfant.
Et la montagne entière est en fête,
Et les ruisseaux murmurent dans leur voyage,
Le vent, bruissant dans les sapins,
Sert d’accompagnement.

In una splendida giornata del mese di giugno,
Tutto il mio gregge va alla montagna,
Scampanellando, e io davanti,
Felice come un bambino.
E tutta la montagna è in festa,
E i ruscelli mormorano nel loro viaggio,
Il vento, frusciando tra gli alberi,
Serve da accompagnamento.

Et l’écho réveillé répète en carillon,
Là-haut sur la montagne, là-bas dans les vallons.
C’est l’hymne de la nature, c’est une ivresse de sons,
Toute la musique des Alpes qui s’élève ver le ciel !

E l'eco risvegliato si ripete come un carillon
Lassù sulle montagne, laggiù nelle valli.
È l'inno della natura, è un'ebbrezza di suoni,
Tutta la musica delle Alpi che sale verso il cielo!

À la tombée de la nuit, je vais grimper
Vers un plateau qui soit bien élevé ;
Avec des bûches et des rameaux
J’allume un beau falot.
Quand l’étoile du berger brille dans le ciel
Et l’on voit d’autres feux dans la vallée,
Les montagnards, avec gaieté,
Chantent de beaux couplets.

Al calar della notte, mi arrampicherò
Verso un altopiano che sia ben rialzato;
Con tronchi e rami
Accendo un bel falò.
Quando la stella del pastore brilla nel cielo
E si vedono altri fuochi nella valle,
I montanari, con allegria,
Cantano delle belle strofe.

21

Tourdion, anche detto tordion, era un ballo in coppia alla moda in Francia all'inizio del XVI secolo, tuttavia scomparso
alla fine di questo stesso secolo. Un tourdion è, però, divenuto famoso nel corso del XX secolo come canzone conviviale,
acquisendo nel 1949 un testo composto da César Geoffray, elaborato sulla base di canzoni da bevute del XVI secolo.
22
La musique des Alpes è una canzone con parole e musica di Giovanni Uvire qui proposta nella trascrizione a quattro
voci miste di François Grivel.

�RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI:
-

France Culture
Robert de la Langue Française
Dizionario francese-italiano Boch
Le Littré en ligne
Centre National de Ressources Textuelles et Lexicales

Foglio di sala a cura di Teresa Dolcetti, responsabile dello sportello linguistico di francese della comunità
montana del pinerolese per la salvaguardia delle lingue minoritarie.

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                    <text>12/03/2023
DOMENICA / DIMANCHE
COMUNE DI
LUSERNA S. GIOVANNI

H. 17

LUSERNA S.G.
TEMPIO VALDESE

CANTIAMO
INSIEME

In questo territorio, la lingua francese è
da tempo uno strumento di comunicazione e di condivisione, nonché possibilità di instaurazione di nuovi legami.
Anche in occasione di questo concerto,
la lingua francese, si è dimostrata
strumento e possibilità in grado di unire
persone differenti, appartenenti a generazioni diverse. Infatti, nel corso di
questo concerto, si trovano a cantare
insieme i giovani allievi delle scuole
primarie di Luserna San Giovanni che
hanno usufruito del progetto “Apprendre à travers le chant”, insieme alle
corali Valdesi di Prarostino e Pinerolo,
uniti proprio dalla lingua francese, in
particolare nella sua forma cantata.

CHANTONS
ENSEMBLE

Semaine
de
la
langue
•••
28e
française
n
éditio
•••
et de la
Francophonie

Dans ce territoire, la langue française
est depuis longtemps un instrument de
communication et de partage, ainsi
que possibilité d’instauration de
nouveaux liens. Ainsi, à l’occasion de
ce concert, la langue française, s’est
révélée être un instrument et une possibilité capable à unir des personnes
différentes, qui appartiennent à des
générations différentes. En effet, au
cours de ce concert, se trouvent à
chanter ensemble les jeunes élèves des
écoles primaires de Luserna San
Giovanni qui ont bénéficié du projet
“Apprendre à travers le chant”, avec les
chorales vaudoises de Prarostino et de
Pinerolo, unis justement par la langue
française, en particulier dans sa forme
chantée.

��UN PARCOURS LINGUISTIQUE: ses raisons

UN PERCORSO LINGUISTICO: i motivi

Pour réaliser ce parcours linguistique, historique et
culturel, nous avons choisi, dans les paroles des
chansons, un certain nombre de mots-clés et
expressions plus ou moins connues, d’usage
courant ou désuètes, sophistiquées ou du jargon,
sérieuses ou bizarres que nous avons traduites,
expliquées ou développées en note de bas de page.
Outre les textes et leur traduction, vous trouverez
donc, en bas de la page, une sorte de glossaire
linguistico-culturel. Les mots qui le composent ne
sont que des exemples d’une langue-culture
extrêmement riche. Nous nous plaisons de penser
que, par curiosité, vous vous aventurerez dans les
pages d’un dictionnaire, ou vous trouverez le temps
de flâner parmi les avenues littéraires de cette belle
langue sœur.

Per realizzare questo percorso linguistico, storico e
culturale, abbiamo isolato dai testi francesi delle
canzoni alcune parole-chiave ed espressioni, più e
meno conosciute, d’uso corrente o desuete,
sofisticate o gergali, serie o bizzarre che abbiamo
tradotto, spiegato, espanso in nota.
Oltre ai testi e alla loro traduzione, troverete quindi
a piè pagina una sorta di glossario linguisticoculturale. Le parole che lo compongono non sono
che piccoli “assaggi” di una lingua veicolo di una
cultura straordinariamente ricca.
Ci piace pensare che, spinti da una qualche
curiosità, vi avventurerete a vagabondare, come
abbiamo fatto noi, tra le pagine di un dizionario o a
passeggiare tra le aiuole letterarie di questa nobile
lingua nostra consorella.

CHANTONS ENSEMBLE

CANTIAMO INSIEME

Dans ce territoire, la langue française est depuis
longtemps un instrument de communication et de
partage, ainsi que possibilité d’instauration de
nouveaux liens. Ainsi, à l’occasion de ce concert, la
langue française, s’est révélée être un instrument et
une possibilité capable à unir des personnes
différentes, qui appartiennent à des générations
différentes. En effet, au cours de ce concert, se
trouvent à chanter ensemble les jeunes élèves des
écoles primaires de Luserna San Giovanni, avec les
chorales vaudoises de Prarostino et de Pinerolo,
unis justement par la langue française, en
particulier dans sa forme chantée.

In questo territorio, la lingua francese è da tempo
uno strumento di comunicazione e di condivisione,
nonché possibilità di instaurazione di nuovi legami.
Anche in occasione di questo concerto, la lingua
francese, si è dimostrata strumento e possibilità in
grado di unire persone differenti, appartenenti a
generazioni diverse. Infatti, nel corso di questo
concerto, si trovano a cantare insieme i giovani
allievi delle scuole primarie di Luserna San Giovanni,
insieme alle corali Valdesi di Prarostino e
Pinerolo, uniti proprio dalla lingua francese, in
particolare nella sua forma cantata.

�S’IL CHANTE, QU’IL CHANTE – SE CANTA, CHE CANTI1

1

Dessous ma fenêtre
Y a 2 un oiselet
Toute la nuit chante
Chante sa chanson

Sotto alla mia finestra
C'è un uccellino
Tutta la notte canta,
Canta la sua canzone

S’il chante, qu’il chante
Chante pas 3 pour moi
Chante pour ma mie 4
Qui est loin de moi

Se canta, che canti
Non canta per me
Canta per la mia amica
Che è lontana da me

Ces fières montagnes
A mes yeux navrés
Cachent de ma mie
Les traits bien aimés

Quelle fiere montagne
Ai miei occhi ostili
Nascondono della mia amica
I tratti tanto amati

S’il chante, qu’il chante
Chante pas pour moi

Se canta, che canti
Non canta per me

Se Chanta o Se Chanto, attribuito dalla tradizione a Gaston Phoebus, conte di Foix, questo brano è una canzone
ritenuta dagli occitani stessi un vero e proprio inno. Se chanta è considerata dagli storici e dai critici musicali una canzone
d’amore, una serenata piena di nostalgia per la donna lontana. Diffuso in Linguadoca, questo brano fu portato in terre
lontane dai marinai tolosani, ed ogni paese e regione la fece propria apportando al testo qualche variante. Così, se nella
versione originale si parla di montagne, a Nantes la storia è ambientata sul ponte della città. Già cantata nelle valli
valdesi, la canzone si è infine diffusa in tutte le valli occitane attraverso i musicisti del conservatorio occitano di Tolosa.
I valligiani ne furono subito conquistati, e il brano di Phoebus divenne la versione di riferimento. Il gruppo dei Lou dalfin
la rese un vero e proprio inno, simbolo di un popolo che vuole ritrovare le proprie radici. Gèrard de Sedes offrirà
un’originale lettura di Se chanta: nella notte nera della repressione catara, si ode il canto isolato di un uccello vigilante:
è l’usignolo, simbolo mistico per i catari ed emblema della persecuzione subita dalla Linguadoca. In questa lettura del
brano occitano, il se chanta que chante (“canti quello che canta”), significa che il suo canto supera tutti gli ostacoli che
si frappongono da ogni parte, impedendo la pratica della religione perseguitata. Tuttavia, colui che crede, ha coraggio
e forza, supererà quegli ostacoli: non importa se le montagne sono alte, poiché la fede è capace di superare tutto.
Testo in lingua occitana: Denant de ma fenèstra/ lhi a un auselon/ Tota la nuèch chanta/ Chanta sa chançon// Se chanta,
que chante/ Chanta pas per ieu/ Chanta per ma mia/ Qu'es al luènh de ieu// Aquelas montanhas/ Que tan autas son/
M'empachan de veire/ Mes amors ont son// Autas, ben son autas/ Mas s'abaissarèn/ E mas amoretas/ Vers ieu
tornarèn// Baissatz-vos montanhas/ Planas levatz-vos/ Perquè pòsque veire/ Mes amors ont son.
2
Y a, dal costrutto linguistico francese “il y a”, in italiano equivalente a “c’è, ci sono”, a cui manca la prima parte. Infatti,
nella struttura qui riprodotta viene a mancare il primo componente, il, che funge da soggetto impersonale, in quanto in
francese il soggetto non può mai essere sottointeso; y, invece, corrisponderebbe all’italiano “ci”, mentre a è la terza
persona singolare del verbo avoir, “avere”.
3
Chante pas, forma negativa del verbo chanter, “cantare”, coniugato al presente indicativo della terza persona singolare
(che risulta, graficamente e foneticamente, uguale alla prima persona singolare: je chante, “io canto”, il chante, “lui
canta”, mentre tu chantes, “tu canti”, diverso graficamente seppur identico a livello fonetico). Tuttavia, viene qui a
mancare la prima delle due particelle negative. In francese, infatti, la negazione si forma sempre per mezzo di due
elementi negativi, tendenzialmente “ne … pas”, ma non solo: la particella pas può infatti essere sostituita da altri
elementi negativi, come ad esempio gli avverbi jamais, “mai” (je ne vais jamais au cinéma, “non vado mai al cinema”) e
plus, “più” (je ne veux plus écouter cette chanson, non voglio più ascoltare questa canzone), oppure ancora gli aggettivi
e pronomi indefiniti aucun, “alcun” (je n’ai vu aucun film aujourd’hui, “non ho visto alcun/nessun film oggi”), personne,
“nessuno” (je n’ai rencontré personne, “non ho incontrato nessuno”), rien, “niente” (je n’ai rien vu, “non ho visto
niente”).
4
Ma mie, in italiano “la mia amica”, che in francese moderno sarebbe mon amie (l’aggettivo possessivo maschile mon
sostituisce l’aggettivo possessivo femminile ma perché il sostantivo che segue comincia con una vocale). Qui si nota
come la scelta lessicale sia più vicina alla versione occitana, che presenta ma mia, non utilizzando quindi il termine
francese amie (“amica”), ma francesizzando il termine occitano mia in mie.

�Chante pour ma mie
Qui est loin de moi

Canta per la mia amica
Che è lontana da me

Baissez-vous montagnes
Plaines haussez-vous
Que mes yeux s’en aillent
Où sont mes amours

Abbassatevi montagne,
Alzatevi pianure
Affinché i miei occhi vadano
Dove sono i miei amori

S’il chante, qu’il chante
Chante pas pour moi
Chante pour ma mie
Qui est loin de moi

Se canta, che canti
Non canta per me
Canta per la mia amica
Che è lontana da me

�AU CLAIR DE LA LUNE 5– AL CHIARO DI LUNA

5

Au clair de la lune,
Mon ami Pierrot,
Prête-moi ta plume,
Pour écrire un mot.
Ma chandelle est morte,
Je n'ai plus de feu.
Ouvre-moi ta porte,
Pour l'amour de Dieu.

Al chiaro di luna,
Amico mio Pierrot,
Prestami la tua piuma,
Per scrivere una parola.
La mia candela è morta,
Non ho più fuoco.
Aprimi la porta,
Per l'amor di Dio.

Au clair de la lune,
Pierrot répondit :
Je n'ai pas de plume,
Je suis dans mon lit.
Va chez la voisine,
Je crois qu'elle y est,
Car dans sa cuisine,
On bat le briquet 6.

Al chiaro di luna,
Pierrot rispose:
Non ho piume,
Sono a letto.
Vai dalla vicina,
Credo che ci sia,
Perché nella sua cucina,
La luce è accesa.

Au clair de la lune,
S’en fut Arlequin
Frapper chez la brune.
Elle répond soudain :
Qui frappe de la sorte ?
Il dit à son tour :
Ouvrez votre porte,
Pour le Dieu d'Amour !

Al chiaro di luna,
Se ne andò Arlecchino
A bussare alla brunetta.
Lei risponde ad un tratto:
Chi è che bussa così?
Lui rispose a sua volta:
Aprite la vostra porta,
Per il Dio d'amore.

Au clair de la lune,
On n'y voit qu'un peu.
On chercha la plume,
On chercha le feu.
En cherchant d'la sorte,
Je n'sais c'qu'on trouva.
Mais je sais qu'la porte
Sur eux se ferma.

Al chiaro di luna,
Non si vede bene.
Si cercava una piuma,
Si cercava del fuoco.
Così cercando,
Non so cosa si trovò,
Ma so che la porta
Dietro di loro si serrò.

Au clair de la lune è una canzone popolare francese del XVIII secolo, che tuttavia fu registrata nel corso del secolo
seguente: nel 1860 l'editore e libraio francese Édouard-Léon Scott de Martinville registrò la canzone con il suo
Fonautografo. L'autore del brano è sconosciuto, ma spesso viene attribuita a Jean-Baptiste Lully. Nato Giovanni Battista
Lulli (Firenze, 1632 – Parigi, 1687), Lully è stato un compositore, ballerino e strumentista italiano che trascorse gran
parte della sua vita alla corte di Luigi XIV, ottenendo così la naturalizzazione francese. Definito come il riformatore e
l'indiscusso protagonista dalla scena musicale francese del Seicento, Lully esercitò una considerevole influenza sullo
sviluppo della musica francese.
6
Battre le briquet è un’espressione francese piuttosto particolare, in quanto numerosi possono essere i suoi significati,
tra i quali: heurter la pierre à briquet pour en tirer une étincelle, cioè “sbattere contro la pietra per ottenere una scintilla”;
allumer le feu, ovvero “accendere il fuoco”; faire la cour à une femme, “corteggiare una donna”; avoir des relations
sexuelles, “avere una relazione, un rapporto sessuale”. Il primo senso di battre le briquet è perfettamente naturale:
prima dei tempi e, di conseguenza, dei mezzi moderni, per accendere un fuoco era necessaria una pietra che doveva
essere battuta o grattata per provocare una scintilla, necessaria per accendere un fuoco. Da qui deriva, di fatto, anche
il secondo significato dell’espressione francese, ovvero allumer le feu, in quanto, con il trascorrere del tempo e lo
sviluppo delle nuove tecnologie, l’espressione ha iniziato ad essere utilizzata per indicare quell’azione che aveva
sostituito l’uso più antico. Il secondo senso, che risale al XVIII secolo, è una metafora che deriva dal primo significato,
poiché un uomo che fa la sua corte e dichiara i suoi sentimenti non può che “infiammare” la giovane e ingenua donzella.
Il terzo significato, infine, non è altro che una derivazione di quest’ultimo senso dell’espressione, in quanto sua
conseguenza.

�SUR LE PONT D’AVIGNON 7– SUL PONTE DI AVIGNONE

7

Sur le pont d'Avignon 8
On y danse, on y danse
Sur le pont d'Avignon
On y danse tous en rond

Sul ponte di Avignone
Balliamo, balliamo
Sul ponte di Avignone
Balliamo, tutti in cerchio

Les messieurs font comme ci
Et puis encore comme ça
Sur le pont d'Avignon
On y danse, on y danse
Sur le pont d'Avignon
On y danse tous en rond

I gentiluomini fanno così
E poi di nuovo così
Sul ponte di Avignone
Balliamo, balliamo
Sul ponte di Avignone
Balliamo, tutti in cerchio

Les dames font comme ci
Et puis encore comme ça
Sur le pont d'Avignon
On y danse, on y danse
Sur le pont d'Avignon
On y danse tous en rond

Le dame fanno così
E poi di nuovo così
Sul ponte di Avignone
Balliamo, balliamo
Sul ponte di Avignone
Balliamo, tutti in cerchio

Les bébés font comme ci
Et puis encore comme ça
Sur le pont d'Avignon
On y danse, on y danse
Sur le pont d'Avignon
On y danse tous en rond

I bebè fanno così
E poi di nuovo così
Sul ponte di Avignone
Balliamo, balliamo
Sul ponte di Avignone
Balliamo, tutti in cerchio

Les professeurs font comme ci
Et puis encore comme ça
Sur le pont d'Avignon
On y danse, on y danse
Sur le pont d'Avignon
On y danse tous en rond

I professori fanno così
E poi di nuovo così
Sul ponte di Avignone
Balliamo, balliamo
Sul ponte di Avignone
Balliamo, tutti in cerchio

Les élèves font comme ci
Et puis encore comme ça
Sur le pont d'Avignon
On y danse, on y danse
Sur le pont d'Avignon
On y danse tous en rond

Gli allievi fanno così
E poi di nuovo così
Sul ponte di Avignone
Balliamo, balliamo
Sul ponte di Avignone
Balliamo, tutti in cerchio

Sur le Pont d'Avignon è una canzone francese derivante da una danza eseguita sul cosiddetto Pont d'Avignon che risale
al XV secolo. Curioso è il fatto che, a differenza di quanto raccontato per mezzo delle parole della canzone, la danza in
realtà avesse luogo sotto il ponte e non sul ponte, quindi sous le Pont d'Avignon, e non sur le Pont d'Avignon.
8
Il ponte San Benedetto, in francese pont Saint-Bénézet, comunemente noto come ponte di Avignone, pont d’Avignon,
è un ponte sul Rodano edificato fra il 1177 ed il 1185, più volte ricostruito, che collegava Avignone con Villeneuve-lèsAvignon (da qui il suo soprannome).

�VENT DU MATIN 9– VENTO DEL MATTINO

9

Vent fin, vent du matin
Vent qui souffle au bout des sapins
Vent qui chante, vent qui danse

Vento leggero, vento del mattino
Vento che soffia sulla cima degli alberi
Vento che canta, vento che danza

Vent fin, vent du matin
Vent qui souffle au bout des sapins
Vent qui chante, vent qui danse

Vento leggero, vento del mattino
Vento che soffia sulla cima degli alberi
Vento che canta, vento che danza

Vent fin vent
Vent fin vent
Vent fin vent

Vento leggero vento
Vento leggero vento
Vento leggero vento

Vent du matin, chiamato anche Vent frais (Vento fresco) o Canon du vent (Canone del vento) è un canone a tre voci
probabilmente composto intorno al 1965. L'aria riprende la melodia del canone Hey, Ho Nobody at Home di Thomas
Ravenscroft (1609). Esistono diverse interpretazioni di questa canzone: si possono citare in particolare quelle di Pigloo,
di Vincent Malone, o ancora di Andeol Chartier.

�MEUNIER TU DORS10– MUGNAIO TU DORMI
Meunier, tu dors
Ton moulin va trop vite
Meunier, tu dors
Ton moulin va trop fort

Mugnaio, tu dormi
Il tuo mulino va troppo veloce
Mugnaio, tu dormi
Il tuo mulino va troppo forte

Ton moulin, ton moulin, va trop vite
Ton moulin, ton moulin va trop fort
Ton moulin, ton moulin, va trop vite
Ton moulin, ton moulin va trop fort

Il tuo mulino, il tuo mulino, va troppo veloce
Il tuo mulino, il tuo mulino va troppo forte
Il tuo mulino, il tuo mulino, va troppo veloce
Il tuo mulino, il tuo mulino va troppo forte

Meunier, tu dors
Et le vent souffle, souffle
Meunier, tu dors
Et le vent souffle fort

Mugnaio, tu dormi
E il vento soffia, soffia
Mugnaio, tu dormi
E il vento soffia forte

Ton moulin, ton moulin, va trop vite
Ton moulin, ton moulin va trop fort
Ton moulin, ton moulin, va trop vite
Ton moulin, ton moulin va trop fort

Il tuo mulino, il tuo mulino, va troppo veloce
Il tuo mulino, il tuo mulino va troppo forte
Il tuo mulino, il tuo mulino, va troppo veloce
Il tuo mulino, il tuo mulino va troppo forte

10

Meunier tu dors è una filastrocca del patrimonio francofono tratta da una canzone di Léon Raiter e Fernand Pothier
composta all'inizio del XX secolo.

�SEIGNEUR NOUS ARRIVONS DES QUATRE COINS DE L'HORIZON- SIGNORE ARRIVIAMO DAI QUATTRO ANGOLI DELL'ORIZZONTE

Seigneur 11 nous arrivons des quatre coins de l'horizon
Nous voilà chez toi
Seigneur nous arrivons des quatre coins de l'horizon
Dans ta maison

Signore veniamo dai quattro angoli dell'orizzonte
Eccoci a casa tua
Signore veniamo dai quattro angoli dell'orizzonte
A casa tua

Nous avons marché sur des routes humaines
Nous avons porté le fardeau des jours
Nous avons souffert la fatigue et la peine
Nous avons offert simplement notre amour

Abbiamo camminato su strade umane
Abbiamo portato il fardello dei giorni
Abbiamo sofferto la fatica e la pena
Abbiamo offerto semplicemente il nostro amore

Seigneur nous arrivons des quatre coins de l'horizon
Nous voilà chez toi
Seigneur nous arrivons des quatre coins de l'horizon
Dans ta maison

Signore veniamo dai quattro angoli dell'orizzonte
Eccoci a casa tua
Signore veniamo dai quattro angoli dell'orizzonte
A casa tua

Nous avons marché au milieu de nos frères
Nous avons porté le poids de nos jours
Nous avons souffert en voyant leur colère
Nous avons offert simplement ton amour.

Abbiamo camminato in mezzo ai nostri fratelli
Abbiamo portato il peso dei nostri giorni
Abbiamo sofferto vedendo la loro rabbia
Abbiamo offerto semplicemente il tuo amore

Seigneur nous arrivons des quatre coins de l'horizon
Nous voilà chez toi
Seigneur nous arrivons des quatre coins de l'horizon
Dans ta maison

Signore veniamo dai quattro angoli dell'orizzonte
Eccoci a casa tua
Signore veniamo dai quattro angoli dell'orizzonte
A casa tua

Nous voici enfin tous autour de la table
Rassemblés ici pour parler de toi
Tu nous a nourris d'un amour formidable
Et nous te chantons simplement notre joie

Finalmente siamo tutti intorno al tavolo
Riuniti qui per parlare di te
Ci hai nutriti di un amore formidabile
E ti cantiamo semplicemente la nostra gioia

11

Seigneur deriva dall’antico francese seignor, termine già presente nei Serments de Strasbourg, ovvero i Giuramenti
di Strasburgo, siglati nell’842 da Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico. Il termine seignor, a sua volta, deriva dal latino
seniorem, accusativo di senior, ovvero “maggiore, più grande”.

�DIEU TRÈS SAINT – DIO SANTISSIMO
Dieu 12 très saint, à toi seul toute gloire
Qui fus seul notre libérateur
Par ton bras puissant, roi de victoire
Tu sauvas jadis tes serviteurs
Nos louanges montent à toi
"Gloire à Dieu, alléluia "
Nous cherchons le regard de ta face
Qu'il se lève sur nous
Par l'effet de ta grâce.

Dio santissimo, a te solo tutta la gloria
Che fosti il nostro solo liberatore
Dal tuo potente braccio, re di vittoria
Salvasti già una volta i tuoi servitori
Le nostre lodi salgono a te
"Gloria a Dio, alleluia "
Cerchiamo lo sguardo del tuo viso
Che si alzi su di noi
Per l'effetto della tua grazia.

Donne-nous, Seigneur, de toujours vivre
Témoignant de ta grande bonté
Ton esprit nous aide à suivre
Par la fois, justice et charité
Que nos cœurs reconnaissants
D'un élan toujours plus grand
Sachent dire à tous que Dieu nous aime
Qu'en lui seul est le vrai salut
La joie suprême.

Dacci, Signore, la vita eterna
A testimonianza della tua grande bontà
Il tuo spirito ci aiuta a seguire
Per fede, giustizia e carità
Che i nostri cuori riconoscenti
Con uno slancio sempre più grande
Sappiano dire a tutti che Dio ci ama
Che in lui solo è la vera salvezza
La gioia suprema.

12

Dieu deriva dal latino deus, termine utilizzato all’epoca dell’impero romano per indicare le divinità della religione
politeista di questo periodo. Il termine latino, a sua volta, deriva dall’indo-europeo di, che significava “brillare, sole,
giorno”.

�CANTIQUE DE NOËL – CANTICO DI NATALE
Minuit, Chrétiens
C'est l'heure solennelle
Où l'homme, Dieu, descendit jusqu'à nous
Pour effacer la tâche originelle
Et de son Père arrêter le courroux
Le monde entier tressaille d'espérance
À cette nuit qui lui donne un Sauveur
Peuple à genoux attends ta délivrance
Noël 13, Noël, voici le Rédempteur
Noël, Noël, voici le Rédempteur

Mezzanotte, Cristiani
Questa è l'ora solenne
Dove l'uomo, Dio, scese fin da noi
Per cancellare il peccato originale
E di suo Padre fermare l'ira
Il mondo intero sussulta di speranza
A questa notte che gli diede un Salvatore
Popolo in ginocchio attende la tua liberazione
Natale, Natale, ecco il Redentore
Natale, Natale, ecco il Redentore

Le Rédempteur a brisé toute entrave
La terre est libre et le ciel est ouvert
Il voit un frère où n'était qu'un esclave
L'amour unit ceux qu'enchaînait le fer
Qui lui dira notre reconnaissance ?
C'est pour nous tous qu'il naît,
Qu'il souffre et meurt
Peuple débout chante ta délivrance
Noël, Noël, chantons le Rédempteur
Noël, Noël, chantons le Rédempteur

Il Redentore ha distrutto ogni ostacolo
La terra è libera e il cielo è aperto
Lui vede un fratello dove non c’era che uno schiavo
L'amore unisce coloro che il ferro incatenava
Chi gli dirà la nostra riconoscenza?
È per tutti noi che nasce
Che soffre e muore
Popolo in piedi canta la tua liberazione
Natale, Natale, cantiamo il Redentore
Natale, Natale, cantiamo il Redentore

13

Alcuni etimologisti affermano che il termine Noël potrebbe venire dal latino natalis dies, che significa “giorno della
nascita”. Altri sostengono, invece, che le origini di questo termine francese siano da rintracciare nella lingua dell’antica
Gallia: Noël, secondo questa teoria, deriverebbe da due termini gallici, ovvero noio, che ha portato al francese nouveau
(nuovo), e hel, che ha portato al termine francese soleil (sole).

�MAÎTRE PIERRE 14 – MASTRO PIETRO
Qu’il fait bon chez vous maître Pierre
Qu’il fait bon dans votre moulin
Le froment vole dans la lumière
Et partout ça sent bon le grain
J'avais douze ans et j'étais haut comme trois pommes
Qu'en me voyant vous me disiez d'un ton bonhomme :
Voyez-vous ce sacre petit drôle
Le métier lui semble à son goût
Prends ce sac mets le sur l'épaule
Maître Pierre il fait bon chez vous

Come si sta bene da lei mastro Pietro
Come si sta bene nel suo mulino
Il frumento vola nella luce
E ovunque c'è un buon odore di grano
Avevo dodici anni ed ero alto come tre mele
Che vedendomi mi diceva con tono bonario:
Guarda che bel faccino buffo
Il mestiere gli sembra di suo gradimento
Prendi questa borsa e mettila sulla spalla
Mastro Pietro, come si sta bene da lei

Hardi! hardi petit gars
Bonnet sur l'œil
Sourire aux lèvres
Hardi! tant qu'il a deux bras
Un bon meunier ne s'arrête pas

Audace! Audace giovane ragazzo
Berretto sull'occhio
Sorriso sulle labbra
Audace! finché ha due braccia
Un buon mugnaio non si ferma

Il fait bon chez vous maître Pierre
Je me souviens de mes dix-huit ans
Votre fille était écolière
Et déjà moi je l'aimais tant
Et quand plus tard je l'épousai devenue grande
Tout le village est venu danser dans la grange
Et toujours de ses grandes ailes
Le moulin continue tout doux
Le tic-tac de son cœur fidèle
Maître Pierre il fait bon chez vous

Come si sta bene da lei mastro Pietro
Ricordo i miei diciotto anni
Sua figlia era una studentessa
E già io l'amavo così tanto
E quando più tardi, divenuto grande, l'ho sposata
Tutto il villaggio è venuto a ballare nel fienile
E sempre con le sue grandi ali
Il mulino continua delicato
Il ticchettio del suo cuore fedele
Mastro Pietro, come si sta bene da lei

Hardi! hardi petit gars
Bonnet sur l'œil
Sourire aux lèvres
Hardi! tant qu'il a deux bras
Un bon meunier ne s'arrête pas

Audace! Audace giovane ragazzo
Berretto sull'occhio
Sorriso sulle labbra
Audace! finché ha due braccia
Un buon mugnaio non si ferma

Il fait bon chez vous maître Pierre
A trente ans j'aimais mon métier
J'adorais ma jolie meunière
C'est alors que vous nous quittiez
Mais quand du ciel vous regardez par la campagne
Tous ces moulins tournant du nord à la Bretagne
Vous pensez avec un sourire
Qu'on est là pour en mettre un coup
Et qu'on a bien raison de dire :
Maître Pierre il fait bon chez vous

Come si sta bene da lei mastro Pietro
A trent'anni amavo il mio mestiere
Amavo la mia bella mugnaia
È allora che ci ha lasciato
Ma quando dal cielo guarda dalla campagna
Tutti questi mulini che girano dal nord alla Bretagna
Pensa con un sorriso
Che siamo qui per assestare un colpo
E abbiamo ragione di dire:
Mastro Pietro, come si sta bene da lei

Hardi! hardi petit gars
Bonnet sur l'œil
Sourire aux lèvres
Hardi! tant qu'il a deux bras
Un bon meunier ne s'arrête pas

Audace! Audace giovane ragazzo
Berretto sull'occhio
Sorriso sulle labbra
Audace! finché ha due braccia
Un buon mugnaio non si ferma

14

Maître Pierre è una canzone francese composta nel 1948 da Henri Betti con testi di Jacques Plante.

�DANS TA MAIN – NELLA TUA MANO
La route est dure, souvent obscure,
Mais tu soutiens ma faible foi.
Quelle assurance! Joyeux j’avance,
Toujours tu marches près de moi.
Et quand survient le vent d’orages,
Si le chemin devient mauvais,
Si quelque fois, je perds courage,
Tu m’enveloppes de ta paix!

La strada è dura, spesso oscura,
Ma tu sostieni la mia debole fede.
Che sicurezza! Felice avanzo,
E tu cammini sempre vicino a me.
E quando sopravviene il vento delle tempeste,
Se perdo il cammino,
Se qualche volta, perdo il coraggio,
Mi avvolgi della tua pace!

Merci ô Père, pour la lumière que tu répands
Sur mon chemin!
Tu me protèges de tous les pièges
Si ma main reste dans ta main!

Grazie, o Padre, per la luce che diffondi
Sul mio cammino!
Mi proteggi da tutte le trappole
Se la mia mano rimane nella tua mano!

Je suis instable et vulnérable,
Mais tu le sais bien mieux que moi.
Si je m’épuise et survient la crise
Qui me fera douter de toi;
Quand j’ai bout de mes ressources,
Quand tout espoir s’est effacé
Tu me conduis près de la source
Qui rafraîchit le cœur lasse.

Sono instabile e vulnerabile,
Ma lo sai molto meglio di me.
Se io sono spossato e arriva la crisi
Che mi farà dubitare di te;
Quando ho esaurito le mie risorse,
Quando ogni speranza è svanita
Tu mi conduci vicino alla fonte
Che rinfresca il cuore stanco.

Merci ô Père, pour la lumière que tu répands
Sur mon chemin!
Tu me protèges de tous les pièges
Si ma main reste dans ta main!

Grazie, o Padre, per la luce che diffondi
Sul mio cammino!
Mi proteggi da tutte le trappole
Se la mia mano rimane nella tua mano!

Je veux te suivre! Oui je veux vivre
Sans m’écarter du bon chemin,
Dans l’espérance et la confiance
Que tout repose dans tes mains!
En moi grandit la certitude
Que tu construis mon avenir
Je vis alors, dans ta quiétude
Que plus rien ne viendra tenir.

Voglio seguirti! Sì, voglio vivere
Senza allontanarmi dalla retta via,
Nella speranza e nella fiducia
Che tutto si trovi nelle tue mani!
In me cresce la certezza
Che costruisci il mio futuro
Allora vivo, nella tua quiete
Che non arriverà più niente.

Merci ô Père, pour la lumière que tu répands
Sur mon chemin!
Tu me protèges de tous les pièges
Si ma main reste dans ta main!

Grazie, o Padre, per la luce che diffondi
Sul mio cammino!
Mi proteggi da tutte le trappole
Se la mia mano rimane nella tua mano!

�LA CÉVENOLE – LA CEVENNOLA 15
Salut montagnes bien aimées,
Pays sacré de nos aïeux.
Vos vertes cimes sont semées,
De leur souvenir glorieux.
Élevez vos têtes chenues
Espérou 16, Bougès 17, Aigoual18,
De leur gloire qui monte aux nues,
Vous n’êtes que le piédestal.

Salve, care montagne,
Terra sacra dei nostri antenati.
Le vostre verdi cime sono seminate,
Del loro glorioso ricordo.
Sollevate le vostre teste cingolate
Espérou, Bougès, Aigoual,
Della loro gloria che sale alle nubi,
Voi siete solo il piedistallo.

Esprit qui les fit vivre,
Anime leurs enfants
Anime leurs enfants
Pour qu’ils sachent les suivre.

Spirito che li fece vivere,
Anima i loro figli
Anima i loro figli
Così che sappiano seguirli.

O vétérans de nos vallées,
Vieux châtaigniers aux bras tordus,
Les cris des mères désolées,
Vous seuls les avez entendus.
Suspendus aux flancs des collines,
Vous seuls savez que d’ossements
Dorment là-bas dans les ravines,
Jusqu’au grand jour des jugements.

O veterani delle nostre valli,
Vecchi castagni dai rami storti,
Le grida delle madri desolate,
Solo voi le avete sentite.
Sospesi ai fianchi delle colline,
Solo voi sapete che le ossa
Dormono laggiù nelle gole,
Fino al giorno del giudizio.

Esprit qui les fit vivre,
Anime leurs enfants
Anime leurs enfants
Pour qu’ils sachent les suivre.

Spirito che li fece vivere,
Anima i loro figli
Anima i loro figli
Così che sappiano seguirli.

15

La Cévenole è un inno di Ruben Saillens, con musica L. Roucaute. Questo brano fu cantato per la prima volta in una
riunione commemorativa della revoca dell'Editto di Nantes, a Saint-Roman-de-Tusque, sulle Cevenne, il 23 agosto 1885.
Il titolo della canzone, infatti, deriva proprio dal nome della catena montuosa della Francia meridionale, ovvero le
Cévennes (Cevenne).
16
Espérou è un villaggio di montagna situato in prossimità della stazione di Prat Peyrot, a cavallo tra i comuni di
Valleraugue e Dourbies, nel dipartimento di Gard e la regione Occitania.
17
Bougès, o montagna del Bougès, è un piccolo massiccio montuoso francese situato nelle Cevenne, a sud-est del
Massiccio Centrale.
18
Aigoual è un monte la cui vetta è situata a sud del Massiccio Centrale, al confine tra i dipartimenti del Gard e della
Lozère.

�O MON PAYS – O MIO PAESE
O mon pays, où la voix de nos pères
Parle du fond de leurs tombeaux
Qui, dépeuplé par l’exil et les guerres,
Fus reconquis par des héros!
Pays de liberté pour toute l’Italie,
À qui du rédempteur tu vas porter la voix,
Soix 19 fier de tes enfants, dont aucun ne t’oublie,
Et qui tous veulent faire honneur au nom Vaudois.

O mio paese, dove la voce dei nostri padri
Parla dal fondo delle loro tombe
Che, spopolato dall'esilio e dalle guerre,
Fosti riconquistato dagli eroi!
Paese di libertà per tutta l'Italia,
A chi del redentore porterai la voce,
Sii fiero dei tuoi figli, di cui nessuno ti dimentica,
E che tutti vogliono onorare il nome Valdese.

A toi, nos cœurs, belle patrie,
Aux souvenirs si glorieux !
Dieu d’Israël, sur notre vie
Répands la foi de nos aïeux

A te, nostro cuore, bella patria,
Ai ricordi così gloriosi!
Dio d'Israele, sulla nostra vita
Diffondi la fede dei nostri antenati

Ils sont rentrés dans ces nobles vallées,
Qui tressaillirent à leurs pas,
Et désormais ne seront plus troublées
Aux bruit sinistre des combats.
Deux siècles ont passé sur ces grandes mémoires
Que rajeunit sans cesse un nouvel avenir
Elles forment déjà le plus pur de nos gloires
Qu’en elles nos Vaudois sachent toujours s’unir!

Loro sono rientrati in queste nobili valli,
Che sussultarono ai loro passi,
E oramai non saranno più turbate
Al rumore sinistro dei combattimenti.
Due secoli sono passati su queste grandi memorie
Che ringiovanisce sempre un nuovo futuro
Sono già la nostra gloria più pura
Che in esse i nostri Valdesi sappiano sempre unirsi!

A toi, nos cœurs, belle patrie,
Aux souvenirs si glorieux !
Dieu d’Israël, sur notre vie
Répands la foi de nos aïeux

A te, nostro cuore, bella patria,
Ai ricordi così gloriosi!
Dio d'Israele, sulla nostra vita
Diffondi la fede dei nostri antenati

19

Soix, in francese moderno sois, prima persona singolare del congiuntivo presente del verbo être, “essere”, dal francese
antico estre, a sua volta dal latino sum (dall’infinito esse, “essere”).

�TOUT À TOI – TUTTO TUO
Tout mon présent, mon avenir,
Tous mes élans, mes souvenirs,
Tu peux les prendre sans plus attendre,
Dès aujourd’hui!

Tutto il mio presente, il mio futuro,
Tutti i miei slanci, i miei ricordi,
Puoi prenderli senza più attendere,
Da oggi in poi!

Tous mes talents , tous mes désirs,
En cet instant, je veux te les offrir,
Quoi qu’il advienne, ma vie est tienne,
Jésus Christ20!

Tutti i miei talenti, tutti i miei desideri,
In questo momento, io voglio offrirteli,
Qualunque cosa accada, la mia vita è tua,
Gesù Cristo!

Si tu m’accueilles quand tout va très mal,
Pour partager ma douleur,
Je veux aussi te donner, c’est normal,
Tout ce que j’ai de meilleur.

Se tu mi accogli quando tutto va male,
Per condividere il mio dolore,
Voglio anche darti, è normale,
Tutto il meglio che ho.

Tout mon présent, mon avenir,
Tous mes élans, mes souvenirs,
Tu peux les prendre sans plus attendre,
Dès aujourd’hui!

Tutto il mio presente, il mio futuro,
Tutti i miei slanci, i miei ricordi,
Puoi prenderli senza più attendere,
Da oggi in poi!

Tous mes talents , tous mes désirs,
En cet instant, je veux te les offrir,
Quoi qu’il advienne ma vie est tienne,
Jésus Christ!

Tutti i miei talenti, tutti i miei desideri,
In questo momento, io voglio offrirteli,
Qualunque cosa accada, la mia vita è tua,
Gesù Cristo!

Pour être utile, je dois accepter
Tout ce que tu as prévu
Réalisant que c’est ta volonté
Pour que ma vie ait un but.

Per essere utile, devo accettare
Tutto ciò che hai pianificato
Realizzando che è la tua volontà
Perché la mia vita abbia uno scopo.

Tout mon présent, mon avenir,
Tous mes élans, mes souvenirs,
Tu peux les prendre sans plus attendre,
Dès aujourd’hui!

Tutto il mio presente, il mio futuro,
Tutti i miei slanci, i miei ricordi,
Puoi prenderli senza più attendere,
Da oggi in poi!

Tous mes talents , tous mes désirs,
En cet instant, je veux te les offrir,
Quoi qu’il advienne ma vie est tienne,
Jésus Christ!

Tutti i miei talenti, tutti i miei desideri,
In questo momento, io voglio offrirteli,
Qualunque cosa accada, la mia vita è tua,
Gesù Cristo!

20

Christ deriva dal latino Christus, dal greco antico khristós, ovvero “unto”, traduzione dall'ebraico messie, "unto", e per
estensione “persona consacrata dall'unzione di Dio”.

�HYMNE À LA NUIT 21– INNO ALLA NOTTE
Ô nuit ! Qu'il est profond ton silence
Quand les étoiles d'or scintillent dans les cieux
J'aime ton manteau radieux
Ton calme est infini
Ta splendeur est immense

O notte! Quanto è profondo il tuo silenzio
Quando le stelle dorate brillano nel cielo
Amo il tuo mantello radioso
La tua calma è infinita
Il tuo splendore è immenso

Ô nuit, ô laisse encore à la Terre
Le calme enchantement de ton mystère
L'ombre qui t'escorte est si douce
Est-il une beauté aussi belle que le rêve?
Est-il de vérité plus douce que l'espérance?

O notte, o lascia ancora alla Terra
La calma incantata del tuo mistero
L'ombra che ti accompagna è così dolce
Esiste una bellezza bella quanto il sogno?
Esiste una verità più dolce della speranza?

21

Hymne à la nuit è un'armonizzazione dovuta a Joseph Noyon di un tema dell'opera di Jean-Philippe Rameau, Hippolyte
et Aricie, risalente al 1733. Le parole di questo brano sono invece state scritte dal compositore Édouard Sciortino. È
interessante sottolineare, tuttavia, che questa canzone è stata resa popolare dal film Les Choristes, un film drammatico
del 2004 diretto da Christophe Barratier.

�RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI:
-

Dizionario francese-italiano Boch
Le Littré en ligne
Le dictionnaire des expressions françaises en ligne
Vocabolario Treccani online
Centre National de Ressources Textuelles et Lexicales

Foglio di sala a cura di Teresa Dolcetti, responsabile dello sportello linguistico di francese della comunità
montana del pinerolese per la salvaguardia delle lingue minoritarie.

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                  <text>Le attività degli Sportelli Linguistici fanno in modo che la popolazione entri in contatto con la lingua storica minoritaria sia nella sua forma orale, sia in quella scritta, ponendo le Pubbliche Amministrazioni nella condizione di corrispondere in lingua minoritaria, ai sensi della L.482/99, garantendo la presenza di personale che sia in grado di rispondere alle richieste del pubblico usando la lingua ammessa a tutela.</text>
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                    <text>23/07/2023
DOMENICA / DIMANCHE
COMUNE DI
VILLAR PELLICE

COMUNE DI
LUSERNA S. GIOVANNI

H. 18

RORÀ

GIARDINI COMUNALI
COMUNE DI
RORÀ

COMUNE DI
TORRE PELLICE

AllianceFrançaise
Torino

Ivan Appino - Voce / Voix
Viden Spassov
Contabbasso / Contrebbasse
Maurizio Verna
Chitarra classica, Acustica e Ukulele
Guitare Classique, Acoustique et Ukulele
Alex Cristilli
Piatti, Tamburi e Percussioni
Plats, Tambours e Percussions
Roberto Bongianino
Fisarmonica, Mandolino, Chitarra elettrica
Accordéon, Mandoline, Guitare électrique

Dodici Ritratti

Omaggio a Georges Brassens

Samedi
et dimanche

français,
la musique et le chant
avec le

edizione 2023

Ciclo di concerti volti
all’approfondimento linguistico francese
in diversi Comuni del territorio.

Georges Brassens nasce a Sète, in Francia, il 22 ottobre 1921. Respira
musica fin da giovane grazie a sua madre, ma l’incontro decisivo lo fa
al liceo, quando – tramite il suo professore di lettere – incomincia
prima ad appassionarsi e poi a comporre poesie e testi di canzoni. Ben
presto deve lasciare la scuola in seguito all’accusa di piccoli furti
compiuti nelle case di alcuni compagni benestanti; il padre allora lo
prende a lavorare con sé, anche se la passione per la musica non lo
abbandona. Nel 1940 si trasferisce a Parigi dove continua a coltivare il
suo amore per la poesia francese, pur lavorando contemporaneamente
come operaio. Nel 1942 decide di pubblicare a proprie spese le prime
raccolte poetiche; un anno dopo – a causa di un decreto di lavoro del
governo tedesco – deve lavorare in un campo di lavoro vicino a
Berlino. Durante tutto questo periodo prosegue nella scrittura delle
canzoni, tra cui – per esempio – Pauvre Martin. Nel 1944 approfittando di una licenza di quindici giorni – Brassens ritorna a
Parigi, dove si nasconde dai coniugi Jeanne e Marcel Planche, a cui
dedica canzoni come Jeanne, La cane de Jeanne e Chanson pour
l'Auvergnat.t Nel 1947, Brassens pubblica il suo primo romanzo, La
lune écoute aux portess e nello stesso anno scrive brani come Brave
Margot, La mauvaise réputationn e Le gorille, quest’ultimo boicottato
dalla radio di Stato per la sua opposizione contro la pena di morte.
Durante gli anni Cinquanta Brassens si esibisce nei cabaret parigini,
con esiti a dir la verità non molto fortunati. Nel 1952, però, riesce a
ottenere un ingaggio presso Chez Patachou, dove la proprietaria – la
stessa Patachou –canta le se canzoni facendolo conoscere al grande
pubblico. Brassens passa poi a interpretare le sue canzoni,
cominciando a farsi conoscere per i suoi testi che suscitano parecchie
critiche. Patachou presenta allora Jacques Canetti, direttore artistico
della Polydor e proprietario del cabaret Les Trois Baudets. L’artista
riesce così a registrare il primo album – La mauvaise réputationn –
lavoro del 1953, che ottiene molto successo. L’anno successivo è la
volta di Les amoureux des bancs publics,s a cui segue Chanson pour
l'auvergnatt nel 1955. Pur rallentando gli impegni a causa di alcuni
problemi di salute, pubblica comunque dischi quasi regolarmente: Le
pornographee (1958), Le mécréant (1960) e Les trompettes de la
renommée (1961), mentre Supplique pour être enterré á la plage de
sètee è del 1966. Dice addio alle scene piuttosto presto, nel 1973, a
causa di continui problemi di salute, salutando i fan con una tournée in
Francia e Belgio e pubblicando il penultimo disco, Fernande. Nel 1977
esce invece Don Juan, il suo ultimo lavoro. Muore il 29 ottobre 1981.

��UN PARCOURS LINGUISTIQUE: ses raisons

UN PERCORSO LINGUISTICO: i motivi

Pour réaliser ce parcours linguistique, historique et
culturel, nous avons choisi, dans les paroles des
chansons, un certain nombre de mots-clés et
expressions plus ou moins connues, d’usage
courant ou désuètes, sophistiquées ou du jargon,
sérieuses ou bizarres que nous avons traduites,
expliquées ou développées en note de bas de page.
Outre les textes et leur traduction, vous trouverez
donc, en bas de la page, une sorte de glossaire
linguistico-culturel. Les mots qui le composent ne
sont que des exemples d’une langue-culture
extrêmement riche. Nous nous plaisons de penser
que, par curiosité, vous vous aventurerez dans les
pages d’un dictionnaire, ou vous trouverez le temps
de flâner parmi les avenues littéraires de cette belle
langue sœur.

Per realizzare questo percorso linguistico, storico e
culturale, abbiamo isolato dai testi francesi delle
canzoni alcune parole-chiave ed espressioni, più e
meno conosciute, d’uso corrente o desuete,
sofisticate o gergali, serie o bizzarre che abbiamo
tradotto, spiegato, espanso in nota.
Oltre ai testi e alla loro traduzione, troverete quindi
a piè pagina una sorta di glossario linguisticoculturale. Le parole che lo compongono non sono
che piccoli “assaggi” di una lingua veicolo di una
cultura straordinariamente ricca.
Ci piace pensare che, spinti da una qualche
curiosità, vi avventurerete a vagabondare, come
abbiamo fatto noi, tra le pagine di un dizionario o a
passeggiare tra le aiuole letterarie di questa nobile
lingua nostra consorella.

DOUZE PORTRAITS
HOMMAGE A GEORGES BRASSENS

DODICI RITRATTI
OMAGGIO A GEORGES BRASSENS

Georges Brassens est né à Sète, en France, le
22 octobre 1921. Il respire la musique dès son plus
jeune âge grâce à sa mère, mais la rencontre
décisive il la fait au lycée, quand – à travers son
professeur de lettres – il commence d’abord à se
passionner puis à composer des poèmes et des
textes de chansons. Il doit bientôt quitter l’école à
la suite de l’accusation de petits vols dans les
maisons de quelques compagnons aisés ; le père le
prend alors à travailler avec lui, même si la passion
pour la musique ne l’abandonne pas. En 1940, il
s’installe à Paris où il continue à cultiver son amour
pour la poésie française, tout en travaillant
simultanément comme ouvrier. En 1942, il décide
de publier à ses propres frais les premières
recueilles poétiques; un an plus tard – en raison
d’un décret de travail du gouvernement allemand –
il doit travailler dans un camp de travail près de
Berlin. Tout au long de cette période, il continue à
écrire des chansons, y compris – par exemple –
Pauvre Martin. En 1944 – profitant d’une licence de
quinze jours – Brassens revient à Paris, où il se cache
chez les époux Jeanne et Marcel Planche, auxquels
il dédie des chansons comme Jeanne, La cane de
Jeanne et Chanson pour l’Auvergnat. En 1947,
Brassens publie son premier roman, La lune écoute
aux portes, et la même année écrit des chansons
comme Brave Margot, La mauvaise réputation et Le
gorille, ce dernier boycotté par la radio d’État pour
son opposition contre la peine de mort.

Georges Brassens nasce a Sète, in Francia, il 22
ottobre 1921. Respira musica fin da giovane grazie
a sua madre, ma l’incontro decisivo lo fa al liceo,
quando – tramite il suo professore di lettere –
incomincia prima ad appassionarsi e poi a comporre
poesie e testi di canzoni. Ben presto deve lasciare la
scuola in seguito all’accusa di piccoli furti compiuti
nelle case di alcuni compagni benestanti; il padre
allora lo prende a lavorare con sé, anche se la
passione per la musica non lo abbandona. Nel 1940
si trasferisce a Parigi dove continua a coltivare il suo
amore per la poesia francese, pur lavorando
contemporaneamente come operaio. Nel 1942
decide di pubblicare a proprie spese le prime
raccolte poetiche; un anno dopo – a causa di un
decreto di lavoro del governo tedesco – deve
lavorare in un campo di lavoro vicino a Berlino.
Durante tutto questo periodo prosegue nella
scrittura delle canzoni, tra cui – per esempio –
Pauvre Martin. Nel 1944 - approfittando di una
licenza di quindici giorni – Brassens ritorna a Parigi,
dove si nasconde dai coniugi Jeanne e Marcel
Planche, a cui dedica canzoni come Jeanne, La cane
de Jeanne e Chanson pour l'Auvergnat. Nel 1947,
Brassens pubblica il suo primo romanzo, La lune
écoute aux portes e nello stesso anno scrive brani
come Brave Margot, La mauvaise réputation e Le
gorille, quest’ultimo boicottato dalla radio di Stato
per la sua opposizione contro la pena di morte.

�Pendant les années 1950, Brassens se produit dans
les cabarets parisiens, avec des résultats en réalité
pas très chanceux. En 1952, cependant, il parvient à
obtenir un engagement chez Chez Patachou, où la
propriétaire – Patachou elle-même – chante ses
chansons en le faisant connaître au grand public.
Brassens passe ensuite à interpréter ses chansons,
commençant à se faire connaître par ses textes qui
suscitent de nombreuses critiques. Patachou
présente alors Jacques Canetti, directeur artistique
de Polydor et propriétaire du cabaret Les Trois
Baudets. L’artiste réussit ainsi à enregistrer son
premier album – La mauvaise réputation – travail du
1953, qui obtient beaucoup de succès. L’année
suivante est le moment de Les amoureux des bancs
publics, suivi par Chanson pour l'auvergnat en 1955.
Tout en ralentissant ses engagements à cause de
problèmes de santé, il publie des disques presque
régulièrement : Le pornographe (1958), Le
mécréant (1960) et Les trompettes de la renommée
(1961), tandis que Supplique pour être enterré à la
plage de sète est du 1966. Il dit adieu aux scènes
assez tôt, en 1973, à cause de problèmes de santé
continuels, saluant les fans avec une tournée en
France et en Belgique et publiant l’avant-dernier
album, Fernande. En 1977 sort Don Juan, son
dernier travail. Il meurt le 29 octobre 1981.

Durante gli anni Cinquanta Brassens si esibisce nei
cabaret parigini, con esiti a dir la verità non molto
fortunati. Nel 1952, però, riesce a ottenere un
ingaggio presso Chez Patachou, dove la proprietaria
– la stessa Patachou –canta le se canzoni facendolo
conoscere al grande pubblico. Brassens passa poi a
interpretare le sue canzoni, cominciando a farsi
conoscere per i suoi testi che suscitano parecchie
critiche. Patachou presenta allora Jacques Canetti,
direttore artistico della Polydor e proprietario del
cabaret Les Trois Baudets. L’artista riesce così a
registrare il primo album – La mauvaise réputation
– lavoro del 1953, che ottiene molto successo.
L’anno successivo è la volta di Les amoureux des
bancs publics, a cui segue Chanson pour l'auvergnat
nel 1955. Pur rallentando gli impegni a causa di
alcuni problemi di salute, pubblica comunque dischi
quasi regolarmente: Le pornographe (1958), Le
mécréant (1960) e Les trompettes de la renommée
(1961), mentre Supplique pour être enterré á la
plage de sète è del 1966. Dice addio alle scene
piuttosto presto, nel 1973, a causa di continui
problemi di salute, salutando i fan con una tournée
in Francia e Belgio e pubblicando il penultimo disco,
Fernande. Nel 1977 esce invece Don Juan, il suo
ultimo lavoro. Muore il 29 ottobre 1981.

�LA TRAITRESSE 1 – L’INTRIGANTE
J'en appelle à la mort, je l'attends sans frayeur,
Je n'tiens plus à la vie, je cherche un fossoyeur
Qu'aurait une tombe à vendre à n'importe quel prix :
J'ai surpris ma maîtresse au bras de son mari
Ma maîtresse, la traîtresse 2 !

Ho invocato la morte, attendo senza paura,
Sto cercando un becchino che mi dia sepoltura,
Chiedo una tomba in vendita anche a un prezzo proibito:
La mia amante ho sorpreso in braccio a suo marito,
La mia amante, che intrigante!

J'croyais tenir l'amour au bout de mon harpon,
Mon p'tit drapeau flottait au cœur d'madame Dupont,
Mais tout est consommé : hier soir, au coin d'un bois
J'ai surpris ma maîtresse avec son mari, pouah!
Ma maîtresse, la traîtresse !

Credevo di tenerla agganciata al mio arpione,
La mia vela fluttuava nel suo piccolo cuore,
Ma iersera nel bosco finalmente ho capito:
La mia amante ho sorpreso in braccio a suo marito!
La mia amante, che intrigante!

Trouverais-je les noms, trouverais-je les mots
Pour noter d'infamie cet enfant de chameau?
Qu'a choisi son époux pour tromper son amant,
Qu'a conduit l'adultère à son point culminant?
Ma maîtresse, la traîtresse !

Troverò mai parole per spiegar la menzogna,
Per descrivere l’infamia della vile carogna
Che ha tradito l’amante col marito un bel giorno,
Portando l’adulterio al suo massimo, al colmo?
La mia amante, che intrigante!

Où donc avais-je les yeux? Quoi donc avais-je dedans?
Pour pas m'être aperçu depuis un certain temps
Que, quand elle m'embrassait, elle semblait moins goulue
Et faisait des enfants qui n'me ressemblaient plus.
Ma maîtresse, la traîtresse !

Dove guardavan gli occhi? Cosa avevo qui dentro?
Non eran più golosi i suoi baci da tempo
E, a pensarci bene, in mezzo a tutti i suoi figli
Non ce n’è neanche uno che un po’ mi somigli.
La mia amante, che intrigante!

Et pour bien m'enfoncer la corne dans le cœur,
Par un raffinement satanique, moqueur,
La perfide, à voix haute, a dit à mon endroit :
"Le plus cornard des deux n'est point celui qu'on croit."
Ma maîtresse, la traîtresse !

E per affondar bene le corna nel cuore,
Con che grazia satanica e infinito amore,
Quella perfida donna, sì crudele, mi ha detto:
“È tutto da vedere chi tra voi due è il più becco.”
La mia amante, che intrigante!

J'ai surpris les Dupont, ce couple de marauds,
En train d'recommencer leur hymen à zéro.
J'ai surpris ma maîtresse, équivoque, ambiguë,
En train d'intervertir l'ordre de ses cocus.
Ma maîtresse, la traîtresse !

Questa coppia di lari cercava, sleale,
Di ricondurre Imene in testa al corteo nuziale.
La mia amante ho sorpreso, che il cielo mi aiuti,
Cercar di invertire l’ordine dei suoi due cornuti.
La mia amante, che intrigante!

1

La traîtresse: canzone di Georges Brassens contenuta nell’album Le temps ne fait rien à l'affaire (“Il tempo non aiuta
per niente”), l'ottavo album del cantautore francese, pubblicato nel 1961.
2
Traîtresse: femminile di traître, ovvero “traditore”, per cui traîtresse, qui tradotto come “intrigante”, sarebbe in realtà
traducibile in italiano come “traditrice”, derivando infatti da traditor, sostantivo latino derivante dal verbo trado, il
quale, tra gli altri significati, ha quello di “abbandonare”.

�L’ORAGE 3 – IL TEMPORALE
Parlez-moi de la pluie et non pas du beau temps,
Le beau temps me dégoûte et m'fait grincer les dents,
Le bel azur me met en rage,
Car le plus grand amour qui m'fut donné sur terre
Je l'dois au mauvais temps, je l'dois à Jupiter 4,
Il me tomba d'un ciel d'orage.

Parla di temporali non di giorni splendenƟ,
Il bel tempo mi fa digrignare i denƟ,
Il cielo azzurro mi fa male,
Perché su questa terra il mio più grande amore
Io lo devo al maltempo, sia benedeƩo Giove,
Lo devo proprio al temporale.

Par un soir de novembre, à cheval sur les toits,
Un vrai tonnerre de Brest 5, avec des cris d'putois,
Allumait ses feux d'arƟĮce.
Bondissant de sa couche en costume de nuit,
Ma voisine aīolée vint cogner à mon huis
En réclamant mes bons oĸces.

A cavallo dei teƫ in novembre, una sera,
Un gran tuono di Brest, con voce baƩagliera,
Fece gran lampi, gran prodigi.
La mia bella vicina, impaurita e ormai smorta,
In camicia da noƩe sfondò quasi la porta
Chiedendo i miei buoni servigi.

"Je suis seule et j'ai peur, ouvrez-moi, par piƟé,
Mon époux vient d'parƟr faire son dur méƟer,
Pauvre malheureux mercenaire,
Contraint d'coucher dehors quand il fait mauvais temps,
Pour la bonne raison qu'il est représentant
D'une maison de paratonnerres".

“Sono sola e ho paura, aprimi, per pietà,
Mio marito non c’è, è in giro a lavorare,
Più sfortunato anche degli ulƟmi,
Deve starsene fuori quando il cielo è tonante,
Perché in poche parole egli è un rappresentante
Di una diƩa di parafulmini”.

En bénissant le nom de Benjamin Franklin,
Je l'ai mise en lieu sûr entre mes bras câlins
Et puis l'amour a fait le reste !
Toi qui sèmes des paratonnerres à foison
Que n'en as-tu planté sur ta propre maison !
Erreur, on ne peut plus funeste.

Signor Benjamin Franklin, sia lodato il tuo nome,
L’ho presa tra le mie accoglienƟ braccia, eccome,
E poi l’amore ha faƩo il resto!
Tu che semini tanƟ parafulmini altrove
Sul tuo teƩo non c’è, è questo un grave errore!
Non potrebbe essere più funesto.

Quand Jupiter alla se faire entendre ailleurs,
La belle, ayant enĮn conjuré sa frayeur,
Et recouvré tout son courage,
Rentra dans ses foyers faire sécher son mari
En m'donnant rendez-vous les jours d'intempérie,
Rendez-vous au prochain orage.

Quando inĮne il dio Giove esaurì il suo furore,
La mia bella, ormai salva, senza più Ɵmore,
Trovò la calma abituale,
E tornò alle sue stanze ad asciugare il marito
Dandomi appuntamento al prossimo vagito
Di un imminente temporale.

À parƟr de ce jour j'n'ai plus baissé les yeux,
J'ai consacré mon temps à contempler les cieux,
À regarder passer les nues,
À gueƩer les stratus, à lorgner les nimbus,
À faire les yeux doux aux moindres cumulus,
Mais elle n'est pas revenue.

Da quel giorno con gli occhi scruto sempre più aƩento,
La mia vita è un vagliare sempre il Įrmamento,
Ed osservar le nubi in cielo,
Sorvegliare i nembi, valutarne gli straƟ,
Fare gli occhi dolcia quelli più arrabbiaƟ,
Ma a niente è valso questo zelo.

Son bonhomme de mari avait tant fait d'aīaires,
Tant vendu ce soir-là de peƟts bouts de fer,
Qu'il était devenu millionnaire,
Et l'avait emmenée vers des cieux toujours bleus
Des pays imbéciles, où jamais il ne pleut,
Où l'on ne sait rien du tonnerre.

Quel marito, buonuomo, alzando un tanƟno i prezzi,
Quella sera vendeƩe così tanƟ aƩrezzi
Da diventare milionario,
E così la portò verso quei cieli blu
Dei paesi imbecilli, non piove laggiù,
Non ci son tuoni in calendario.

Dieu fasse que ma complainte aille, tambour baƩant,
Lui parler de la pluie, lui parler du gros temps
Auxquels on a tenu tête ensemble,
Lui conter qu'un certain coup de foudre assassin
Dans le mille de mon cœur a laissé le dessin
D'une peƟte Ňeur qui lui ressemble.

Voglia Dio i miei lamenƟ, come un grande tamburo,
Le rammenƟno quel piovoso giorno scuro
Che abbiam tenuto per la briglia,
Le racconƟno di una saeƩa sicura
Che ha centrato il mio cuore, gli ha impresso la Įgura
Di un Įore che le rassomiglia.

3

L’orage: canzone scritta e cantata da Georges Brassens nel 1960, pubblicata nel seƫmo album del cantautore francese,
uscito nel marzo del 1960 e inƟtolato Les Funérailles d’antan (“I Funerali di un tempo”).
4
Jupiter: è qui citato Giove, dio supremo – cioè il re di tuƫ gli dèi – della religione romana e italica, i cui simboli sono
proprio il fulmine e il tuono, elemenƟ portanƟ di questa canzone di Brassens.
5
Brest: ciƩà portuale della Bretagna, nella Francia nord-occidentale.

�HÉCATOMBE 6 – ECATOMBE

6

Au marché de Brive-la-Gaillarde 7,
A propos de boƩes d'oignons,
Quelques douzaines de gaillardes
Se crêpaient un jour le chignon.
A pied, à cheval, en voiture,
Les gendarmes, mal inspirés,
Vinrent pour tenter l'aventure
D'interrompre l'échauīourée.

Al mercato di Porta Palazzo,
Per una storia di ravanelli,
Qualche dozzina di gagliarde
Si pigliava per i capelli.
Ai gendarmi a piedi, a cavallo,
Persino a quelli in camioneƩa,
Saltò su il Ɵcchio in sedare
Quel taīeruglio in tuƩa freƩa.

Or, sous tous les cieux sans vergogne,
C'est un usage bien établi,
Dès qu'il s'agit d'rosser les cognes
Tout l'monde se réconcilié.
Ces furies, perdant tout' mesure,
Se ruèrent sur les guignols,
Et donnèrent, je vous l'assure,
Un spectacle assez croquignol.

Ma si sa, in ogni parte del mondo,
C’è quest’usanza di grande eīeƩo,
Se c’è da menare i gendarmi
Tuƫ quanƟ vanno a bracceƩo.
Così le donne infuriate, vi giuro,
Si scagliaron sui polizioƫ,
E regalaron, vi assicuro,
Uno speƩacolo da rifarsi gli occhi.

En voyant ces braves pandores
Être à deux doigts de succomber,
Moi, j'bichais, car je les adore
Sous la forme de macchabés.
De la mansarde où je réside,
J'excitais les farouches bras
Des mégères gendarmicides,
En criant: "Hip, hip, hip, hourra!"

Nel vedere tuƫ quei piedipiaƫ
A due passi dalla disfaƩa,
Me ne rallegro, li amo infaƫ
Se qualcuno un po’ li maltraƩa.
Dai balconi c’è chi se la ride,
Un grido forte si alza già:
“Per le megere gendarmicide,
evviva, evviva, Hip, hip, urrà!”

FrénéƟque l'une d'elles aƩache
Le vieux maréchal des logis,
Et lui fait crier: "Mort aux vaches!
Mort aux lois! Vive l'anarchie!"
Une autre fourre avec rudesse
Le crâne d'un de ces lourdauds
Entre ses gigantesques fesses
Qu'elle serre comme un étau.

Una si avventa, senza riguardi,
Su un maresciallo di fanteria,
Gli fa gridar: “Morte ai gendarmi!”
Gli fa gridar: “Viva l’anarchia!”
Un’altra inĮůa nella soƩoveste
La testa di uno con brutalità,
Tra le sue chiappe gigantesche
Stringendo forte senza pietà.

La plus grasse de ces femelles,
Ouvrant son corsage dilaté,
Matraque à grands coups de mamelles
Ceux qui passent à sa portée.
Ils tombent, tombent, tombent, tombent,
Et, selon les avis compétents,
Il paraît que ceƩe hécatombe
Fut la plus belle de tous les temps.

La più grassa delle donzelle,
Col reggipeƩo già slacciato,
Mena a gran colpi di mammelle
Quelli che le passano a lato.
Uno per uno stramazzano a terra,
Chi se ne intende ve lo dirà,
Questa ecatombe fu la più bella
Di cui si abbia memoria in ciƩà.

Jugeant enĮn que leurs vicƟmes
Avaient eu leur content de gnons,
Ces furies, comme outrage ulƟme,
En retournant à leurs oignons,
Ces furies, à peine si j'ose
Le dire, tellement c'est bas,
Leur auraient même coupé les choses:
Par bonheur ils n'en avaient pas!
Leur auraient même coupé les choses:
Par bonheur ils n'en avaient pas!

Giudicando inĮne il pestaggio
Suĸciente per quei pivelli,
Le donne, come ulƟmo oltraggio,
Ritornarono ai ravanelli.
Queste furie, queste ribalde,
Quasi non oso dirvelo qua,
Volevan tagliargli le palle:
Per fortuna non le avevan già!
Volevan tagliargli le palle:
Per fortuna non le avevan già!

Hécatombe: canzone di Georges Brassens inizialmente pubblicata su 78 giri nel 1952, poi inserita nell’album La
Mauvaise RéputaƟon (“La Caƫva Reputazione”), il primo 33 giri del cantautore francese, uscito nel novembre del 1952.
7
Brive-la-Gaillarde: comune francese del diparƟmento della Corrèze, nella regione Nuova Aquitania.

�CELUI QUI A MAL TOURNÉ8 – QUELLO CHE DIEDE DI MATTO

8

Il y avait des temps et des temps,
Qu'je n'm'étais pas servi d'mes dents,
Qu'je n'mettais pas d'vin dans mon eau,
Ni de charbon dans mon fourneau.
Tous les croque-morts, silencieux,
Me dévoraient déjà des yeux :
Ma dernière heure allait sonner…
C'est alors que j'ai mal tourné.

Furon tempi, ben tristi tempi,
Da non metter niente tra i denti,
Nell’acqua neanche un po’ di vino,
Né carbone nel mio camino.
Tutti i becchini dentro ai cappotti,
Mi divoravano con gli occhi:
E suonava già la mia ora…
Cominciai a dar di matto allora.

N'y allant pas par quatre chemins,
J'estourbis en un tournemain,
En un coup de bûche excessif,
Un noctambule en or massif.
Les chats fourrés, quand ils l'ont su,
M'ont posé la patte dessus,
Pour m'envoyer à la Santé
Me refaire une honnêteté.

Senza andar per i quattro cantoni,
Ho atterrato, messo bocconi,
Con un colpo un po’ troppo duro,
Un nottambulo in oro puro.
Giudici attenti alla notizia,
Mi hanno accolto con gran letizia,
Mi mandaron dritto in prigione
A rifarmi una reputazione.

Machin, Chose, Un tel, Une telle
Tous ceux du commun des mortels,
Furent d'avis que j'aurais dû
En bonne justice être pendu
À la lanterne et sur-le-champ
Y s'voyaient déjà partageant.
Ma corde, en tout bien, tout honneur
En guise de porte-bonheur.

Tizio, Caio, persone normali,
Tutti solo comuni mortali,
Eran d’avviso che dovevo
Senza dubbio finire appeso
Ad un lampione, seduta stante,
E l’immagine era lampante.
Si vedevano già spartire
La mia corda come monile.

Au bout d'un siècle, on m'a jeté
À la porte de la Santé 9.
Comme je suis sentimental
Je retourne au quartier natal,
Baissant le nez, rasant les murs,
Mal à l'aise sur mes fémurs,
M'attendant à voir les humains
Se détourner de mon chemin.

Dopo un secolo di detenzione,
Mi han cacciato dalla prigione,
E, poiché son sentimentale,
Tornai al mio quartier natale,
Rasente i muri, con gli occhi bassi
Ed un po’ incerto sui miei passi,
Con l’idea che nella borgata
Al vedermi cambiassero strada.

Y en a un qui m'a dit "salut!"
"Te revoir, on n'y comptait plus"
Y en a un qui m'a demandé
Des nouvelles de ma santé.
Lors, j'ai vu qu'il restait encore
Du monde et du beau monde sur terre,
Et j'ai pleuré, le cul par terre,
Toutes les larmes de mon corps.

Poi qualcuno mi ha detto: “Buongiorno,
Speravamo nel tuo ritorno”
Ed un altro si è interessato
Sul come mi avevan trattato.
Coì, ad un tratto, mi sono accorto
Che c’è ancora bontà nel mondo,
E, in ginocchio, stupito, ho pianto
Lacrime d’incanto.

Celui qui a mal tourné: canzone di Georges Brassens pubblicata nel quinto album del cantautore francese, intitolato
Oncle Archibald (“Zio Arcibaldo”) e pubblicato nel 1957.
9
Nel testo originale in francese («on m'a jeté à la porte de la Santé», in italiano “mi hanno cacciato dalla Santé”) Georges
Brassens cita molto probabilmente il carcere de La Santé (in francese Maison d'arrêt de la Santé), una prigione – una
delle più famose prigioni francesi e una delle tre principali prigioni della regione parigina – gestita dal Ministero della
giustizia che si trova nella parte orientale del quartiere di Montparnasse nel XIV arrondissement di Parigi.

�L’AMANDIER 10 – IL MANDORLETO
J'avais le plus bel amandier du quartier,
J'avais le plus bel amandier du quartier,
Et, pour la bouche gourmande
Des filles du monde entier,
J'faisais pousser des amandes :
Le beau, le joli métier !

Avevo il più bel mandorleto del paese,
Avevo il più bel mandorleto del paese,
E per le bocche golose
Coltivavo i suoi bei doni,
Per le belle e le graziose:
Per le gran soddisfazioni!

Un écureuil en jupon dans un bond,
Un écureuil en jupon dans un bond,
Vint me dire "Je suis gourmande,
Et mes lèvres sentent bon
Et, si tu me donnes une amande,
J'te donne un baiser fripon"

Una scogliattolina scalza con un balzo,
Una scogliattolina scalza con un balzo,
Venne a dirmi: “Son golosa,
Se una mandorla mi dai,
Le mie labbra san di rosa
E baciarle tu potrai!”

"Grimpe aussi haut que tu veux, que tu peux,
Grimpe aussi haut que tu veux, que tu peux,
Et tu croques, et tu picores,
Puis tu grignotes, et puis tu
Redescends plus vite encore,
Me donner le baiser dû !"

“Sali più in alto che puoi, se lo vuoi,
Sali più in alto che puoi, se lo vuoi,
Poi rosicchia, e mangia allora
Tutto ciò che riuscirai,
Scendi giù più in fretta ancora
E quel bacio mi darai!”

Quand la belle eut tout rongé, tout mangé…
Quand la belle eut tout rongé, tout mangé…
"Je te paierai, me dit-elle
À pleine bouche, quand les
Nigauds seront pourvus d'ailes
Et que tu sauras voler !"

Quando tutto fu mangiato, rosicchiato…
Quando tutto fu mangiato, rosicchiato…
Lei mi disse a bocca piena:
“Ti pagherò allorquando e se
Spunteranno sulla schiena
Le ali ai gonzi come te!”

"Monte m'embrasser si tu veux, si tu peux…
Monte m'embrasser si tu veux, si tu peux…
Mais dis-toi que, si tu tombes,
J'n'aurais pas la larme à l'œil,
Dis-toi que, si tu succombes,
Je n'porterai pas le deuil !"

“Vieni a prender qui tra i rami ciò che brami…
Vieni a prender qui tra i rami ciò che brami…
Ma, se cadi stramazzato,
Io per te non piangerò,
E, se crepi, al tuo commiato,
Fiori non ne porterò!”

Les avait, bien entendu, toutes mordues,
Les avait, bien entendu, toutes mordues,
Toutes grignotées, mes amandes,
Ma récolte était perdue,
Mais sa jolie bouche gourmande
En baisers m'a tout rendu !

Beninteso, erano tutte ormai distrutte,
Beninteso, erano tutte ormai distrutte,
Le mie mandorle gustose,
Il raccolto disatteso,
Ma la bocca sua golosa
Con un bacio me l’ha reso!

Et la fête dura tant que le beau temps,
Et la fête dura tant que le beau temps,
Mais vint l'automne, et la foudre,
Et la pluie, et les autans
Ont changé mon arbre en poudre…
Et mon amour en même temps !

E la festa durò quanto il bel tempo,
E la festa durò quanto il bel tempo,
Ma l’autunno era alle porte,
Vento, pioggia e gran furore
Mandò i mandorli alla morte…
E svanì così il mio amore!

10

L’amandier: canzone di Georges Brassens pubblicata nell’album del 1957 intitolato Oncle Archibald, che tuttavia fa la
sua prima apparizione nel film Porte des Lilas (“Quartiere dei Lillà”). Questo film del 1957, ispirato al romanzo La grande
ceinture (“La grande cintura”) di Renè Fallet – amico di Brassens –, fu diretto da René Clair, con la presenza di Pierre
Brasseur, Henri Vidal e, per l’appunto, Georges Brassens – che propone qui la sua unica interpretazione cinematografica.

�LE TEMPS NE FAIT RIEN À L’AFFAIRE11 – NON È L’ETÀ A CONTARE
Quand ils sont tout neufs
Qu'ils sortent de l'œuf,
Du cocon,
Tous les jeunes blancs-becs
Prennent les vieux mecs
Pour des cons.
Quand ils sont d'venus,
Des têtes chenues,
Des grisons,
Tous les vieux fourneaux
Prennent les jeunots
Pour des cons.

Quando tuƫ nuovi
Rompono l’uovo,
Un po’ testoni,
Tuƫ ‘sƟ polleƫ
Prendono i vecchi
Per coglioni.
Quando poi ingrigiƟ,
Ben stagionaƟ,
Brontoloni,
Tuƫ ‘sƟ vecchiacci
Danno ai ragazzi
Dei coglioni.

Moi, qui balance entre deux âges,
J'leur adresse à tous un message :
Le temps ne fait rien à l'aīaire 12 !
Quand on est con, on est con.
Qu'on ait vingt ans, qu'on soit grand-père,
Quand on est con, on est con.
Entre vous, plus de controverses,
Cons caducs ou cons débutants,
PeƟts cons d'la dernière averse,
Vieux cons des neiges d'antan.
PeƟts cons d'la dernière averse,
Vieux cons des neiges d'antan.

Io, che tra le due età mi aīaccio,
Vorrei mandargli un bel messaggio:
Non è l’età a contar, magari!
Se si è coglioni, si è coglioni.
Si può esser ventenni, oƩuagenari,
Se si è coglioni, si è coglioni.
Tra voi un liƟgio mai più accada,
Coglioni anƟchi oppure bebè,
Coglioni dell’ulƟma rugiada,
Matusa come Noè.
Coglioni dell’ulƟma rugiada,
Matusa come Noè.

Vous, les cons naissants,
Les cons innocents,
Les jeunes cons,
Qui, n'le niez pas,
Prenez les papas
Pour des cons…
Vous, les cons âgés,
Les cons usagés,
Les vieux cons,
Qui, confessez-le,
Prenez les p'Ɵts bleus
Pour des cons…

Voi, trombeƩe neonate,
Belle inĮoccheƩate,
Che, in libertà,
Date dei coglioni
A generazioni
Di papà…
Voi tromboni antenaƟ
Già ben consumanƟ,
AvanƟ d’età,
Che date dei coglioni
A tuƫ i guaglioni
In verde età…

Méditez l'imparƟal message
D'un qui balance entre deux âges :
Le temps ne fait rien à l'aīaire !
Quand on est con, on est con.
Qu'on ait vingt ans, qu'on soit grand-père,
Quand on est con, on est con.
Entre vous, plus de controverses,
Cons caducs ou cons débutants,
PeƟts cons d'la dernière averse,
Vieux cons des neiges d'antan.
PeƟts cons d'la dernière averse,
Vieux cons des neiges d'antan.

Prestate orecchio aƩentamente
Al mio messaggio assai eloquente:
Non è l’età a contar, magari!
Se si è coglioni, si è coglioni.
Si può esser ventenni, oƩuagenari,
Se si è coglioni, si è coglioni.
Tra voi un liƟgio mai più accada,
Coglioni anƟchi oppure bebè,
Coglioni dell’ulƟma rugiada,
Matusa come Noè.
Coglioni dell’ulƟma rugiada,
Matusa come Noè.

11

Le temps ne fait rien à l’aīaire: canzone di Georges Brassens in cui il cantautore è accompagnato da Pierre Nicolas
al contrabbasso, registrata tra il 23 e il 24 oƩobre 1961 e pubblicata per la prima volta nell’oƩavo album del cantautore
francese, pubblicato nel novembre del 1961 senza un vero e proprio Ɵtolo, poi successivamente idenƟĮcato per mezzo
della prima canzone del disco, che ne ha dato il nome: Le temps ne fait rien à l’aīaire.
12
Le temps ne fait rien à l’aīaire: espressione già uƟlizzata da Molière nel suo Misanthrope (“Il Misantropo”),
commedia in cinque aƫ rappresentata per la prima volta al Palais-Royal il 4 giugno 1666, ormai divenuta un proverbio
che si dice quando qualcuno crede con innocenza che il tempo cancellerà le avversità, per cui potrebbe essere tradoƩa
in italiano in diversi modi: qui viene proposta una traduzione parƟcolare che rispeƩa gli adaƩamenƟ proposƟ da Ivan
Appino; tuƩavia, la frase potrebbe essere tradoƩa anche come “il tempo non aiuta per niente”.

�JE ME SUIS FAIT TOUT PETIT13 – LA BAMBOLA
Je n'avais jamais ôté mon chapeau
Devant personne,
Maintenant je rampe et je fais le beau
Quand elle me sonne.
J'étais chien méchant, elle me fait manger
Dans sa menoƩe.
J'avais des dents d'loup, je les ai changées
Pour des quenoƩes !

Non mi sono tolto il cappello mai
Per una dama,
Ma ora striscio quieto ai suoi piedi ormai
Quando mi chiama.
Ero can randagio, lei mi ha imboccato
Come un bambino.
I miei denƟ da lupo ho baraƩato
Per denƟ da cagnolino!

Je m'suis fait tout peƟt devant une poupée
Qui ferme les yeux quand on la couche.
Je m'suis fait tout peƟt devant une poupée
Qui fait "Maman" quand on la touche.

Mi son faƩo piccolo per una bambola
Che se la meƫ giù chiude gli occhi.
Mi sono faƩo piccolo per una bambola
Che dice “Mamma” appena la tocchi.

J'étais dur à cuire, elle m'a converƟ,
La Įne mouche,
Et je suis tombé tout chaud, tout rôƟ,
Contre sa bouche,
Qui a des dents de lait quand elle sourit
Quand elle chante,
Et des dents de loup quand elle est furie
Qu'elle est méchante.

Ero un osso duro, mi ha converƟto,
La volpacchioƩa,
E sono cascato, coƩo bollito,
Sulla sua bocca,
Che ha denƟ da laƩe quand’è gioiosa
E quando canta,
E denƟ aĸůaƟ quand’è furiosa
E me la canta.

Je m'suis fait tout peƟt devant une poupée
Qui ferme les yeux quand on la couche.
Je m'suis fait tout peƟt devant une poupée
Qui fait "Maman" quand on la touche.

Mi son faƩo piccolo per una bambola
Che se la meƫ giù chiude gli occhi.
Mi sono faƩo piccolo per una bambola
Che dice “Mamma” appena la tocchi.

Je subis sa loi, je Įůe tout doux
Sous son empire,
Bien qu'elle soit jalouse au-delà de tout
Et même pire.
Une jolie pervenche qui m'avait paru
Plus jolie qu'elle,
Une jolie pervenche un jour en mourut
À coup d'ombrelle.

SoƩo la sua legge e a ogni suo comando
Sono agnellino,
Sempre più gelosa, anche allorquando
Le sto vicino.
Una rosa che un dì mi era sembrata
Un Įore più bello,
Quella rosa un giorno è morta ammazzata
A colpi d’ombrello.

Je m'suis fait tout peƟt devant une poupée
Qui ferme les yeux quand on la couche.
Je m'suis fait tout peƟt devant une poupée
Qui fait "Maman" quand on la touche.

Mi son faƩo piccolo per una bambola
Che se la meƫ giù chiude gli occhi.
Mi sono faƩo piccolo per una bambola
Che dice “Mamma” appena la tocchi.

Tous les somnambules,
Tous les mages m'ont dit sans malice,
Qu'en ses bras en croix
Je subirais mon dernier supplice.
Il en est de pires il en est d'meilleures,
Mais, à tout prendre,
Qu'on se pende ici, qu'on se pende ailleurs,
S'il faut se pendre

Maghi e cartomanƟ mi han deƩo che,
Senza dar giudizio,
Lì tra le sue braccia troverò, altroché,
Il mio supplizio.
C’è sorte peggiore, ce n’è di migliore,
Ma, se sarà gogna,
Ci si impicchi qui o ci si impicchi altrove,
Se proprio bisogna.

Je m'suis fait tout peƟt devant une poupée
Qui ferme les yeux quand on la touche.
Je m'suis fait tout peƟt devant une poupée
Qui fait "Maman" quand on la touche.

Mi son faƩo piccolo per una bambola
Che se la meƫ giù chiude gli occhi.
Mi sono faƩo piccolo per una bambola
Che dice “Mamma” appena la tocchi.

13
Je me suis fait tout peƟt: canzone di Georges Brassens pubblicata per la prima volta nell’album uscito nel marzo del
1956. Quarto album del cantautore francese è stato pubblicato senza un vero e proprio Ɵtolo per cui verrà in seguito
idenƟĮcato col nome della prima canzone: Je me suis fait tout peƟt (“Mi sono faƩo piccolo piccolo”).

�MARINETTE 14
Quand j'ai couru chanter ma peƟte chanson pour MarineƩe,
La belle, la traîtresse était allée à l'opéra…
Avec ma peƟte chanson, j'avais l'air d'un con, ma mère,
Avec ma peƟte chanson, j'avais l'air d'un con.

Quando son corso con la mia canzone da MarineƩe,
La bella traditrice, all’opera era andata già…
Lì con la mia canzoneƩa, parevo un babbeo, davvero,
Lì con la mia canzoneƩa, parevo un babbeo.

Quand j'ai couru porter mon pot de moutarde à MarineƩe,
La belle, la traîtresse avait déjà Įni d'dîner…
Avec mon peƟt pot, j'avais l'air d'un con, ma mère,
Avec mon peƟt pot, j'avais l'air d'un con.

Quando son corso per portar la salsa a MarineƩe,
La bella traditrice aveva desinato già…
Lì con la mia salsa in mano, parevo un babbeo, davvero,
Lì con la mia salsa in mano, parevo un babbeo.

Quand j'oīris pour étrenne une bicycleƩe à MarineƩe,
La belle, la traîtresse avait acheté une auto…
Avec mon peƟt vélo, j'avais l'air d'un con, ma mère,
Avec mon peƟt vélo, j'avais l'air d'un con.

Quando volli donar la bicicleƩa a MarineƩe,
La bella, un’automobile si era comprata già…
Lì con la mia bicicleƩa, parevo un babbeo, davvero,
Lì con la mia bicicleƩa, parevo un babbeo.

Quand j'ai couru tout chose au rendez-vous de MarineƩe,
La belle disait "je t'adore" à un sale type qui l'embrassait…
Avec mon bouquet d'Ňeurs, j'avais l'air d'un con, ma mère,
Avec mon bouquet d'Ňeurs, j'avais l'air d'un con.

Quando son corso ad un appuntamento con MarineƩe,
La bella, tra le braccia di quell’altro stava già…
Lì col mio mazzo di Įori, parevo un babbeo, davvero,
Lì col mio mazzo di Įori, parevo un babbeo.

Quand j'ai couru brûler la peƟte cervelle à MarineƩe,
La belle était déjà morte d'un rhume mal placé…
Avec mon revolver, j'avais l'air d'un con, ma mère,
Avec mon revolver, j'avais l'air d'un con.

Quando son corso a far saltare la testa a MarineƩe,
La bella, stava già morta stecchita sul sofà…
Lì con la pistola in mano, parevo un babbeo, davvero,
Lì con la pistola in mano, parevo un babbeo.

Quand j'ai couru lugubre à l'enterrement de MarineƩe 15,
La belle, la traîtresse était déjà ressuscitée…
Avec ma peƟte couronne, j'avais l'air d'un con, ma mère,
Avec ma peƟte couronne, j'avais l'air d'un con.

Quando son corso triste al funerale di MarineƩe,
la bella traditrice, era resuscitata già…
Lì con la corona in mano, parevo un babbeo, davvero,
Lì con la corona in mano, parevo un babbeo.

14

MarineƩe: canzone di Georges Brassens pubblicata per la prima volta nell’album uscito nel marzo del 1956 ricordato
con il Ɵtolo: Je me suis fait tout peƟt.
15
MarineƩe: L'origine di questo nome non è nota con precisione: il nome MarineƩe potrebbe, infaƫ, avere per origine
il nome Maria - per cui MarineƩe avrebbe il signiĮcato di “piccola Maria” -, nome che potrebbe derivare dal corrispeƫvo
nome di origine ebraica con il signiĮcato di “colei che alleva”, anche se potrebbe derivare anche dall'ebraico mar “goccia
d'acqua” e yam “mare”, o ancora dell'ebraico Miriam, “colei che è amata”; tuƩavia, il nome MarieƩe potrebbe anche
avere per origine il laƟno marinus, ovvero “marino, del mare”. Quello che si sa per certo è che all'inizio del XXI secolo,
MarineƩe è un nome uƟlizzato come diminuƟvo di Maria, ma anche come diminuƟvo del nome Marina – faƩo che
sembra rendere possibili le diverse derivazioni eƟmologiche –, divenendo poi in alcuni luoghi – in parƟcolare in Québec
– un nome a pieno Ɵtolo.

�LE GORILLE 16 – IL GORILLA 17
C'est à travers de larges grilles
Que les femelles du canton
Contemplaient un puissant gorille
Sans souci du qu'en-dira-t-on
Avec impudeur, ces commères
Lorgnaient même un endroit précis
Que, rigoureusement, ma mère
M'a défendu d'nommer ici
Gare au gorille!

Sulla piazza d'una città
La gente guardava con ammirazione
Un gorilla portato là
Dagli zingari di un baraccone
Con poco senso del pudore
Le comari di quel rione
Contemplavano l'animale
Non dico come, non dico dove
Attenti al gorilla!

Tout à coup la prison bien close
Où vivait le bel animal
S'ouvre, on n'sait pourquoi, je suppose
Qu'on avait dû la fermer mal
Le singe, en sortant de sa cage
Dit "c'est aujourd'hui que j'le perds!"
Il parlait de son pucelage
Vous aviez deviné, j'espère!
Gare au gorille!

D'improvviso la grossa gabbia
Dove viveva l'animale
S'aprì di schianto non so perché
Forse l'avevano chiusa male
La bestia uscendo fuori di là
Disse "quest'oggi me la levo"
Parlava della verginità
Di cui ancora viveva schiavo
Attenti al gorilla!

L'patron de la ménagerie
Criait, éperdu "nom de nom!
C'est assommant, car le gorille
N'a jamais connu de guenon!"
Dès que la féminine engeance
Sut que le singe était puceau
Au lieu de profiter de la chance
Elle fit feu des deux fuseaux!
Gare au gorille!

Il padrone si mise a urlare
"Il mio gorilla, fate attenzione
Non ha veduto mai una scimmia
Potrebbe fare confusione"
Tutti i presenti a questo punto
Fuggirono in ogni direzione
Anche le donne dimostrando
La differenza fra idea e azione
Attenti al gorilla!

Celles-là même qui, naguère
Le couvaient d'un œil décidé
Fuirent, prouvant qu'elles n'avaient guère
De la suite dans les idées
D'autant plus vaine était leur crainte
Que le gorille est un luron
Supérieur à l'homme dans l'étreinte
Bien des femmes vous le diront!
Gare au gorille!

[Proprio quelle stesse che poco prima
Lo covavan con occhi vogliosi
Scapparono, dimostrando così
Di non avere idee coerenti
Ancor più vano era il loro timore
In quanto il gorilla è ben gagliardo
Superiore all'uomo nell'amplesso
Diverse donne ve lo diranno
Attenti al gorilla!]

16

Le Gorille: canzone del 1952 di Georges Brassens pubblicata nell'album intitolato La Mauvaise Réputation,
successivamente pubblicato anche come singolo insieme al brano La Chasse Aux Papillons, anch’esso pubblicato una
prima volta nell’album del 1952.
17
Il Gorilla: la canzone di Georges Brassens è qui affiancata dal testo della canzone di Fabrizio De André intitolata Il
Gorilla. Questo perché Il Gorilla, come anche il brano intitolato Nell'acqua della chiara fontana, pubblicate insieme su
un 45 giri nel 1968, poco dopo l'uscita dell'album Volume III, da cui entrambi i brani sono tratti, riprendono brani di
Georges Brassens, essendo le traduzioni rispettivamente da Le gorille e Dans l'eau de la claire fontaine (brano musicale
– che riprende il tema della canzone popolare À la claire fontaine – scritto e composto nel 1961, pubblicato la prima
volta nell’album Le temps ne fait rien à l'affaire).
La canzone di Fabrizio De André è quindi qui proposta come traduzione del brano di Brassens, anche se nella versione
italiana è assente una strofa invece presente nella canzone francese, per cui è stata qui proposta una traduzione
letterale ad uso del lettore.

�Tout le monde se précipite
Hors d'atteinte du singe en rut
Sauf une vieille décrépite
Et un jeune juge en bois brut
Voyant que toutes se dérobent
Le quadrumane accéléra
Son dandinement vers les robes
De la vieille et du magistrat!
Gare au gorille!

Tutta la gente corre di fretta
Di qui e di là con grande foga
Si attardano solo una vecchietta
E un giovane giudice con la toga
Visto che gli altri avevan squagliato
Il quadrumane accelerò
E sulla vecchia e sul magistrato
Con quattro salti si portò
Attenti al gorilla!

"Bah! soupirait la centenaire
Qu'on pût encore me désirer
Ce serait extraordinaire
Et, pour tout dire, inespéré!"
Le juge pensait, impassible
"Qu'on me prenne pour une guenon
C'est complètement impossible"
La suite lui prouva que non!
Gare au gorille!

"Bah", sospirò pensando la vecchia
"Ch'io fossi ancora desiderata
Sarebbe cosa alquanto strana
E più che altro non sperata"
"Che mi si prenda per una scimmia"
Pensava il giudice col fiato corto
"Non è possibile, questo è sicuro"
Il seguito prova che aveva torto
Attenti al gorilla!

Supposez que l'un de vous puisse être
Comme le singe, obligé de
Violer un juge ou une ancêtre
Lequel choisirait-il des deux?
Qu'une alternative pareille
Un de ces quatre jours, m'échoie
C'est, j'en suis convaincu, la vieille
Qui sera l'objet de mon choix!
Gare au gorille!

Se qualcuno di voi dovesse
Costretto con le spalle al muro,
Violare un giudice od una vecchia
Della sua scelta sarei sicuro
Ma si dà il caso che il gorilla
Considerato un grandioso fusto
Da chi l'ha provato però non brilla
Né per lo spirito né per il gusto
Attenti al gorilla!

Mais, par malheur, si le gorille
Aux jeux de l'amour vaut son prix
On sait qu'en revanche il ne brille
Ni par le goût ni par l'esprit
Lors, au lieu d'opter pour la vieille
Comme l'aurait fait n'importe qui
Il saisit le juge à l'oreille
Et l'entraîna dans un maquis!
Gare au gorille!

Infatti lui, sdegnata la vecchia
Si dirige sul magistrato
Lo acchiappa forte per un'orecchia
E lo trascina in mezzo ad un prato
Quello che avvenne fra l'erba alta
Non posso dirlo per intero
Ma lo spettacolo fu avvincente
E lo "suspence" ci fu davvero
Attenti al gorilla!

La suite serait délectable
Malheureusement, je ne peux
Pas la dire, et c'est regrettable
Ça nous aurait fait rire un peu
Car le juge, au moment suprême
Criait "maman!", pleurait beaucoup
Comme l'homme auquel, le jour même
Il avait fait trancher le cou
Gare au gorille!

Dirò soltanto che sul più bello
Dello spiacevole e cupo dramma
Piangeva il giudice come un vitello
Negli intervalli gridava mamma
Gridava mamma come quel tale
Cui il giorno prima come ad un pollo
Con una sentenza un po' originale
Aveva fatto tagliare il collo
Attenti al gorilla!

�LES PASSANTES 18 – LE PASSANTI 19
Je veux dédier ce poème
À toutes les femmes qu'on aime
Pendant quelques instants secrets
À celles qu'on connaît à peine
Qu'un desƟn diīérent entraîne
Et qu'on ne retrouve jamais

Io dedico questa canzone
Ad ogni donna pensata come amore
In un aƫmo di libertà
A quella conosciuta appena
Non c'era tempo e valeva la pena
Di perderci un secolo in più

À celle qu'on voit apparaître
Une seconde à sa fenêtre
Et qui, preste, s'évanouit
Mais dont la svelte silhoueƩe
Est si gracieuse et ŇueƩe
Qu'on en demeure épanoui

A quella quasi da immaginare
Tanto di freƩa l'hai vista passare
Dal balcone a un segreto più in là
E Ɵ piace ricordarne il sorriso
Che non Ɵ ha faƩo e che tu le hai deciso
In un vuoto di felicità

À la compagne de voyage
Dont les yeux, charmant paysage
Font paraître court le chemin
Qu'on est seul, peut-être, à comprendre
Et qu'on laisse pourtant descendre
Sans avoir eŋeuré la main

Alla compagna di viaggio
I suoi occhi il più bel paesaggio
Fan sembrare più corto il cammino
E magari sei l'unico a capirla
E la fai scendere senza seguirla
Senza averle sĮorato la mano

À celles qui sont déjà prises
Et qui, vivant des heures grises
Près d'un être trop diīérent
Vous ont, inuƟůe folie
Laissé voir la mélancolie
D'un avenir désespérant

A quelle che sono già prese
E che vivendo delle ore deluse
Con un uomo ormai troppo cambiato
Ti hanno lasciato, inuƟůe pazzia
Vedere il fondo della malinconia
Di un avvenire disperato

Chères images aperçues
Espérances d'un jour déçues
Vous serez dans l'oubli demain
Pour peu que le bonheur survienne
Il est rare qu'on se souvienne
Des épisodes du chemin

Immagini care per qualche istante
Sarete presto una folla distante
Scavalcate da un ricordo più vicino
Per poco che la felicità ritorni
È molto raro che ci si ricordi
Degli episodi del cammino

Mais si l'on a manqué sa vie
On songe avec un peu d'envie
À tous ces bonheurs entrevus
Aux baisers qu'on n'osa pas prendre
Aux cœurs qui doivent vous aƩendre
Aux yeux qu'on n'a jamais revus

Ma se la vita smeƩe di aiutarƟ
È più diĸcile dimenƟcarƟ
Di quelle felicità intraviste
Dei baci che non si è osato dare
Delle occasioni lasciate ad aspeƩare
Degli occhi mai più rivisƟ

Alors, aux soirs de lassitude
Tout en peuplant sa solitude
Des fantômes du souvenir
On pleure les lèvres absentes
De toutes ces belles passantes
Que l'on n'a pas su retenir

Allora nei momenƟ di solitudine
Quando il rimpianto diventa abitudine
Una maniera di viversi insieme
Si piangono le labbra assenƟ
Di tuƩe le belle passanƟ
Che non siamo riusciƟ a traƩenere

18
Les Passantes: canzone incisa da Georges Brassens nel 1972 a parƟre dalla poesia omonima – in origine compresa nel
volume ÉmoƟons poéƟques, pubblicato nel 1918 – di Antoine Pol, poeta minore francese molto amato da Brassens. Tra
l’altro, il testo della poesia, messo in musica da Brassens, riprende a sua volta la celebre poesia di Charles Baudelaire
inƟtolata À une passante, musicata – tra l'altro – anche da Léo Ferré.
19
Le PassanƟ: canzone di Fabrizio De Andrè, pubblicata nel 1974 nell’album Canzoni, conosciuto anche come album
rosa per via del colore della coperƟna della versione in vinile (anche se le ripubblicazioni su CD uƟlizzano una colorazione
blu). In questo album sono presenƟ anche Via della povertà e Morire per delle idee, che sono traduzioni adaƩate di
brani di altri autori, come nel caso del brano Le PassanƟ.

�LES TROMPETTES DE LA RENOMMÉE 20 – LE SIRENE DELLA CELEBRITÀ
Je vivais à l'écart de la place publique
Serein, contemplatif, ténébreux, bucolique…
Refusant d'acquitter la rançon de la gloire,
Sur mon brin de laurier je dormais comme un loir.
Les gens de bon conseil ont su me faire comprendre
Qu'à l'homme de la rue, j'avais des comptes à rendre
Et que, sous peine de choir dans un oubli complet,
J'devais mettre au grand jour tous mes petits secrets.

Dalla pubblica piazza me ne stavo distante
Sereno, tenebroso, bucolico, pensante…
Il prezzo della fama mi dava il capogiro,
Sul mio ramo d’alloro dormivo come un ghiro.
La gente di buon senso mi ha fatto poi capire
Che ho dei conti in sospeso con chi sa sol frinire
E che, per non cadere nel buio più completo,
Dovrei stendere al sole anche il più piccolo segreto.

Trompettes de la renommée,
Vous êtes bien mal embouchées !

Sirene della celebrità,
Andate a stonare più in là!

Manquant à la pudeur la plus élémentaire,
Dois-je, pour les besoins d'la cause publicitaire,
Divulguer avec qui et dans quelle position
Je plonge dans le stupre et la fornication ?
Si je publie des noms, combien de Pénélopes 21
Passeront illico pour de fieffées salopes,
Combien de bons amis me regarderont de travers,
Combien je recevrai de coups de revolver !

Mancando di pudore, anche il più elementare,
Per far pubblicità, io dovrei raccontare
Cosa combino a letto e in quale posizione
Mi dedico beato alla fornicazione?
Se vi facessi i nomi di qualche verginella
Sarebbe declassata come puttanella,
E quanti buoni amici vedo già scuri in volto,
Prontissimi a tirarmi di pistola un bel colpo!

Trompettes de la renommée,
Vous êtes bien mal embouchées !

Sirene della celebrità,
Andate a stonare più in là!

À toute exhibition, ma nature est rétive,
Souffrant d'une modestie quasiment maladive,
Je ne fais voir mes organes procréateurs
À personne, excepté mes femmes et mes docteurs.
Dois-je, pour défrayer la chronique des scandales,
Battre l'tambour avec mes parties génitales,
Dois-je les arborer plus ostensiblement,
Comme un enfant de chœur porte un saint sacrement ?

La mia natura è contro qualsiasi esibizione,
Soffro di una modestia che è quasi un’ossessione,
Non farei mai vedere il mio organo procreatore
Ad altri che non sian le mie donne o il mio dottore.
Per qualche paparazzo dovrei quindi, magari,
Percuotere un tamburo con le parti genitali,
Mostrare le mie grazie tranquillo a chicchessia,
Come un santo in processione sulla pubblica via?

Trompettes de la renommée,
Vous êtes bien mal embouchées !

Sirene della celebrità,
Andate a stonare più in là!

Une femme du monde, et qui souvent me laisse
Faire mes quat' voluptés dans ses quartiers d'noblesse,
M'a sournoisement passé, sur son divan de soie,
Des parasites du plus bas étage qui soit…
Sous prétexte de bruit, sous couleur de réclame,
Ai-je le droit de ternir l'honneur de cette dame,
En criant sur les toits, et sur l'air des lampions :
"Madame la marquise m'a foutu des morpions"

Un’amica altolocata, lasca che me la spassi
A cogliere il piacere tra i suoi quartieri bassi,
Sorniona mi ha passato, su un bel divano di seta,
Tutti i suoi parassiti della più bassa lega…
Dovrei perciò infrangere, per conquistar la fama,
L’onore di questa nobilissima dama,
Salire sopra i tetti e urlare a squarciagola:
“La marchesa di piattole ha piena l’aiuola?”

20

Les trompettes de la renommée: brano di Georges Brassens che dà il nome al nono album del cantautore francese
pubblicato nel 1962.
21
Pénélopes: probabilmente l’autore si riferisce qui a Penelope, figlia di Icario e di Policaste – o di Peribea –, discendente
da parte di padre dal grande eroe Perseo, cugina di Elena, moglie di Ulisse – anche chiamato Odisseo, protagonista del
celebre poema omerico intitolato Odissea – e, in quanto tale, regina di Itaca e madre dei figli di Ulisse: Telemaco,
Poliporte e Arcesilao. Questa figura della mitologia greca è probabilmente qui richiamata per via di una delle più celebri
leggende legate a questo personaggio, ovvero quella della tela di Penelope: ella attese per vent'anni il ritorno di Ulisse,
partito per la guerra di Troia e disperso nel ritorno, crescendo da sola il piccolo Telemaco e evitando di scegliere uno tra
i proci, nobili pretendenti alla sua mano, anche grazie al famoso stratagemma della tela: avendo promesso ai Proci che
avrebbe scelto il futuro marito al termine del lavoro di tessitura del sudario per Laerte, il padre di Ulisse, Penelope
rimandava all'infinito il momento della scelta tessendo il sudario di giorno e disfacendolo la notte.

�Trompettes de la renommée,
Vous êtes bien mal embouchées !

Sirene della celebrità,
Andate a stonare più in là!

Le ciel en soit loué, je vis en bonne entente
Avec le Père Duval, la calotte chantante,
Lui, le catéchumène, et moi, l'énergumène,
Il me laisse dire "Merde", je lui laisse dire "Amen",
En accord avec lui, dois-je écrire dans la presse
Qu'un soir je l'ai surpris aux genoux d'ma maîtresse,
Chantant la mélopée d'une voix qui susurre,
Tandis qu'elle lui cherchait des poux dans la tonsure ?

Che il cielo sia lodato, io vivo in armonia
Con quel mio amico che canta l’Ave Maria,
Io, che son miscredente, lui, che ama predicare,
Mi lascia ai miei sproloqui, io lo lascio pregare,
Dovrei sbraitare a tutti che un giorno l’ho sorpreso
Insieme alla mia amante, in ginocchio, tutto preso,
Si faceva spulciare la sua bella tonsura,
Cantando in un sussurro: “Sia dannata la clausura”?

Trompettes de la renommée,
Vous êtes bien mal embouchées !

Sirene della celebrità,
Andate a stonare più in là!

Avec qui, ventrebleu faut-il donc que je couche
Pour faire parler un peu la déesse aux cent bouches ?
Faut-il qu'une femme célèbre, une étoile, une star,
Vienne prendre entre mes bras, la place de ma guitare ?
Pour exciter le peuple et les folliculaires,
Qui est-c'qui veut me prêter sa croupe populaire,
Qui est-c'qui veut m'laisser faire, in naturalibus,
Un petit peu d'alpinisme sur son mont de Vénus ?

Ma ditemi, con chi dovrei io far baldoria
Per dare linfa nuova a questa vanagloria?
Un’attrice famosa, una stella bizzarra,
Dovrebbe prendere il posto della mia chitarra?
Per eccitar la gente e quegli imbrattafogli,
Che fanno la fortuna escogitando imbrogli,
Dovrei darmi da fare, per questi bei segugi,
E il suo monte di Venere scalare senza indugi?

Trompettes de la renommée,
Vous êtes bien mal embouchées !

Sirene della celebrità,
Andate a stonare più in là!

Sonneraient-elles plus fort, ces divines trompettes
Si, comme tout un chacun, j'étais un peu tapette,
Si je me déhanchais comme une demoiselle
Et prenais tout à coup des allures de gazelle ?
Mais je ne sache pas qu'ça profite à ces drôles
De jouer le jeu d'l'amour en inversant les rôles,
Qu'ça confère à ma gloire une once de plus-value
Le crime pédérastique, aujourd'hui, ne paie plus.

Le divine sirene, loderanno la Madonna
Se, al posto delle braghe, io porterò la gonna,
Se ondeggerò un po’ i fianchi come una damigella
Oppur mi muoverò come una giovane gazzella?
Proprio non lo capisco chi si fa ambasciatore
Dell’invertire i ruoli nel gioco dell’amore,
Perché sappiate che sono ancor ben distante
Da voler sì la fama, ma col didietro in fiamme.

Trompettes de la renommée,
Vous êtes bien mal embouchées !

Sirene della celebrità,
Andate a stonare più in là!

Après c'tour d'horizon des mille et une recettes
Qui vous valent à coup sûr les honneurs des gazettes,
J'aime mieux m'en tenir à ma première façon
Et me gratter le ventre en chantant des chansons.
Si le public en veut, je les sors dare-dare,
S'il n'en veut pas je les remets dans ma guitare.
Refusant d'acquitter la rançon de la gloire,
Sur mon brin de laurier je m'endors comme un loir.

Tutte queste ricette e mille e una ancora
Per evitare che tutto se ne vada in malora,
Mi hanno convinto che le ho tutte le ragioni
Per stare pancia all’aria a cantar le mie canzoni.
Se piacciono, le canto senza far gazzarra,
Se non piacciono più tornano dentro la chitarra.
Il prezzo della gloria mi dà ancora il capogiro,
Sul mio ramo d’alloro, dormirò come un ghiro.

Trompettes de la renommée,
Vous êtes bien mal embouchées !

Sirene della celebrità,
Andate a stonare più in là!

�BRAVE MARGOT 22 – MARGOT
Margoton, la jeune bergère,
Trouvant dans l’herbe un petit chat
Qui venait de perdre sa mère,
L’adopta…
Elle entrouvre sa collerette
Et le couche contre son sein.
C’était tout ce qu’elle avait, pauvrette,
Comme coussin…
Le chat la prenant pour sa mère,
Se mit à téter tout de go
Émue, Margot le laissa faire,
Brave Margot 23…
Un croquant, passant à la ronde,
Trouvant le tableau peu commun,
S’en alla le dire à tout le monde
Et le lendemain…

Brava Margot, la pastorella,
Trovò un gattino in mezzo al prato
Che aveva appena perso la mamma,
E lo ha adottato…
Aprì un poco la camicetta
E lo adagiò lì sul suo seno.
Per potergli dare un cuscino,
Quantomeno…
Lui, scambiandola per la sua mamma,
Iniziò felice a succhiare
E commossa, allora Margot
Lo lasciò fare…
Un villano, che era nei paraggi,
Osservando quei modi un po’ strani,
Andò a cantare ai quattro venti,
L’indomani…

Quand Margot dégrafait son corsage
Pour donner la gougoutte à son chat,
Tous les gars, tous les gars du village
Étaient là, la la la la la la…
Étaient là, la la la la la…
Et Margot, qui était simple et très sage,
Présumait que c’était pour voir son chat
Que tous les gars, tous les gars du village
Étaient là, la la la la la la…
Étaient là, la la la la la…

Quando Margot apriva la camicetta
E allattava in tutta libertà,
I ragazzi, con grande allegrezza,
Stavan là, la la la la la la…
Stavan là, la la la la la…
E Margot con candore e innocenza,
Pensava: “Per via del gatto sarà
Che i ragazzi con grande allegrezza
Stanno là, la la la la la la…
Stanno là, la la la la la…

Le maître d’école et ses potaches,
Le maire, le bedeau, le bougnat
Négligeaient carrément leur tâche
Pour voir ça…
Le facteur d’ordinaire si preste
Pour voir ça, ne distribuait plus
Les lettres que personne au reste
N’aurait lues…
Pour voir ça, Dieu leur pardonne,
Les enfants de chœur au milieu
Du Saint Sacrifice abandonnent
Le saint lieu…
Les gendarmes, même les gendarmes,

Il maestro con gli scolari,
Scaccino, sindaco e carbonaio,
Trascuravano i propri doveri
Rischiando un guaio…
Il postino, sempre solerte,
Smise di consegnare di netto
Le lettere che nessuno avrebbe
Comunque letto…
I bambini del coro
(Che Dio li perdoni!),
Lasciarono proprio a metà canto
La chiesa Santa Maria della Pietà…
I gendarmi, persino i gendarmi,

22

Brave Margot: canzone di Georges Brassens del 1953, contenuta nell’album intitolato Les amoureux des bancs publics
(“Gli innamorati delle panche pubbliche”) uscito nel 1954.
23
Margot: nome derivante dal latino Marguerita, a sua volta derivato dal termine greco margarita, che significava
“perla”. Già da questi pochi dati a proposito dello studio sulla derivazione etimologica si può intuire come Margot sia
un nome molto antico, già usato nel Medioevo. Successivamente, in particolare durante il XIX secolo, il nome aveva
acquisito nuova attrattiva grazie al romanzo di Alexandre Dumas, La regina Margot, pubblicato nel 1845. Il nome ha poi
acquisito nel tempo anche un'altra ortografia, piuttosto apprezzata, Margaux, che il celebre scrittore e giornalista
statunitense Enerst Hemingway aveva scelto per sua figlia. Caduto in disuso per alcuni decenni, negli anni '80 e – ancor
più – negli anni '90, il nome è tornato di moda grazie soprattutto all'adattamento cinematografico del romanzo
omonimo La regina Margot, il cui primo ruolo era della famosa attrice e cantante francese Isabelle Adjani.

�Qui sont par nature si ballots,
Se laissaient toucher par les charmes
Du joli tableau…

Che sono un po’ tonti per natura,
Furon stregati da quell’immagine,
Quella figura…

Quand Margot dégrafait son corsage
Pour donner la gougoutte à son chat,
Tous les gars, tous les gars du village
Étaient là, la la la la la la…
Étaient là, la la la la la…
Et Margot, qui était simple et très sage,
Présumait que c’était pour voir son chat
Que tous les gars, tous les gars du village
Étaient là, la la la la la la…
Étaient là, la la la la la…

Quando Margot apriva la camicetta
E allattava in tutta libertà,
I ragazzi, con grande allegrezza,
Stavan là, la la la la la la…
Stavan là, la la la la la…
E Margot con candore e innocenza,
Pensava: “Per via del gatto sarà
Che i ragazzi con grande allegrezza
Stanno là, la la la la la la…
Stanno là, la la la la la…

Mais les autres femmes de la commune,
Privées de leurs époux, de leurs galants,
Accumulèrent la rancune
Patiemment…
Puis un jour, ivres de colère,
Elles s’armèrent de bâtons
Et farouches, elles immolèrent
Le chaton…
La bergère, après bien des larmes,
Pour se consoler prit un mari
Et ne dévoila plus ses charmes
Que pour lui…
Le temps passa sur les mémoires,
On oublia l’événement,
Seuls des vieux racontent encore
À leurs petits-enfants…

Ma le donne del paesino,
Private così dei loro amori,
Coltivavano, pazienti,
Un gran rancore…
Poi un giorno, piene di collera,
Coi bastoni e a squarciagola,
Si scagliarono
Sulla povera bestiola…
La pastorella, per consolarsi,
Si fece mettere l’anello al dito,
E le sue grazie non mostrò più ad altri
Che al marito…
Ci si scordò dell’avvenimento,
Il tempo cancellò la memoria,
Solo i vecchi raccontano ancora
Ai nipoti la storia…

Quand Margot dégrafait son corsage
Pour donner la gougoutte à son chat,
Tous les gars, tous les gars du village
Étaient là, la la la la la la…
Étaient là, la la la la la…
Et Margot, qui était simple et très sage,
Présumait que c’était pour voir son chat
Que tous les gars, tous les gars du village
Étaient là, la la la la la la…
Étaient là, la la la la la…

Quando Margot apriva la camicetta
E allattava in tutta libertà,
I ragazzi, con grande allegrezza,
Stavan là, la la la la la la…
Stavan là, la la la la la…
E Margot con candore e innocenza,
Pensava: “Per via del gatto sarà
Che i ragazzi con grande allegrezza
Stanno là, la la la la la la…
Stanno là, la la la la la…

�ONCLE ARCHIBALD 24 – ZIO ARCIBALDO
O vous, les arracheurs de dents
Tous les cafards, les charlatans
Les prophètes,
Comptez plus sur oncle Archibald 25
Pour payer les violons du bal
A vos fêtes,
A vos fêtes.

O voi, ciarlatani che
Siete amiconi solo per
Convenienza,
Di zio Arcibaldo a men farete
E anche del suo portamonete,
Fate senza,
Fate senza.

En courant sus à un voleur
Qui venait de lui chiper l'heure
A sa montre,
Oncle Archibald, coquin de sort,
Fit, de Sa Majesté la Mort
La rencontre,
La rencontre.

Rincorreva a perdifiato
Un ladro che l’avea fregato,
Lo braccava
E si imbattè, ben triste sorte,
Proprio in Sua Maestà la Morte,
Che aspettava,
Lo aspettava.

Telle une femme de petite vertu,
Elle arpentait le trottoir du
Cimetière,
Aguichant les hommes en troussant,
Un peu plus haut qu'il n'est décent
Son suaire,
Son suaire.

Al camposanto sorrideva,
Il marciapiede lei batteva
Con sapienza,
Sollevando il suo sudario
Un po’ più in su del necessario,
Senza decenza,
Senza decenza.

Oncle Archibald, d'un ton gouailleur
Lui dit: "Va-t'en faire pendre ailleurs
Ton squelette
Fi! des femelles décharnées!
Vive les belles un tantinet
Rondelettes,
Rondelettes!"

Zio Arcibaldo le gridò:
“Deh! Quelle ossa non sono un granché
Da vedere…
Le donne secche, Dio mio, no!
Meglio se ciccia ne hanno un po’
Nel sedere,
Nel sedere!”

Lors, montant sur ses grands chevaux,
La Mort brandit la longue faux
D'agronome,
Qu'elle serrait dans son linceul,
Et faucha d'un seul coup, d'un seul,
Le bonhomme,
Le bonhomme.

La Morte che in sella balzava,
Brandì la falce che sporgeva
Dal lenzuolo
E falciò poi in un solo colpo,
Come fosse grano incolto,
Il poveruomo,
Il poveruomo.

Comme il n'avait pas l'air content
Elle lui dit: "Ça fait longtemps
Que je t'aime
Et notre hymen à tous les deux
Était prévu depuis le jour de
Ton baptême,
Ton baptême.

Poi vedendolo scontento gli disse:
“È già da molto tempo
Che ti amo
E il nostro amore è suggellato
Dal giorno in cui tu fosti nato,
Lo reclamo,
Lo reclamo.

24

Oncle Archibald: brano di Georges Brassens che dà il nome al quinto album del cantautore, pubblicato nel 1957.
Archibald: nome francese – da cui deriva il nome italiano Arcibaldo – di origine germanica: questo nome deriva infatti
dal termine germanico ercan, che significa "audace".

25

�Si tu te couches dans mes bras,
Alors la vie te semblera
Plus facile…
Tu y seras hors de portée
Des chiens, des loups, des hommes et des
Imbéciles,
Imbéciles.

Se tra le braccia mie cadrai,
Allor la vita tua vedrai
Senza tuoni…
Sarai per sempre fuori tiro
Di cani, lupi e del respiro
Dei coglioni,
Dei coglioni.

Nul n'y contestera tes droits,
Tu pourras crier "Vive le roi!"
Sans intrigue…
Si l'envie te prend de changer,
Tu pourras crier sans danger :
"Vive la Ligue,
Vive la Ligue!"

Nessuno mai ti dirà “Beh”,
Potrai gridare: “Viva il Re!”
Per la strada…
Potrai cambiar poi opinione
In: “Viva la Rivoluzione!”
Se ti aggrada,
Se ti aggrada.

Ton temps de dupe est révolu,
Personne ne se paiera plus
Sur ta bête…
Les "Plaît-il, maître?" auront plus cours,
Plus jamais tu n'auras à
Courber la tête,
Courber la tête.

Non dovrai più darti pena,
Non dovrai più piegar la schiena
Come un servo…
Mai più dovrai chinar la testa,
Scomparirà chi ti molesta
E fa il superbo,
Il superbo.

Et mon oncle emboîta le pas
De la belle, qui ne semblait pas
Si féroce…
Et les voilà, bras dessus, bras dessous,
Les voilà partis je ne sais où,
Faire leurs noces,
Faire leurs noces.

Mio zio seguì lieto la morte,
Facendole anche un po’ la corte,
Per il viale…
E se ne andarono a braccetto,
Sua Maestà col poveretto,
All’altare,
All’altare.

O vous, les arracheurs de dents
Tous les cafards, les charlatans
Les prophètes,
Comptez plus sur oncle Archibald
Pour payer les violons du bal
A vos fêtes,
A vos fêtes.

O voi, ciarlatani che
Siete amiconi solo per
Convenienza,
Di zio Arcibaldo a men farete
E anche del suo portamonete,
Fate senza,
Fate senza.

�LE PETIT JOUEUR DE FLÛTEAU 26 – IL PICCOLO SUONATORE DI FLAUTO
Le petit joueur de flûteau
Menait la musique au château
Pour la grâce de ses chansons
Le roi lui offrit un blason.
«Je ne veux pas être noble
Répondit le croque-note
Avec un blason à la clé
Mon la se mettrait à gonfler
On dirait par tout le pays
“Le joueur de flûte a trahi”.

C’era un piccolo menestrello
Che un dì fu chiamato al castello
Per la grazia d’ogni canzone
Il re volle offrirgli un blasone.
«Io non voglio tale onore,
Sono solo un suonatore,
Con uno stemma può darsi,
Il mio la inizierebbe a gonfiarsi
Si direbbe nel regno e più in alto,
“Il cantore ha tradito il suo flauto”.

Et mon pauvre petit clocher
Me semblerait trop bas perché
Je ne plierais plus les genoux
Devant le bon Dieu de chez nous
Il faudrait à ma grande âme
Tous les saints de Notre-Dame
Avec un évêque à la clé
Mon la se mettrait à gonfler
On dirait par tout le pays
“Le joueur de flûte a trahi”.

Il mio povero paesello
Non sembrerebbe più bello,
Non vorrei piegar le ginocchia
Al buon Dio della nostra parrocchia,
Per un animo elevato
Qualche santo altolocato,
Con un vescovo a cui confessarsi,
Il mio la inizierebbe a gonfiarsi,
Si direbbe nel regno e più in alto,
“Il cantore ha tradito il suo flauto”.

Et la chambre où j'ai vu la jour
Me serait un triste séjour
Je quitterai mon lit mesquin
Pour une couche à baldaquin
Je changerais ma chaumière
Pour une gentilhommière
Avec un manoir à la clé
Mon la se mettrait à gonfler
On dirait par tout le pays
“Le joueur de flûte a trahi”.

La casetta in cui sono nato
Sarebbe un ben triste passato,
Lascerei il mio letto meschino
Per uno col baldacchino,
Cambierei la mia capanna
Con la villa in campagna,
Con un maniero, può darsi,
Il mio la inizierebbe a gonfiarsi,
Si direbbe nel regno e più in alto
“Il cantore ha tradito il suo flauto”.

Je serai honteux de mon sang
Des aïeux de qui je descends
On me verrait bouder dessus
La branche dont je suis issu
Je voudrais un magnifique
Arbre généalogique
Avec du sang bleu a la clé
Mon la se mettrait à gonfler
On dirait par tout le pays
“Le joueur de flûte a trahi”.

Di sicuro mi vergognerei,
Dell’umile sangue dei miei,
Con il broncio starei maldicendo
Il ramo da cui discendo,
Vorrei origini splendenti
A me assai più confacenti,
Col sangue blu si cui vantarsi,
Il mio la inizierebbe a gonfiarsi,
Si direbbe nel regno e più in alto
“Il cantore ha tradito il suo flauto”.

Je ne voudrais plus épouser
Ma promise, ma fiancée
Je ne donnerais pas mon nom

E giammai vorrei ancora sposare
La bella che è a casa ad aspettare,
Il mio nome lo terrei per me

26

Le petit joueur de flûteau: canzone di Georges Brassens contenuta nel decimo album del cantautore francese, uscito
nel novembre 1964 senza titolo, successivamente identificato da quello della prima canzone del disco: Les Copains
d'abord (“Gli amici di sempre”).

�A une quelconque Ninon
Il me faudrait pour compagne
La fille d'un grand d'Espagne
Avec un' princesse à la clé
Mon la se mettrait à gonfler
On dirait par tout le pays
“Le joueur de flûte a trahi”».

Non per qualsiasi bebè,
Ci vorrebbe per compagna
Una nobile di Spagna,
Con una gran dama, può darsi,
Il mio la inizierebbe a gonfiarsi,
Si direbbe nel regno e più in alto
“Il cantore ha tradito il suo flauto”.»

Le petit joueur de flûteau
Fit la révérence au château
Sans armoiries, sans parchemin
Sans gloire il se mit en chemin
Vers son clocher, sa chaumine
Ses parents et sa promise
Nul ne dise dans le pays
Le joueur de flûte a trahi
Et Dieu reconnaisse pour sien
Le brave petit musicien !

Così il piccolo menestrello
Prese commiato al castello.
Senza stemmi, facendo un inchino,
Senza gloria, si mise in cammino
Al paese, alla sua gente,
Alla casa sua indigente…
Non si disse, nel regno e più in alto,
“Il cantore ha tradito il suo flauto”,
E il buon Dio tenne nella sua lista
Quel piccolo buon musicista!

�LES COPAINS D'ABORD27 – GLI AMICI DI SEMPRE
Non, ce n'était pas le radeau
De la Méduse 28, ce bateau ;
Qu'on se le dise au fond des ports,
Dise au fond des ports.
Il naviguait en père peinard
Sur la grand-mare des canards,
Et s'appelait “Les Copains d'abord”,
“Les Copains d'abord”.

No, non era la zattera
Della Medusa, quel battello;
Che lo si dica in tutti i porti,
In tutti i porti.
Navigava tutto tranquillo
Sul grande stagno delle anatre,
E si chiamava “Gli Amici di Sempre”,
“Gli Amici di Sempre”.

Ses fluctuat nec mergitur 29
C'était pas d'la littérature,
N'en déplaise aux jeteurs de sort,
Aux jeteurs de sort.
Son capitaine et ses matelots
N'étaient pas des enfants d'salauds,
Mais des amis franco de port 30,
Des copains d'abord

I suoi fluctuat nec mergitur
Non sono della letteratura,
Non dispiacciono agli iettatori,
Agli iettatori.
Il suo capitano e i suoi marinai
Non erano dei figli di puttana,
Ma degli amici franco di porto,
Degli amici di sempre.

C'était pas des amis de luxe,
Des petits Castor et Pollux 31,
Des gens de Sodome et Gomorrhe 32,
Sodome et Gomorrhe.
C'était pas des amis choisis
Par Montaigne et La Boétie 33
Sur le ventre, ils se tapaient fort,
Les copains d'abord.

Non erano degli amici di lusso,
Dei piccoli Castor e Pollux,
Delle persone di Sodoma e Gomorra,
Sodoma e Gomorra.
Non erano amici scelti
Da Montaigne e La Boétie.
Si battevano forte sul petto,
Gli amici di sempre.

C'était pas des anges non plus,
L'Évangile, ils l'avaient pas lu,
Mais ils s'aimaient toutes voiles dehors,
Toutes voiles dehors.
Jean, Pierre, Paul et compagnie,

Non erano degli angeli,
Il Vangelo, loro non l’avevano letto,
Ma si amavano a vele spiegate,
A vele spiegate.
Jean, Pierre, Paul e compagnia,

27

Les copains d’abord: canzone di Georges Brassens che dà il nome al decimo album del cantautore francese, uscito nel
novembre 1964 senza titolo, successivamente identificato da quello della prima canzone del disco: – per l’appunto – Les
Copains d'abord.
28
Le radeau de la Méduse: La zattera della Medusa, in francese Le Radeau de la Méduse, è un dipinto a olio su tela di
Théodore Géricault realizzato tra il 1818 e il 1819 e conservato nel Museo del Louvre di Parigi che rappresenta un
momento degli avvenimenti successivi al naufragio della fregata francese Méduse, avvenuto il 2 luglio 1816 davanti alle
coste dell'attuale Mauritania, a causa di negligenze e decisioni affrettate da parte del comandante Hugues Duroy de
Chaumareys.
29
Fluctuat nec mergitur: locuzione latina, traducibile in italiano come “È sbattuta dalle onde ma non affonda”, che
costituisce il motto della città di Parigi, motto accompagnato dallo stemma raffigurante una nave che galleggia fra i
flutti, la quale rappresenterebbe la forza di combattere contro gli ostacoli e le avversioni.
30
Franco de port: Franco di porto è detto delle merci, corrispondenza e simili per le quali le spese di invio, dazio, ecc.,
sono state pagate dal mittente. Porto franco è quello in cui le merci sono introdotte senza pagare dogana o dazio; alle
volte questo privilegio è ristretto solo a una parte del porto detto punto franco.
31
Castor et Pollux: titolo di un’opera di Jean-Philippe Rameau, eseguita per la prima volta il 24 ottobre 1737
dall'Académie royale de musique nel suo teatro al Palais-Royal di Parigi.
32
Sodome et Gomorrhe: antiche città nominate nella Bibbia, in particolare nell'Antico Testamento, in cui si narra della
distruzione di questa città per opera divina.
33
Montaigne et La Boétie: l’autore cita qui i nomi di due importanti filosofi e scrittori francesi del Cinquecento: Michel
Eyquem de Montaigne e Étienne de La Boétie.

�C'était leur seule litanie,
Leur Credo, leur Confiteor 34
Aux copains d'abord

Era la loro sola litania,
Il loro Credo, il loro Confiteor
Agli amici di sempre.

Au moindre coup de Trafalgar 35,
C'est l'amitié qui prenait l'quart,
C'est elle qui leur montrait le nord,
Leur montrait le nord.
Et quand ils étaient en détresse,
Qu'leurs bras lançaient des S.O.S.,
On aurait dit des sémaphores,
Les copains d'abord.

Al minimo colpo di Trafalgar,
È l’amicizia che prendeva il sopravvento,
È lei che gli mostrava la via,
Gli mostrava la via.
E, quando erano in pericolo,
Che le loro braccia lanciavano degli S.O.S.,
Che sembravano dei semafori,
Gli amici di sempre.

Au rendez-vous des bons copains,
Y avait pas souvent de lapins,
Quand l'un d'entre eux manquait à bord,
C'est qu'il était mort.
Oui, mais jamais, au grand jamais,
Son trou dans l'eau n'se refermait :
Cent ans après, coquin de sort,
Il manquait encore !

Al ritrovo dei vecchi amici,
Non essendoci tra di loro nessun codardo,
Quando uno di loro mancava,
Era perché era morto.
Sì, e per sempre,
Il vuoto lasciato non si sarebbe richiuso:
Cento anni dopo, sorte maledetta,
Avrebbero sentito ancora la sua mancanza!

Des bateaux j'en ai pris beaucoup,
Mais le seul qu'ait tenu le coup,
Qui n'ait jamais viré de bord
Mais viré de bord
Naviguait en père peinard
Sur la grand-mare des canards
Et s'appelait les Copains d'abord
Les Copains d'abord

Di battelli ne ho presi molti,
Ma il solo che ha tenuto duro,
Che non ha mai mollato,
Mai mollato,
Che navigava tutto tranquillo
Sul grande stagno delle anatre,
Si chiamava “Gli Amici di Sempre”,
“Gli Amici di Sempre”.

34

Confiteor: prima parola della formula liturgica di confessione generica di colpe che si recitava nella Messa in latino.
Trafalgar: è possibile che l’autore si riferisca qui alla battaglia di Trafalgar, celebre battaglia navale combattuta
durante le guerre napoleoniche.
35

�RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI:
-

Dizionario francese-italiano Boch
Le Littré en ligne
Le dictionnaire des expressions françaises en ligne
Vocabolario Treccani online
Centre National de Ressources Textuelles et Lexicales

Foglio di sala a cura di Teresa Dolcetti, responsabile dello sportello linguistico di francese della comunità
montana del pinerolese per la salvaguardia delle lingue minoritarie.

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                <text>Samedi et dimanche avec le français, le musique et le chant - "Dodici Ritratti&#13;
Omaggio a Georges Brassens" - Programma di sala </text>
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                <text>Programma di sala del concerto "Dodici Ritratti Omaggio a Georges Brassens" volto all'approfondimento linguistico francese</text>
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                    <text>22/07/2023
SABATO / SAMEDI
COMUNE DI
VILLAR PELLICE

COMUNE DI
LUSERNA S. GIOVANNI

H. 21

TORRE PELLICE
GALLERIA D’ARTE
“FILIPPO SCROPPO”

COMUNE DI
RORÀ

COMUNE DI
TORRE PELLICE

AllianceFrançaise
Torino

Eva Carazzolo
Clavicembalo / Clavecin
Enrico Groppo
Violino / Violon
Luca Taccardi
Viola da Gamba / Viole de gambe

“Nobili, Borghesi e Gentiluomini”
Le Muse alla corte del Re di Francia

Samedi
et dimanche

français,
la musique et le chant
avec le

edizione 2023
Ciclo di concerti volti
all’approfondimento linguistico francese
in diversi Comuni del territorio.

Cosa hanno in comune Jean-Baptiste
p
Poquelin,
q
figlio
g del tappezziere
pp
del Re,
l’italiano Giovanni Battista Lulli, e il
pperfetto danzatore di otto anni che in
seguito
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verrà ricordato come uno dei più
ggrandi sovrani della Storia?
Il primo
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prenderà
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di
Molière e sarà uno dei massimi commediografi
g francesi di ogni
g tempo;
p il secondo, naturalizzato francese come
Jean-Baptiste
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p di un carattere animoso,
ad entrare nelle ggrazie del Re, tanto da
riuscire ad ottenere il monopolio
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sulla
danza e sulla musica in Francia. Il terzo,
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g XIV, il Re Sole sarà uno dei più
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e la sua ppassione per
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Arti trasformerà la Corte di Francia in un
motore artistico e culturale che coinvolggerà l’intera Europa.
p La vicinanza di
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capolavoro
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la comèdie-ballet come
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francesi. Ma non solo qquesti nomi contribuiscono alla grandeur
g
della corte di
Francia: le Muse ispirano
p
incessantemente musicisti, letterati, coreografi,
g
ballerini
e artisti di ogni
g forma, rendendo Marin
Marais, François Couperin,
p
Madame de
Sévigné,
g
Jean Racine nomi indelebili
nella Storia.

��UN PARCOURS LINGUISTIQUE: ses raisons

UN PERCORSO LINGUISTICO: i motivi

Pour réaliser ce parcours linguistique, historique et
culturel, nous avons choisi, dans les paroles des
chansons, un certain nombre de mots-clés et
expressions plus ou moins connues, d’usage
courant ou désuètes, sophistiquées ou du jargon,
sérieuses ou bizarres que nous avons traduites,
expliquées ou développées en note de bas de page.
Outre les textes et leur traduction, vous trouverez
donc, en bas de la page, une sorte de glossaire
linguistico-culturel. Les mots qui le composent ne
sont que des exemples d’une langue-culture
extrêmement riche. Nous nous plaisons de penser
que, par curiosité, vous vous aventurerez dans les
pages d’un dictionnaire, ou vous trouverez le temps
de flâner parmi les avenues littéraires de cette belle
langue sœur.

Per realizzare questo percorso linguistico, storico e
culturale, abbiamo isolato dai testi francesi delle
canzoni alcune parole-chiave ed espressioni, più e
meno conosciute, d’uso corrente o desuete,
sofisticate o gergali, serie o bizzarre che abbiamo
tradotto, spiegato, espanso in nota.
Oltre ai testi e alla loro traduzione, troverete quindi
a piè pagina una sorta di glossario linguisticoculturale. Le parole che lo compongono non sono
che piccoli “assaggi” di una lingua veicolo di una
cultura straordinariamente ricca.
Ci piace pensare che, spinti da una qualche
curiosità, vi avventurerete a vagabondare, come
abbiamo fatto noi, tra le pagine di un dizionario o a
passeggiare tra le aiuole letterarie di questa nobile
lingua nostra consorella.

"NOBLES, BOURGEOIS ET GENTILSHOMMES"
Les Muses à la cour du Roi de France

“NOBILI, BORGHESI E GENTILUOMINI”
Le Muse alla corte del Re di Francia

Qu’est-ce qu’il y a en commun entre Jean-Baptiste
Poquelin, fils du tapissier du Roi, l’Italien JeanBaptiste Lulli, et le parfait danseur de huit ans qui
sera ensuite rappelé comme l’un des plus grands
souverains de l’Histoire ?
Le premier prendra le pseudonyme de Molière et
sera l’un des plus grands dramaturges français de
tous les temps; le deuxième, naturalisé français
comme Jean-Baptiste Lully réussira avec son talent
et en dépit de son esprit, à entrer dans les grâces du
roi, obtenant le monopole de la danse et de la
musique en France. Le troisième, Louis XIV, le Roi
Soleil sera l’un des plus grands magnats et sa
passion pour les Arts transformera la Cour de
France en un moteur artistique et culturel qui
engagera toute l’Europe. La proximité de ces trois
personnalités culminera dans le chef-d’œuvre Le
bourgeois gentilhomme et scellera la comédieballet comme genre distinctif des caractères
musicaux français. Mais non seulement ces noms
contribuent à la grandeur de la cour de France : les
Muses inspirent sans cesse musiciens, lettrés,
chorégraphes, danseurs et artistes de toutes
formes, rendant Marin Marais, François Couperin,
Madame de Sévigné, Jean Racine, noms indélébiles
dans l’Histoire.

Cosa hanno in comune Jean-Baptiste Poquelin, figlio
del tappezziere del Re, l’italiano Giovanni Battista
Lulli, e il perfetto danzatore di otto anni che in
seguito verrà ricordato come uno dei più grandi
sovrani della Storia?
Il primo prenderà lo pseudonimo di Molière e sarà
uno dei massimi commediografi francesi di ogni
tempo; il secondo, naturalizzato francese come
Jean-Baptiste Lully riuscirà col suo talento ed a
dispetto di un carattere animoso, ad entrare nelle
grazie del Re, tanto da riuscire ad ottenere il
monopolio sulla danza e sulla musica in Francia. Il
terzo, Luigi XIV, il Re Sole sarà uno dei più grandi
magnati e la sua passione per le Arti trasformerà la
Corte di Francia in un motore artistico e culturale
che coinvolgerà l’intera Europa. La vicinanza di
queste tre personalità culminerà nel capolavoro Le
bourgueois gentilhomme e suggellerà la comédieballet come genere distintivo dei caratteri musicali
francesi. Ma non solo questi nomi contribuiscono
alla grandeur della corte di Francia: le Muse ispirano
incessantemente musicisti, letterati, coreografi,
ballerini e artisti di ogni forma, rendendo Marin
Marais, François Couperin, Madame de Sévigné,
Jean Racine nomi indelebili nella Storia.

�MARCHE POUR LA CÉRÉMONIE DES TURCS – MARCIA PER LA CERIMONIA DEI TURCHI 1
DEUXIÈME AIR – SECONDA ARIA2
TROISIÈME AIR – TERZA ARIA 3
QUATRIÈME AIR – QUARTA ARIA 4
CHACONNE DE SCARAMOUCHE – CIACCONA DI SCARAMUCCIA 5
LE BOURGEOIS GENTILHOMME – IL BORGHESE GENTILUOMO 6
LE MAÎTRE DE MUSIQUE
La philosophie est quelque chose ; mais la musique,
Monsieur, la musique…

MAESTRO DI MUSICA
La filosofia è una cosa; ma la musica,
Signore, la musica...

LE MAÎTRE À DANSER
La musique et la danse… La musique et la danse, c’est là
tout ce qu’il faut.

MAESTRO DI BALLO
La musica e la danza... musica e danza:
ecco l’essenziale.

LE MAÎTRE DE MUSIQUE
Il n’y a rien qui soit si utile dans un État que la musique.

MAESTRO DI MUSICA
Nulla è utile, in uno Stato, quanto la musica.

LE MAÎTRE À DANSER
Il n’y a rien qui soit si utile aux hommes que la danse.

MAESTRO DI BALLO
E niente è più necessario agli uomini della danza.

LE MAÎTRE DE MUSIQUE
Sans la musique, un État ne peut substituer.

MAESTRO DI MUSICA
Senza la musica, uno Stato non può sussistere.

LE MAÎTRE À DANSER
Sans la danse, un homme ne saurait rien faire.

MAESTRO DI BALLO
Senza la danza l'uomo cosa saprebbe fare?

LE MAÎTRE DE MUSIQUE
Tous les désordres ; toutes les guerres qu’on voit dans le
monde, n’arrivent que pour n’apprendre la musique.

MAESTRO DI MUSICA
Tutti i disordini, tutte le guerre che si vedono nel
mondo, accadono perché non si studia la musica.

LE MAÎTRE À DANSER
Tous les malheurs des hommes, tous les revers funestes
dont les histoires sont remplies, les bévues des politiques,

MAESTRO DI BALLO
Tutte le sventure degli uomini, tutti i rovesci funesti
di cui son piene le storie, gli svarioni dei politici,

1

Marche pour la cérémonie des Turcs: brano musicale tratto dalla comédie-ballet Le Bourgeois gentilhomme del celebre
drammaturgo francese Molière, con le musiche di Jean-Baptiste Lully e coreografie di Pierre Beauchamp, rappresentata
per la prima volta il 14 ottobre 1670 alla corte di Luigi XIV. Questa composizione accompagna la scena della cerimonia
turca per l’assegnazione del titolo di nobile al borghese protagonista dell’opera, Monsieur Jourdain.
2
Deuxième Air: brano musicale tratto dalla comédie-ballet Le Bourgeois gentilhomme.
3
Troisième Air: brano musicale tratto dalla comédie-ballet Le Bourgeois gentilhomme.
4
Quatrième Air: brano musicale tratto dalla comédie-ballet Le Bourgeois gentilhomme.
5
Chaconne de Scaramouche: brano musicale – in particolare ciaccona, ovvero tipo di musica derivante da una danza
caratteristica di origine cinquecentesca spagnola o forse latinoamericana – tratto dalla comédie-ballet Le Bourgeois
gentilhomme che prende il nome dal personaggio di Scaramouche, in italiano Scaramuccia, personaggio tipico della
commedia francese seicentesca derivante dalla maschera della commedia dell'arte italiana, in origine Scaramuzza.
6
Le Bourgeois gentilhomme: viene qui proposto un estratto della seconda scena del primo atto della comédie-ballet
intitolata Le Bourgeois gentilhomme realizzata dalla collaborazione del celebre commediografo ed attore teatrale
francese Molière, pseudonimo di Jean-Baptiste Poquelin, e dal compositore, ballerino e strumentista italiano
naturalizzato francese Jean-Baptiste Lully.

�et les manquements des grands capitaines, tout cela n’est
venu que faute de savoir danser.

e le disfatte dei sommi capitani, tutto ciò è avvenuto
perché non si sapeva danzare.

MONSIEUR JOURDAIN
Comment cela ?

SIGNOR JOURDAIN
Come può essere possibile?

LE MAÎTRE DE MUSIQUE
La guerre ne vient-elle pas d’un manque d’union entre les
hommes ?

MAESTRO DI MUSICA
La guerra non nasce dalla mancanza di armonia fra gli
uomini?

MONSIEUR JOURDAIN
Cela est vrai.

SIGNOR JOURDAIN
È vero.

LE MAÎTRE DE MUSIQUE
Et si tous les hommes apprenaient la musique, ne
serait-ce pas le moyen de s’accorder ensemble, et de voir
dans le monde la paix universelle ?

MAESTRO DI MUSICA
E se tutti gli uomini imparassero la musica, non
sarebbe questo il mezzo per accordarsi e per vedere nel
mondo la pace universale?

�LES VOIX HUMAINES – LE VOCI UMANE7
LE VERTIGO – LA VERTIGINE8
LES MÉMOIRES DE LOUIS XIV – LE MEMORIE DI LUIGI XIV9
Je fis même alors, dans ma maison, un changement
où tout la noblesse du royaume avait intérêt. Ce fut
à l’égard de ma grande écurie dans laquelle
j’augmentai de plus de moitié le nombre des pages,
et pris soin qu’ils fussent et mieux choisis et mieux
instruits qu’ils n’avaient été jusque-là.
Ce je savais que ce qui avait empêché les gens de
qualité de prétendre à ces sortes de places était, ou
la facilité qu’on avait eue d’y recevoir par
recommandation toutes sortes de personnes, ou le
peu d’occasions qu’avaient ordinairement ceux qui
s’y trouvaient d’approcher de ma personne, ou la
négligence qu’on avait insensiblement apportée à
les perfectionner dans leurs exercices. Et, pour
remédier à tout, je résolus de prendre soin moimême de nommer tous les pages, de leur faire
partager avec ceux de la petite écurie tous les
services domestiques qu’ils me rendaient, et de
choisir pour leur instruction les meilleurs maîtres de
mon État.
Le fruit que je prétendais tirer de là était, à l’égard
du public, de donner une excellente éducation à un
grand nombre de gentilhommes, et, pour mon
intérêt particulier, d’avoir continuellement des gens
qui sortant de cette école entreraient plus capables
et plus affectionnés à mon service que le commun
de mes sujets.

7

Allora feci perfino un cambiamento nella mia
dimora nel quale tutta la nobiltà del regno aveva
interesse. Questo cambiamento riguardava la mia
grande scuderia, nella quale aumentai di più della
metà il numero dei paggi, e feci sì che essi fossero
meglio scelti e meglio istruiti di quanto non fossero
stati fino ad allora.
Ciò che sapevo era che ciò che aveva impedito alle
persone di qualità di pretendere questi tipi di posti
era, o la facilità che si era presentata di ricevervi per
raccomandazione tutti i tipi di persone, o le poche
occasioni che di solito avevano coloro che vi si
trovavano di avvicinarsi alla mia persona, o la
negligenza che era stata insensibilmente portata nel
perfezionamento dei loro esercizi. E, per rimediare
a tutto, decisi di occuparmi personalmente di
nominare tutti i paggi, di far loro condividere con
coloro che si occupavano della piccola scuderia tutti
i servizi domestici che mi rendevano, e di scegliere
per la loro istruzione i migliori maestri del mio Stato.
Il frutto che io pretendevo di ricavare da ciò era,
riguardo al pubblico, di dare un'eccellente
educazione a un gran numero di gentiluomini, e, per
il mio particolare interesse, di avere continuamente
persone che, uscendo da questa scuola,
entrerebbero più capaci e più affezionate al mio
servizio che i miei comuni sudditi.

Les voix humaines: composizione di Marin Marais, il quale, seppur derivando da una famiglia modesta, è stato un
importante personaggio nell’ambiente musicale della Francia tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento. Infatti,
inseritosi nel mondo musicale già da molto giovane – entrato nel coro di voci bianche di Saint-Germain-L'Auxerrois già
nel 1667, a soli undici anni –, Marin Marais entrò ben presto a far parte dell'orchestra dell'Académie Royale de Musique
diretta da Jean Baptiste Lully e, nel 1679, ottenne la carica di “joueur de viole de la musique de la Chambre” (suonatore
di viola della musica da Camera) nella “Musique du roi”, ovvero Luigi XIV. Per quarant'anni Marin Marais unì questa
importante carica ad un’ininterrotta carriera all'Opéra, divenendo un importante gambista e compositore dell’epoca
barocca.
8
Le Vertigo: composizione di Joseph-Nicolas-Pancrace Royer, clavicembalista e compositore di origini italiane – in
particolare piemontesi, essendo nato a Torino – successivamente naturalizzato francese. Grazie alla sua passione per la
musica, infatti, Joseph-Nicolas-Pancrace Royer riuscì a farsi strada nella Parigi di inizio Settecento, arrivando ad ottenere
anche importanti cariche in ambito musicale, anche e in particolare presso la corte del re di Francia.
9
Les Mémoires de Louis XIV: raccolta di testi scritti da Luigi XIV – a lungo privato dalla paternità dell’opera, ora
riconosciuta dalla maggior parte degli storici – tra il 1661 e il 1671 e destinati al delfino, ovvero il primogenito del re,
erede al trono di Francia; infatti, il titolo originale di questa raccolta di scritti sarebbe stato originariamente intitolato
Mémoire pour l'éducation du dauphin, ovvero Memoria per l’educazione del delfino, in quanto l’obiettivo di questi testi
era in particolare quello di aiutare alla formazione del figlio maggiore del re Luigi XIV al suo mestiere di re.

�LES LETTRES DE MADAME DE SÉVIGNÉ – LE LETTERE DI MADAME DE SÉVIGNÉ 10
Il faut que je vous conte une petite historiette, qui
est très vraie et qui vous divertira. Le Roi se mêle
depuis peu de faire des vers ; MM. de Saint-Aignan
et Dangeau lui apprennent comme il s’y faut
prendre. Il fit l’autre jour un petit madrigal 11, que
lui-même ne trouva pas trop joli. Un matin, il dit au
maréchal de Gramont : « Monsieur le maréchal, je
vous prie lisez ce petit madrigal, et voyez si vous en
avez jamais vu un si impertinent. Parce qu’on sait
que depuis peu j’aime les vers, on m’en apporte de
toutes les façons. » Le maréchal, après avoir lu, dit
au Roi : « Sire, Votre Majesté juge divinement bien
de toutes choses ; il est vrai que voilà le plus sot et
le plus ridicule madrigal que j’aie jamais lu. » Le Roi
se mit à rire, et lui dit : « N’est-il pas vrai que celui
qui l’a fait est bien fat ? – Sire, il n’y a pas moyen de
lui donner un autre nom. – Oh bien ! dit le Roi, je
suis ravi que vous m’en ayez parlé si bonnement ;
c’est moi qui l’ai fait. – Ah ! Sire, quelle trahison !
Que Votre Majesté me le rende ; je l’ai lu
brusquement. – Non, monsieur le maréchal ; les
premiers sentiments sont toujours les plus
naturels.» Le Roi a fort ri de cette folie, et tout le
monde trouve que voilà la plus cruelle petite chose
que l’on puisse faire à un vieux courtisan. Pour moi,
qui aime toujours à faire des réflexions, je voudrais
que le Roi en fît là-dessus, et qu’il jugeât par là
combien il est loin de connaître jamais la vérité.
Nous sommes sur le point d’en voir une bien cruelle,
qui est le rachat de nos rentes sur un pied qui nous
envoie droit à l’hôpital. L’émotion est grande, mais
la dureté l’est encore plus. Ne trouvez-vous point
que c’est entreprendre bien des choses à la fois ?
Celle qui me touche le plus n’est pas celle qui me fait
perdre une partie de mon bien.

10

Devo raccontarvi una storiella, che è molto vera e
che vi divertirà. Il Re si dedica da poco alla scrittura
di versi; MM. Saint-Aignan e Dangeau gli insegnano
come si deve fare. L'altro giorno ha realizzato un
piccolo madrigale, che lui stesso non trovò troppo
bello. Una mattina disse al maresciallo di Gramont:
"Signor maresciallo, la prego, leggete questo piccolo
madrigale, guardate se ne avete mai visto uno così
impertinente. Perché si sa che da quando amo i
componimenti, me ne portano di tutti i tipi." Il
maresciallo, dopo aver letto, disse al Re: "Sire,
Vostra Maestà giudica divinamente bene tutte le
cose; è vero che questo è il più sciocco e il più
ridicolo madrigale che abbia mai letto." Il Re si mise
a ridere e gli disse: "Non è vero che chi l'ha fatto è
presuntuoso? - Sire, non c'è modo di dargli un altro
nome. - Oh bene! disse il Re, sono lieto che me ne
abbiate parlato così bene; l'ho fatto io. - Ah! Sire,
che tradimento! Che Vostra Maestà me lo
restituisca; l'ho letto bruscamente. - No, signor
maresciallo; i primi sentimenti sono sempre i più
naturali." Il Re ha riso di questa follia, e tutti
pensano che questa sia la cosa più crudele che si
possa fare a un vecchio cortigiano. Per me, che amo
sempre fare riflessioni, vorrei che il Re ne facesse
menzione, e che giudicasse con ciò quanto è sempre
lontano dal conoscere la verità.
Stiamo per vederne una molto crudele, che è il
riscatto improvviso delle nostre rendite che ci
manderà dritti all'ospedale. L'emozione è grande,
ma la durezza lo è ancora di più. Non trovate che si
intraprendano molte cose contemporaneamente?
Quella che mi tocca di più non è quella che mi fa
perdere parte dei miei beni.

Les Lettres de Madame de Sévigné: è qui proposto un estratto di una lettera scritta da Madame de Sévigné scritta il
1° dicembre 1664 e indirizzata a Pomponne. Con questo nome ci si riferisce molto probabilmente a Simon Arnauld de
Pomponne, diplomatico e politico francese vissuto nel corso del Seicento, quindi in parte durante il regno di Luigi XIV.
11
Madrigal: il madrigale, in francese madrigal, è un breve componimento letterario di origine popolare, consistente in
un nitido quadretto di ispirazione pastorale, spesso destinato a esprimere un omaggio galante.

�CHACONNE – CIACCONA12
TRIO SONATA EN MI MINEUR – TRIO SONATA IN MI MINORE13
LES MUSES GALANTES (scène I) – LE MUSE GALANTI (scena I) 14
APOLLON 15 ET LES MUSES 16
Naissez divins esprits, naissez fameux héros;
Brillez par les beaux-arts, brillez par la victoire;
Méritez d’être admis au temple de Mémoire:
Nous réservons à votre gloire
Un prix digne de vos travaux.

APOLLO E LE MUSE
Nascete spiriti divini, nascete famosi eroi;
Brillate per le belle arti, brillate per la vittoria;
Meritate di essere ammessi al tempio della Memoria:
Riserviamo alla vostra gloria
Un premio degno delle vostre opere.

APOLLON
Muses, filles du Ciel, que votre gloire est pure!
Que vos plaisirs sont doux!
Les plus beaux dons de la nature
Sont moins brillants que ceux qu’on tient de vous.
Sur ce paisible mont, loin du bruit et des armes,
Des innocents plaisirs vous goûtez les douceurs.
La fière ambition, l’amour ni ses faux charmes
Ne troublent point vos cœurs.

APOLLO
Muse, figlie del Cielo, quanto è pura la vostra gloria!
Quanto sono dolci i vostri piaceri!
I più bei doni della natura
Sono meno brillanti di quelli che riceviamo da voi.
Su questo tranquillo monte, lontano dal rumore e dalle armi,
Gustate la dolcezza degli innocenti piaceri.
La fiera ambizione, l'amore e il suo falso fascino
Non turbano i vostri cuori.

LES MUSES
Non, non, l’amour ni ses faux charmes
Ne troublent jamais nos cœurs.
On entend une symphonie brillante
Et douce alternativement.

LE MUSE
No, no, l'amore e il suo falso fascino
Non turba mai i nostri cuori.
Si sente una sinfonia brillante
E dolce alternativamente.

12

Chaconne: brano composto nel 1711 da Marin Marais, originariamente pensato per viola da gamba e basso continuo.
Trio sonate en Mi mineur: brano musicale di Joseph Bodin de Boismortier, compositore francese vissuto a cavallo tra
il XVII e il XVIII secolo, il quale, privilegiando in un primo momento gli strumenti a fiato, aveva poi allargato le proprie
composizioni a numerosi strumenti; infatti, si può dire che pochi strumenti sfuggirono alla sua penna e quasi nessuna
forma musicale gli fu sconosciuta: nel suo catalogo si contano così opere per flauto traverso, flauto dolce, oboe, violino,
violoncello, viola da gamba – in particolare l’opera 31, che sembra essere un vero e proprio omaggio a Marin Marais –,
musette, ghironda, fagotto, clavicembalo nelle forme della suite, della sonata, del duetto, del trio, del quartetto, del
quintetto. D’altronde la capacità musicale di Boismortier si estese anche alla musica vocale, portando alla realizzazione
di cinque opere, sei piccoli mottetti, quattro grandi mottetti, due cicli di quattro cantate francesi, una raccolta di
cantatille e quasi quattordici volumi di arie a una o più voci.
14
Les Muses galantes: è qui proposto un estratto della scena I di Les Muses galantes, un opéra-ballet con musica e
libretto di Jean-Jacques Rousseau, composto a partire dal 1743 e rappresentato per la prima volta nel settembre del
1745. L'opera è costituita da un prologo e tre atti; ogni atto è dedicato ad un poeta: il primo è l'atto del Tasso – che sarà
successivamente sostituito da un atto dedicato al poeta greco Esiodo per poter essere rappresentato a corte –, il
secondo atto è dedicato ad Ovidio, mentre l’ultimo ad Anacreonte. Tuttavia, l'atto di Esiodo è l'unico pervenutoci: tutti
gli altri atti, compreso il prologo, sono andati perduti.
15
Apollon: in italiano Apollo, è un dio della religione greca e romana di grande importanza. Infatti, Apollo non è soltanto
ricordato come il dio delle arti mediche – suo figlio Asclepio è il dio della medicina – e delle scienze, essendo tra l’altro
colui che traina il carro del sole, scortando questa stella attraverso la volta celeste; Apollo è anche il dio dell'intelletto e
della profezia, essendo venerato come dio oracolare capace di svelare, tramite la sacerdotessa, detta Pizia, il futuro agli
esseri umani; infine, Apollo è anche il dio della musica, motivo per cui il suo simbolo principale è la lira, e, in quanto dio
delle arti, egli è il capo delle Muse.
16
Les Muses: Le Muse sono nove divinità femminili – tutte sorelle, in quanto figlie di Zeus e di Mnemosine – della
religione greca di grande importanza, perché esse rappresentavano l'ideale supremo dell'Arte, intesa come verità del
Tutto, ovvero l'eterna magnificenza del divino.
13

�SONATA EN RE MAJEUR – SONATA IN RE MAGGIORE 17
LES MUSES GALANTES (scène III) – LE MUSE GALANTI (scena III) 18
L’AMOUR, LA GLOIRE, LES MUSES, LES GRACES 19, CHŒUR
Accourons, accourons dans ce nouveau séjour,
Soupirez beautés rebelles,
Par nous Tort cède à l’Amour.
On danse.

AMORE, GLORIA, LE MUSE, LE GRAZIE, CORO
Accorriamo, accorriamo a questo nuovo soggiorno,
Sospirate bellezze ribelli,
Per noi Torto cede all'Amore.
Balliamo.

LA GLOIRE
Les vents, les affreux orages,
Font par d’horribles ravages,
La terreur des matelots:
Amour, quand ta voix le guide,
On voit l’Alcyon 20 timide
Braver la fureur des flots.
Tes divines flammes
Des plus faibles âmes
Peuvent faire des héros.
On danse.

GLORIA
I venti, le terribili tempeste,
Fanno, per via delle loro orribili devastazioni,
Il terrore dei marinai:
Amore, quando la tua voce la guida,
Si vede Alcione timida
Sfidare la furia delle onde.
Le tue fiamme divine
Delle anime più deboli
Possono fare degli eroi.
Balliamo.

CHŒUR
Gloire, Amour, sur les cœurs partagez la victoire
Que le myrte au laurier 21 soit uni dès ce jour!
Que les soins rendus à la Gloire
Soient toujours payes par l’Amour!

CORO
Gloria, Amore, sui cuori condividete la vittoria
Che il mirto all'alloro sia unito da oggi!
Che le cure rese alla Gloria
Siano sempre pagate dall'Amore!

L’AMOUR
Quittez, Muses, quittez ce désert trop stérile,
Venez de vos appas enchanter l’univers;
Après avoir orné mille climats divers,
Que l’empire des Lys soit notre heureux asyle,
Au milieu des beaux-arts puissiez-vous y briller
De votre plus vive lumière:
Un règne glorieux vous y fera trouver
Des amans dignes de vous plaire,
Et des héros à célébrer.

L'AMORE
Lasciate, Muse, lasciate questo deserto troppo sterile,
Venite con il vostro fascino ad incantare l'universo;
Dopo aver ornato mille climi diversi,
Che l'impero dei Gigli sia il nostro felice asilo,
In mezzo alle belle arti possiate brillare
Con la vostra luce più viva:
Un regno glorioso vi farà trovare
Amanti degni del vostro piacere,
Ed eroi da celebrare.

TRIO SONATA EN LA MINEUR – TRIO SONATA IN LA MINORE22
17

Sonata en Re majeur: composizione di Jean-Marie Leclair, violinista e compositore francese nato alla fine del Seicento
e morto – assassinato – poco dopo la metà del secolo seguente, dopo aver dedicato tutta la sua vita alla sua passione
per il violino – che lo porterà ad isolarsi completamente e a vivere nella più totale solitudine fino al suo assassinio.
18
Les Muses galantes: è qui proposto un estratto della scena III di Les Muses galantes di Jean-Jacques Rousseau.
19
Les Graces: Le Grazie sono dee nella religione e della mitologia romana legate al culto della natura e della vegetazione;
infatti, sono queste dee ad infondere la gioia di vivere e la gioia della Natura nel cuore degli dèi e dei mortali.
20
Alcyon: qui l’autore si riferisce molto probabilmente ad Alcione, un personaggio della mitologia greca, figlia di Eolo –
signore dei venti – e di Enarete, nonché sposa di Ceice.
21
Le myrte au laurier: in questo passaggio mirto e alloro diventano i simboli dell’Amore e della Gloria, elementi
richiamati precedentemente nel testo: infatti, se il mirto era una pianta sacra nell'antichità classica alla dea Venere, in
quanto simbolo dell'amore e della poesia erotica, l’alloro è ritenuto simbolo di sapienza e di gloria, per cui con corone
intrecciate delle sue fronde si cingeva la fronte di poeti e vincitori di gare.
22
Trio sonate en La mineur: composizione di Joseph Bodin de Boismortier.

�RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI E SITOGRAFICI:
-

Dizionario francese-italiano Boch
Le Littré en ligne
Le dictionnaire des expressions françaises en ligne
Vocabolario Treccani online
Centre National de Ressources Textuelles et Lexicales

Nel corso del concerto saranno letti testi di Teresio Lanucara a proposito di tre importanti personaggi del
Seicento francese presentati questa sera: Molière, Luigi XIV e Jean-Baptiste Lully.

Foglio di sala a cura di Teresa Dolcetti, responsabile dello sportello linguistico di francese della comunità
montana del pinerolese per la salvaguardia delle lingue minoritarie.

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                  <text>Le attività degli Sportelli Linguistici fanno in modo che la popolazione entri in contatto con la lingua storica minoritaria sia nella sua forma orale, sia in quella scritta, ponendo le Pubbliche Amministrazioni nella condizione di corrispondere in lingua minoritaria, ai sensi della L.482/99, garantendo la presenza di personale che sia in grado di rispondere alle richieste del pubblico usando la lingua ammessa a tutela.</text>
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Le Muse alla corte del Re di Francia, volto all'approfondimento linguistico francese</text>
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